    Foscolo Ugo.
    ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS - DEI SEPOLCRI.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.



















    INDICE.

    ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS.
    Parte prima: pagina 3.
    Parte seconda: pagina 123.
    Note: pagina 218.

    DEI SEPOLCRI: pagina 221.














    PARTE PRIMA.

    Da' colli Euganei, 11 Ottobre 1797.

    Il sacrificio della patria nostra  consumato: tutto  perduto;  e  la
    vita,  seppure  ne verr concessa,  non ci rester che per piangere le
    nostre sciagure,  e la nostra infamia.  Il mio nome  nella  lista  di
    proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch'io per salvarmi da chi m'opprime mi
    commetta  a  chi  mi  ha  tradito?  Consola mia madre: vinto dalle sue
    lagrime le ho obbedito,  e ho lasciato Venezia per  evitare  le  prime
    persecuzioni,  e  le pi feroci.  Or dovr io abbandonare anche questa
    mia  solitudine  antica,  dove,  senza  perdere  dagli  occhi  il  mio
    sciagurato paese,  posso ancora sperare qualche giorno di pace?  Tu mi
    fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi,
    purtroppo,   noi  stessi  italiani  ci  laviamo  le  mani  nel  sangue
    degl'italiani.  Per me segua che pu.  Poich ho disperato e della mia
    patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio
    cadavere almeno non cadr fra le braccia straniere;  il mio nome  sar
    sommessamente  compianto  da'  pochi  uomini,  compagni  delle  nostre
    miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de' miei padri.
    Ti scongiuro,  Lorenzo;  non  ribattere  pi.  Ho  deliberato  di  non
    allontanarmi da questi colli. E' vero ch'io aveva promesso a mia madre
    di rifuggirmi in qualche altro paese;  ma non mi  bastato il cuore: e
    mi perdoner,  spero.  Merita poi questa vita di essere conservata con
    la vilt,  e con l'esilio? Oh quanti de' nostri concittadini gemeranno
    pentiti,  lontani dalle loro case!  perch,  e che potremmo aspettarci
    noi  se  non  se  indigenza  e  disprezzo;  o al pi,  breve e sterile
    compassione,  solo conforto  che  le  nazioni  incivilite  offrono  al
    profugo  straniero?   Ma  dove  cercher  asilo?   in  Italia?   terra
    prostituita premio sempre della vittoria.  Potr  io  vedermi  dinanzi
    agli  occhi  coloro  che ci hanno spogliati,  derisi,  venduti,  e non
    piangere d'ira? Devastatori de' popoli,  si servono della libert come
    i  Papi  si  servivano  delle  crociate.  Ahi!  sovente  disperando di
    vendicarmi mi caccerei un coltello nel cuore per versare tutto il  mio
    sangue fra le ultime strida della mia patria.
    E  questi altri?  - hanno comperato la nostra schiavit,  racquistando
    con l'oro quello che stolidamente e  vilmente  hanno  perduto  con  le
    armi. - Davvero ch'io somiglio un di que' malavventurati che spacciati
    morti  furono sepolti vivi,  e che poi rinvenuti,  si sono trovati nel
    sepolcro fra le tenebre e gli scheletri, certi di vivere, ma disperati
    del dolce lume della vita,  e costretti a morire fra le bestemmie e la
    fame. E perch farci vedere e sentire la libert, e poi ritorcerla per
    sempre? e infamemente!


    16 Ottobre.

    Or via, non se ne parli pi: la burrasca pare abbonacciata; se torner
    il pericolo,  rassicurati, tenter ogni via di scamparne. Del resto io
    vivo tranquillo;  per quanto si pu tranquillo.  Non vedo persona  del
    mondo: vo sempre vagando per la campagna;  ma a dirti il vero penso, e
    mi rodo. Mandami qualche libro.
    Che fa Lauretta? povera fanciulla! io l'ho lasciata fuori di s. Bella
    e giovine ancora,  ha pur inferma la  ragione;  e  il  cuore  infelice
    infelicissimo.  Io non l'ho amata; ma fosse compassione o riconoscenza
    per avere ella scelto me solo consolatore del  suo  stato,  versandomi
    nel  petto  tutta  la  sua  anima  e  i suoi errori e i suoi martirj -
    davvero ch'io l'avrei fatta volentieri compagna di tutta la mia  vita.
    La sorte non ha voluto;  meglio cos, forse. Ella amava Eugenio, e l'
    morto fra le braccia. Suo padre e i suoi fratelli hanno dovuto fuggire
    la loro patria,  e quella povera  famiglia  destituta  di  ogni  umano
    soccorso    restata  a  vivere,  chi sa come!  di pianto.  Eccoti,  o
    Libert, un'altra vittima. Sai ch'io ti scrivo,  o Lorenzo,  piangendo
    come  un  ragazzo?  -  pur troppo!  ho avuto sempre a che fare con de'
    tristi;  e se alle volte ho incontrato una persona dabbene  ho  dovuto
    sempre compiangerla. Addio, addio.



    18 Ottobre.

    Michele mi ha recato il Plutarco,  e te ne ringrazio. Mi disse che con
    altra occasione m'invierai qualche altro libro;  per  ora  basta.  Col
    divino   Plutarco  potr  consolarmi  de'  delitti  e  delle  sciagure
    dell'umanit volgendo gli occhi ai pochi illustri  che  quasi  primati
    dell'umano genere sovrastano a tanti secoli e a tante genti.  Temo per
    altro che spogliandoli della magnificenza storica  e  della  riverenza
    per  l'antichit,  non avr assai da lodarmi n degli antichi,  n de'
    moderni, n di me stesso - umana razza!



    23 Ottobre.

    Se m' dato lo sperare mai pace, l'ho trovata, o Lorenzo.  Il parroco,
    il medico,  e tutti gli oscuri mortali di questo cantuccio della terra
    mi  conoscono  sin  da  fanciullo  e  mi  amano.  Quantunque  io  viva
    fuggiasco,  mi  vengono tutti d'intorno quasi volessero mansuefare una
    fiera generosa e selvatica.  Per ora io lascio correre.  Veramente non
    ho avuto tanto bene dagli uomini da fidarmene cos alle prime: ma quel
    menare  la vita del tiranno che freme e trema d'essere scannato a ogni
    minuto mi pare un agonizzare in una morte lenta, obbrobriosa. Io seggo
    con essi a mezzod sotto il platano della chiesa leggendo loro le vite
    di Licurgo e di Timoleone. Domenica mi s'erano affollati intorno tutti
    i contadini,  che,  quantunque  non  comprendessero  affatto,  stavano
    ascoltandomi a bocca aperta. Credo che il desiderio di sapere e ridire
    la  storia  de'  tempi  andati  sia figlio del nostro amor proprio che
    vorrebbe illudersi e prolungare la vita unendoci agli uomini  ed  alle
    cose che non sono pi, e facendole, sto per dire, di nostra propriet.
    Ama  la immaginazione di spaziare fra i secoli e di possedere un altro
    universo. Con che passione un vecchio lavoratore mi narrava stamattina
    la vita de' parrochi della villa viventi nella sua fanciullezza,  e mi
    descriveva  i  danni  della tempesta di trentasett'anni addietro,  e i
    tempi dell'abbondanza, e quei della fame, rompendo il filo ogni tanto,
    ripigliandolo,   e  scusandosi  dell'infedelt!   Cos  mi  riesce  di
    dimenticarmi ch'io vivo.
    E'  venuto a visitarmi il signore T*** che tu conoscesti a Padova.  Mi
    disse che spesso gli parlavi  di  me,  e  che  jer  l'altro  glien'hai
    scritto. Anche egli s' ridotto in campagna per evitare i primi furori
    del volgo, quantunque a dir vero non siasi molto ingerito ne' pubblici
    affari.  Io  n'aveva  inteso parlare come d'uomo di colto ingegno e di
    somma  onest:  doti  temute  in  passato,  ma  adesso  non  possedute
    impunemente. Ha tratto cortese, fisonomia liberale, e parla col cuore.
    V'era con lui un tale;  credo,  lo sposo promesso di sua figlia.  Sar
    forse un bravo e buono giovine; ma la sua faccia non dice nulla. Buona
    notte.


    24 Ottobre.

    L'ho pur una volta afferrato nel collo quel ribaldo  contadinello  che
    dava  il guasto al nostro orto,  tagliando e rompendo tutto quello che
    non poteva rubare.  Egli era sopra un pesco,  io  sotto  una  pergola:
    scavezzava allegramente i rami ancora verdi perch di frutta non ve ne
    erano   pi:   appena   l'ebbi  fra  le  ugne,   cominci  a  gridare:
    Misericordia! Mi confess che da pi settimane facea quello sciagurato
    mestiere perch il fratello dell'ortolano aveva qualche mese  addietro
    rubato un sacco di fave a suo padre. - E tuo padre t'insegna a rubare?
    - In fede mia, signor mio, fanno tutti cos. - L'ho lasciato andare, e
    scavalcando una siepe io gridava: Ecco la societ in miniatura;  tutti
    cos.


    26 Ottobre.

    La ho veduta, o Lorenzo,  la divina fanciulla;  e te ne ringrazio.  La
    trovai seduta miniando il proprio ritratto.  Si rizz salutandomi come
    s'ella mi conoscesse,  e ordin a un servitore che andasse a cercar di
    suo padre.  Egli non si sperava, mi diss'ella, che voi sareste venuto;
    sar per la campagna; n star molto a tornare. Una ragazzina le corse
    fra le ginocchia dicendole non so che all'orecchio.  E'  un  amico  di
    Lorenzo,  le  rispose  Teresa,    quello  che il babbo and a trovare
    l'altr'jeri.    Torn   frattanto   il   signor   T***:   m'accoglieva
    famigliarmente,  ringraziandomi  che  io  mi  fossi  sovvenuto di lui.
    Teresa intanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva.  Vedete,
    mi diss'egli,  additandomi le sue figliuole che uscivano dalla stanza;
    eccoci tutti.  Profer,  parmi,  queste parole come se  volesse  farmi
    sentire  che  gli mancava sua moglie.  Non la nomin.  Si ciarl lunga
    pezza.  Mentr'io stava per congedarmi,  torn Teresa: Non siamo  tanto
    lontani, mi disse; venite qualche sera a veglia con noi.
    Io  tornava  a  casa  col cuore in festa.  - Che?  lo spettacolo della
    bellezza basta forse ad addormentare in noi  tristi  mortali  tutti  i
    dolori?  vedi  per  me  una  sorgente di vita: unica certo,  e chi sa!
    fatale.  Ma se io sono predestinato ad avere l'anima perpetuamente  in
    tempesta, non  tutt'uno?


    28 Ottobre.

    Taci,  taci:  -  vi  sono de' giorni ch'io non posso fidarmi di me: un
    demone mi arde, mi agita, mi divora.  Forse io mi reputo molto;  ma e'
    mi pare impossibile che la nostra patria sia cos conculcata mentre ci
    resta  ancora  una  vita.  Che  facciam  noi  tutti i giorni vivendo e
    querelandoci? insomma non parlarmene pi, ti scongiuro.  Narrandomi le
    nostre  tante  miserie  mi  rinfacci  tu  forse  perch  io mi sto qui
    neghittoso? e non t'avvedi che tu mi strazi fra mille martirj? Oh!  se
    il tiranno fosse uno solo, e i servi fossero meno stupidi, la mia mano
    basterebbe.  Ma  chi  mi  biasima or di vilt,  m'accuserebbe allor di
    delitto; e il savio stesso compiangerebbe in me,  anzich il consiglio
    del  forte,  il furore del forsennato.  Che vuoi tu imprendere fra due
    potenti nazioni che nemiche  giurate,  feroci,  eterne,  si  collegano
    soltanto  per  incepparci?  e  dove  la  loro forza non vale,  gli uni
    c'ingannano con l'entusiasmo di libert,  gli altri col  fanatismo  di
    religione:  e  noi  tutti  guasti  dall'antico servaggio e dalla nuova
    licenza, gemiamo vili schiavi, traditi, affamati,  e non provocati mai
    n dal tradimento,  n dalla fame.  - Ahi,  se potessi, seppellirei la
    mia casa,  i miei pi cari e me stesso per non lasciar nulla nulla che
    potesse  inorgoglire  costoro  della  loro  onnipotenza  e  della  mia
    servit!  E' vi furono de' popoli  che  per  non  obbedire  a'  Romani
    ladroni del mondo, diedero all'incendio le loro case, le loro mogli, i
    loro  figli  e  s  medesimi,  sotterrando  fra le gloriose ruine e le
    ceneri della loro patria la lor sacra indipendenza.


    1 Novembre.

    Io sto bene,  bene per ora come un infermo che dorme  e  non  sente  i
    dolori;  e mi passano gl'interi giorni in casa del signore T*** che mi
    ama come figliuolo: mi lascio  illudere,  e  l'apparente  felicit  di
    quella famiglia mi sembra reale,  e mi sembra anche mia.  Se nondimeno
    non vi fosse quello sposo,  perch davvero - io non odio  persona  del
    mondo,  ma  vi sono cert'uomini ch'io ho bisogno di vedere soltanto da
    lontano.  - Suo suocero me n'andava tessendo jer sera un lungo  elogio
    in forma di commendatizia: buono - esatto - paziente!  e niente altro?
    possedesse queste doti con angelica perfezione,  s'egli avr il  cuore
    sempre  cos morto,  e quella faccia magistrale non animata mai n dal
    sorriso dell'allegria, n dal dolce silenzio della piet,  sar per me
    un  di  que'  rosaj  senza  fiori che mi fanno temere le spine.  Cos'
    l'uomo se tu lo abbandoni  alla  sola  ragione  fredda,  calcolatrice?
    scellerato,  e  scellerato  bassamente.  -  Del  resto,  Odoardo sa di
    musica; giuoca bene a scacchi;  mangia,  legge,  dorme,  passeggia,  e
    tutto  con  l'oriuolo  alla  mano;  e  non parla con enfasi se non per
    magnificare tuttavia la sua ricca e scelta biblioteca.  Ma quando egli
    mi va ripetendo con quella sua voce cattedratica,  ricca e scelta,  io
    sto l l per dargli una solenne smentita.  Se le umane  frenesie  che
    col nome di scienze e di dottrine si sono iscritte e stampate in tutti
    i secoli,  e da tutte le genti, si riducessero a un migliajo di volumi
    al pi,  e' mi pare che la presunzione  de'  mortali  non  avrebbe  da
    lagnarsi - e via sempre con queste dissertazioni.
    Frattanto  ho  preso  a  educare  la sorellina di Teresa: le insegno a
    leggere e a scrivere.  Quand'io sto con lei,  la mia fisonomia  si  va
    rasserenando,  il  mio  cuore    pi  gajo  che  mai,  ed io fo mille
    ragazzate. Non so perch, tutti i fanciulli mi vogliono bene. E quella
    ragazzetta  pur cara! bionda e ricciuta,  occhi azzurri,  guance pari
    alle  rose,   fresca,   candida,   paffutella,   pare  una  Grazia  di
    quattr'anni.  Se tu la vedessi corrermi incontro,  aggrapparmisi  alle
    ginocchia,  fuggirmi  perch'io  la  siegua,  negarmi  un  bacio  e poi
    improvvisamente attaccarmi que' suoi labbruzzi alla bocca!  Oggi io mi
    stava  su la cima di un albero a cogliere le frutta: quella creaturina
    tendeva le  braccia,  e  balbettando  pregavami  che  per  carit  non
    cascassi. Che bell'autunno! addio Plutarco! sta sempre chiuso sotto il
    mio  braccio.  Sono  tre  giorni  ch'io  perdo la mattina a colmare un
    canestro d'uva e di pesche,  ch'io copro  di  foglie,  avviandomi  poi
    lungo il fiumicello,  e giunto alla villa, desto una famiglia cantando
    la canzonetta della vendemmia.


    12 Novembre.

    Jeri giorno di festa abbiamo con solennit trapiantato  i  pini  delle
    vicine collinette sul monte rimpetto la chiesa. Mio padre pure tentava
    di fecondare quello sterile monticello;  ma i cipressi ch'esso vi pose
    non hanno mai potuto  allignare,  e  i  pini  sono  ancor  giovinetti.
    Assistito  io da parecchi lavoratori ho coronato la vetta,  onde casca
    l'acqua, di cinque pioppi, ombreggiando la costa orientale di un folto
    boschetto che sar il primo salutato dal  Sole  quando  splendidamente
    comparir dalle Cime de' monti.  E jeri appunto il Sole pi sereno del
    solito riscaldava l'aria irrigidita dalla nebbia del morente  autunno.
    Le  villanelle  vennero  sul  mezzod  co'  loro  grembiuli  di  festa
    intrecciando i giuochi e le danze di canzonette e di brindisi. Tale di
    esse era  la  sposa  novella,  tale  la  figliuola,  e  tal  altra  la
    innamorata  di alcuno de' lavoratori;  e tu sai che i nostri contadini
    sogliono,  allorch si trapianta,  convertire la  fatica  in  piacere,
    credendo  per  antica  tradizione  de'  loro avi e bisavi che senza il
    giolito de' bicchieri gli alberi  non  possano  mettere  salda  radice
    nella  terra  straniera.  -  Frattanto  io  mi vagheggiava nel lontano
    avvenire un pari giorno di verno quando canuto mi trarr  passo  passo
    sul  mio  bastoncello  a  confortarmi  a'  raggi del Sole,  s caro a'
    vecchi: salutando, mentre usciranno dalla chiesa,  i curvi villani gi
    miei  compagni ne' d che la giovent rinvigoriva le nostre membra;  e
    compiacendomi delle frutta che,  bench tarde,  avranno  prodotti  gli
    alberi piantati dal padre mio. Conter allora con fioca voce le nostre
    umili  storie  a'  miei e a' tuoi nepotini,  o a quei di Teresa che mi
    scherzeranno dattorno.  E quando le ossa mie fredde  dormiranno  sotto
    quel  boschetto alloramai ricco ed ombroso,  forse nelle sere d'estate
    al patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli  antichi
    padri  della  villa,  i  quali  al  suono  della campana de' morti (1)
    pregheranno pace allo spirito dell'uomo dabbene e  raccomanderanno  la
    sua  memoria  ai lor figli.  E se talvolta lo stanco mietitore verr a
    ristorarsi dall'arsura di giugno,  esclamer guardando la  mia  fossa:
    Egli egli innalz queste fresche ombre ospitali!  - O illusioni! e chi
    non ha patria, come pu dire lascier qua o l le mie ceneri?

    O fortunati! e ciascuno era certo
    Della sua sepoltura; ed ancor nullo
    Era, per Francia, talamo deserto.

    Dante, "Paradiso", 15.


    20 Novembre.

    Pi volte incominciai questa lettera: ma la faccenda andava assai  per
    le lunghe; e la bella giornata, la promessa di trovarmi alla villa per
    tempo,  e  la  solitudine - ridi?  - L'altr'jeri,  e jeri mi svegliava
    proponendo di scriverti; e senza accorgermi, mi trovava fuori di casa.
    Piove,  grandina,  fulmina: penso di rassegnarmi alla necessit,  e di
    giovarmi  di  questa  giornata d'inferno,  scrivendoti.  - Sei o sette
    giorni addietro s' iti in pellegrinaggio.  Io ho veduto la Natura pi
    bella che mai.  Teresa,  suo padre, Odoardo, la piccola Isabellina, ed
    io siamo andati a visitare la casa del  Petrarca  in  Arqu.  Arqu  
    discosto,  come  tu  sai,  quattro  miglia dalla mia casa;  ma per pi
    accorciare il cammino prendemmo la via dell'erta.  S'apriva appena  il
    pi  bel  giorno  d'autunno.  Parea  che Notte seguta dalle tenebre e
    dalle stelle fuggisse dal Sole,  che uscia nel suo  immenso  splendore
    dalle  nubi  d'oriente,  quasi dominatore dell'universo;  e l'universo
    sorridea.  Le nuvole dorate e dipinte a mille colori  salivano  su  la
    volta  dei  cielo  che  tutto  sereno mostrava quasi di schiudersi per
    diffondere sovra i mortali le cure della Divinit.  Io salutava a ogni
    passo  la famiglia de' fiori e dell'erbe che a poco a poco alzavano il
    capo chinato dalla brina.  Gli alberi susurrando  soavemente,  faceano
    tremolare contro la luce le gocce trasparenti della rugiada;  mentre i
    venti dell'aurora rasciugavano il soverchio umore alle piante. Avresti
    udito una solenne armonia spandersi confusamente  fra  le  selve,  gli
    augelli,  gli armenti,  i fiumi,  e le fatiche degli uomini: e intanto
    spirava l'aria profumata delle esalazioni che la  terra  esultante  di
    piacere  mandava  dalle  valli e da' monti al Sole,  ministro maggiore
    della Natura.  - Io compiango lo sciagurato  che  pu  destarsi  muto,
    freddo  e  guardare  tanti  beneficj  senza sentirsi gli occhi bagnati
    dalle lagrime della riconoscenza.  Allora ho  veduto  Teresa  nel  pi
    bell'apparato  delle  sue grazie.  Il suo aspetto per lo pi sparso di
    una dolce malinconia, si andava animando di una gioja schietta,  viva,
    che  le  usciva  dal cuore;  la sua voce era soffocata;  i suoi grandi
    occhi neri aperti prima nell'estasi,  si inumidivano poscia a  poco  a
    poco:  tutte  le  sue  potenze parevano invase dalla sacra belt della
    campagna. In tanta piena di affetti le anime si schiudono per versarli
    nell'altrui petto: ed ella si volgeva a Odoardo.  Eterno Iddio!  parea
    ch'egli  andasse  tentone  fra  le tenebre della notte,  o ne' deserti
    abbandonati dalla benedizione della  Natura.  Lo  lasci  tutto  a  un
    tratto,  e  s'appoggi al mio braccio,  dicendomi - ma,  Lorenzo!  per
    quanto mi studi di  continuare,  conviene  pur  ch'io  mi  taccia.  Se
    potessi  dipingerti la sua pronunzia,  i suoi gesti,  la melodia della
    sua voce,  la sua celeste fisonomia,  o ricopiar non foss'altro le sue
    parole senza cangiarne o traslocarne sillaba, certo che tu mi sapresti
    grado;  diversamente, rincresco persino a me stesso. Che giova copiare
    imperfettamente un inimitabile quadro, la cui fama soltanto lascia pi
    senso che la sua misera copia?  E non ti pare ch'io  somigli  i  poeti
    traduttori  d'Omero?  Giacch  tu vedi ch'io non mi affatico,  che per
    annacquare il sentimento che m'infiamma e stemprarlo  in  un  languido
    fraseggiamento.
    Lorenzo,  ne  sono stanco;  il rimanente del mio racconto,  domani: il
    vento imperversa;  tuttavolta vo' tentare il cammino;  saluter Teresa
    in tuo nome.
    Per dio!  e' m' forza di proseguire la lettera: su l'uscio della casa
    ci  un pantano d'acqua che mi contrasta  il  passo:  potrei  varcarlo
    d'un  salto;  e  poi?  la pioggia non cessa: mezzogiorno  passato,  e
    mancano poche ore alla notte che minaccia la fine del mondo. Per oggi,
    giorno perduto, o Teresa. -
    Non sono felice!  mi disse Teresa;  e con questa parola mi strapp  il
    cuore.  Io  camminava  al suo fianco in un profondo silenzio.  Odoardo
    raggiunse il padre di Teresa;  e  ci  precedevano  chiacchierando.  La
    lsabellina ci tenea dietro in braccio all'ortolano. Non sono felice! -
    io aveva concepito tutto il terribile significato di queste parole,  e
    gemeva dentro  l'anima,  veggendomi  innanzi  la  vittima  che  doveva
    sacrificarsi a' pregiudizi ed all'interesse.  Teresa, avvedutasi della
    mia taciturnit,  cambi voce,  e tent  di  sorridere:  Qualche  cara
    memoria,  mi diss'ella - ma chin subito gli occhi - Io non m'attentai
    di rispondere.
    Eravamo gi presso ad Arqu, e scendendo per l'erboso pendio, andavano
    sfumando e perdendosi all'occhio i  paeselli  che  dianzi  si  vedeano
    dispersi per le valli soggette. Ci siamo finalmente trovati a un viale
    cinto da un lato di pioppi che tremolando lasciavano cadere sul nostro
    capo le foglie pi giallicce, e adombrato dall'altra parte d'altissime
    querce,  che  con  la  loro  opacit silenziosa faceano contrapposto a
    quell'ameno verde de' pioppi.  Tratto  tratto  le  due  file  d'alberi
    opposti  erano  congiunte  da  varij  rami di vite selvatica,  i quali
    incurvandosi formavano  altrettanti  festoni  mollemente  agitati  dal
    vento del mattino.  Teresa allora soffermandosi e guardando d'intorno:
    Oh quante volte,  proruppe,  mi sono adagiata su queste erbe  e  sotto
    l'ombra  freschissima di queste querce!  io ci veniva sovente la state
    passata con mia madre.  Tacque e si rivolt addietro dicendo di volere
    aspettare  la  Isabellina  che  si era un po' dilungata da noi;  ma io
    sospettai ch'ella m'avesse lasciato per nascondere le lagrime  che  le
    innondavano  gli occhi,  e che forse non poteva pi rattenere.  Ma,  e
    perch,  le diss'io,  perch mai non  qui  vostra  madre?  -  Da  pi
    settimane  vive in Padova con sua sorella;  vive divisa da noi e forse
    per sempre!  Mio padre l'amava: ma da ch'ei s' pur ostinato a volermi
    dare  un  marito  ch'io non posso amare,  la concordia  sparita dalla
    nostra famiglia.  La povera madre mia dopo d'avere contraddetto invano
    a  questo  matrimonio,  s'  allontanata  per  non aver parte alla mia
    necessaria infelicit.  Io  intanto  sono  abbandonata  da  tutti!  ho
    promesso a mio padre,  e non voglio disubbidirlo - ma e mi duole ancor
    pi,  che per mia cagione la nostra famiglia sia cos disunita  -  per
    me,  pazienza!  -  E  a  questa parola,  le lagrime le piovevano dagli
    occhi.  Perdonate,  soggiunse,  io aveva bisogno di sfogare questo mio
    cuore  angosciato.  Non  posso  n  scrivere  a mia madre n avere sue
    lettere mai.  Mio padre fiero e assoluto  nelle  sue  risoluzioni  non
    vuole sentirsela nominare; egli mi va tuttavia replicando, che la  la
    sua  e  la mia peggiore nemica.  Pur sento che non amo,  non amer mai
    questo sposo col quale  gi decretato - immagina, o Lorenzo,  in quel
    momento il mio stato. Io non sapeva n confortarla, n risponderle, n
    consigliarla. Per carit, ripigli, non v'affliggete, ve ne scongiuro:
    io  mi  sono  fidata  di  voi: il bisogno di trovare chi sia capace di
    compiangermi - una simpatia - non ho che voi solo. - O angelo!  s s!
    potessi  io  piangere  per  sempre,  e rasciugare cos le tue lagrime!
    questa mia misera vita  tua, tutta: io te la consacro;  e la consacro
    alla tua felicit!
    Quanti guai,  mio Lorenzo,  in una sola famiglia! Vedi ostinazione nel
    signore  T***   che   d'altronde      un   ottimo   galantuomo.   Ama
    svisceratamente   sua   figlia;   spesso  la  loda  e  la  guarda  con
    compiacenza;  e intanto le tiene la mannaja sul collo.  Teresa qualche
    giorno dopo mi raccont, com'ei dotato d'un'anima ardente visse sempre
    consumato  da  passioni  infelici;  sbilanciato  nella  sua  domestica
    economia per troppa magnificenza;  perseguitato da quegli  uomini  che
    nelle  rivoluzioni  piantano la propria fortuna su l'altrui rovina,  e
    tremante pe' suoi figliuoli,  crede di provvedere allo stato  di  casa
    sua imparentandosi a un uomo di senno,  ricco, e in aspettativa di una
    eredit ragguardevole - forse, o Lorenzo, anche per certo fumo;  ed io
    vorrei  scommettere cento contr'uno ch'ei non lascierebbe in isposa la
    sua figliuola a chi  mancasse  mezzo  quarto  di  nobilt:  chi  nasce
    patrizio muore patrizio. Tanto pi che egli considera l'opposizione di
    sua moglie come una lesione alla propria autorit, e questo sentimento
    tirannesco  lo  rende ancor pi inflessibile.  E nondimeno  di ottimo
    cuore;  e quella sua aria sincera,  e quell'accarezzare sempre la  sua
    figliuola  e  alcuna volta compiangerla sommessamente,  mostrano ch'ei
    vede gemendo la dolorosa rassegnazione di quella povera fanciulla,  ma
    -  E  per  questo quand'io veggo come gli uomini cercano per una certa
    fatalit le  sciagure  con  la  lanterna,  e  come  vegliano,  sudano,
    piangono per fabbricarsele dolorosissime,  eterne; io mi sparpaglierei
    le cervella temendo che non  mi  si  cacciasse  per  capo  una  simile
    tentazione.
    Ti  lascio,  o  Lorenzo;  Michele  mi  chiama  a  desinare:  torner a
    scriverti, s'altro non posso, a momenti.
    Il mal tempo s' diradato,  e fa il pi bel dopo pranzo del mondo.  Il
    Sole  squarcia  finalmente  le  nubi,   e  consola  la  mesta  Natura,
    diffondendo su la faccia di lei un suo raggio.  Ti scrivo di  rimpetto
    al  balcone donde miro la eterna luce che si va a poco a poco perdendo
    nell'estremo  orizzonte  tutto  raggiante  di  fuoco.   L'aria   torna
    tranquilla;  e  la  campagna,  bench  allagata,  e  coronata soltanto
    d'alberi gi sfrondati e cospersa di piante atterrate pare pi allegra
    che la non era prima della tempesta. Cos, o Lorenzo, lo sfortunato si
    scuote dalle funeste sue  cure  al  solo  barlume  della  speranza,  e
    inganna  la sua trista ventura,  con que' piaceri a' quali era affatto
    insensibile in  grembo  alla  cieca  prosperit.  -  Frattanto  il  d
    m'abbandona:  odo la campana della sera;  eccomi dunque a dar fine una
    volta alla mia narrazione.

    Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio fino a che  ci  apparve
    biancheggiar dalla lunga la casetta che un tempo accoglieva
    Quel Grande alla cui fama  angusto il mondo,
    Per cui Laura ebbe in terra onor celesti.

    Io  mi vi sono appressato come se andassi a prostrarmi su le sepolture
    de' miei padri,  e come uno di que' sacerdoti che taciti  e  riverenti
    s'aggiravano  per li boschi abitati dagl'Iddii.  La sacra casa di quel
    sommo italiano sta crollando per la irreligione  di  chi  possiede  un
    tanto  tesoro.  Il viaggiatore verr invano di lontana terra a cercare
    con meraviglia divota la stanza armoniosa ancora dei canti celesti del
    Petrarca. Pianger invece sopra un mucchio di ruine coperto di ortiche
    e di erbe selvatiche fra le quali la volpe solitaria avr fatto il suo
    covile. Italia! placa l'ombre de' tuoi grandi. - Oh!  io mi risovvengo
    col  gemito nell'anima,  delle estreme parole di Torquato Tasso.  Dopo
    d'essere  vissuto  quaranta  sette  anni  in  mezzo  a'  dileggi   de'
    cortigiani,  le  noje  de'  saccenti,  e  l'orgoglio de' principi,  or
    carcerato ed or vagabondo, e tuttavia melancolico, infermo, indigente;
    giacque finalmente nel letto della morte e scriveva esalando  l'eterno
    sospiro:  Io  non mi voglio dolere della malignit della fortuna,  per
    non dire della ingratitudine degli uomini, la quale ha pur voluto aver
    la vittoria di condurmi alla sepoltura  mendico.  O  mio  Lorenzo,  mi
    suonano  queste  parole  sempre nel cuore!  e' mi par di conoscere chi
    forse un giorno morr ripetendole.
    Frattanto io recitava sommessamente con l'anima tutta amore e  armonia
    la  canzone: Chiare,  fresche,  dolci acque;  e l'altra: Di pensier in
    pensier, di monte in monte;  e il sonetto: Stiamo,  Amore,  a veder la
    gloria  nostra;  e quanti altri di que' sovrumani versi la mia memoria
    agitata seppe allora suggerire al mio cuore.
    Teresa e suo padre se n'erano  iti  con  Odoardo  il  quale  andava  a
    rivedere  i conti al fattore d'una tenuta ch'egli ha in que' dintorni.
    Ho poi saputo ch'e' sta sulle mosse per Roma,  stante la morte  di  un
    suo cugino; n si sbrigher cos in fretta, perch essendosi gli altri
    parenti  impadroniti  de'  beni  del  morto,  l'affare  si  ridurr a'
    tribunali.
    Come  tornarono,   quella  famigliuola  d'agricoltori  ci  allest  da
    colazione,  dopo  di  che ci siamo avviati verso casa.  Addio,  addio.
    Avrei a narrarti delle altre cose;  ma,  a dirti il  vero,  ti  scrivo
    svogliatamente.  -  Appunto: mi dimenticava di dirti che,  ritornando,
    Odoardo accompagn a passo a passo Teresa e le parl lungamente  quasi
    importunandola  e  con  un'aria  di volto autorevole.  Da alcune poche
    parole che mi venne fatto d'intendere,  sospetto ch'egli la torturasse
    per  sapere  a  ogni patto di che abbiamo parlato.  Onde tu vedi ch'io
    devo diradar le mie visite - almeno finch'ei si parta.
    Buona notte,  Lorenzo.  Serbati  questa  lettera:  quando  Odoardo  si
    porter seco la felicit, ed io non vedr pi Teresa, n pi scherzer
    su  queste ginocchia la sua ingenua sorellina,  in que' giorni di noja
    ne' quali ci  caro perfino  il  dolore,  rileggeremo  queste  memorie
    sdrajati  su l'erba che guarda la solitudine d'Arqu,  nell'ora che il
    d va mancando.  La rimembranza che Teresa fu nostra amica rasciugher
    il  nostro pianto.  Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali
    ci ridestino per tutti gli anni,  che ancora tristi e perseguitati  ci
    avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.


    22 Novembre.

    Tre giorni,  e Odoardo, a dir molto - non sar qui. Il padre di Teresa
    lo  accompagner  sino  a'  confini.   S'era  lasciato  intendere  che
    m'avrebbe  pregato  di  far  seco  questa  breve corsa;  ma io ne l'ho
    ringraziato, perch voglio assolutamente partire: andr a Padova.  Non
    devo abusare dell'amicizia del signore T*** e della sua buona fede.  -
    Tenete buona compagnia alle  mie  figliuole,  mi  diceva  egli  questa
    mattina.  A vedere,  egli mi reputa Socrate - me? e con quell'angelica
    creatura nata per amare, e per essere amata? e cos misera a un tempo!
    ed io sono sempre  in  perfetta  armonia  con  gl'infelici,  perch  -
    davvero - io trovo un non so che di cattivo nell'uomo prospero.
    Non  so  com'ei  non  s'avvegga  ch'io  parlando  della  sua figlia mi
    confondo e balbetto;  cangio viso e  sto  come  un  ladro  davanti  al
    giudice.   In  quel  punto  io  m'immergo  in  certe  meditazioni,   e
    bestemmierei il cielo veggendo in quest'uomo  tante  doti  eccellenti,
    guaste tutte da' suoi pregiudizi e da una cieca predestinazione che lo
    faranno  piangere amaramente.  - Cos intanto io divoro i miei giorni,
    querelandomi e de' miei propri mali e degli altrui.
    Eppure me ne dispiace: - spesso rido di me, perch propriamente questo
    mio cuore non pu sofferire un momento,  un  solo  momento  di  calma.
    Purch  io  sia  sempre  agitato,  per  lui  non rileva se i venti gli
    spirano avversi o propizj. Ove gli manchi il piacere, ricorre tosto al
    dolore.  Jeri  venuto Odoardo a restituirmi uno schioppetto da caccia
    ch'io gli aveva prestato,  e a pigliare il buon viaggio da me;  non ho
    potuto vederlo partire senza  gettarmigli  al  collo  tuttoch  avessi
    dovuto  veramente imitare la sua indifferenza.  Non so mai di che nome
    voi altri saggi chiamate chi troppo presto ubbidisce al proprio cuore:
    perch di certo non  un eroe; ma  forse vile per questo?  Coloro che
    trattano  da deboli gli uomini appassionati somigliano quel medico che
    chiamava pazzo un malato non per altro se non  perch'era  vinto  dalla
    febbre.  Cos  odo i ricchi tacciare di colpa la povert,  per la sola
    ragione che non  ricca.  A me per sembra tutto apparenza;  nulla  di
    reale,  nulla.  Gli  uomini  non  potendo  per se stessi acquistare la
    propria e l'altrui stima,  si studiano d'innalzarsi,  paragonando que'
    difetti che per ventura non hanno,  a quelli che ha il loro vicino. Ma
    chi non si ubbriaca perch naturalmente odia il vino, merita egli lode
    di sobrio?
    O tu che disputi pacatamente su le passioni: se le tue fredde mani non
    trovassero freddo tutto quello che toccano;  se  quant'entra  nel  tuo
    cuore  di  ghiaccio non divenisse tosto gelato;  credi tu che andresti
    cos glorioso della tua severa filosofia?  or come puoi  ragionare  di
    cose che non conosci?
    Per me,  lascio che i saggi vantino una infeconda apatia. Ho letto gi
    tempo, non so in che poeta,  che la loro virt  una massa di ghiaccio
    che attrae tutto in se stessa e irrigidisce chi le si accosta.  N Dio
    sta sempre nella sua maestosa tranquillit;  ma si  ravvolge  fra  gli
    aquiloni e passeggia con le procelle (2).


    27 Novembre.

    Odoardo  partito, ed io me n'andr quando torner il padre di Teresa.
    Buon giorno.


    3 Dicembre.

    Stamattina  io  me  n'andava  un po' per tempo alla villa,  ed era gi
    presso alla casa T***,  quando mi  ha  fermato  un  lontano  tintinnio
    d'arpa.  O!  io  mi  sento  sorridere l'anima,  e scorrere in tutto me
    quanta mai volutt allora m'infondeva quel suono.  Era Teresa  -  come
    poss'io immaginarti,  o celeste fanciulla, e chiamarti dinanzi a me in
    tutta la tua bellezza, senza la disperazione nel cuore! Pur troppo! tu
    cominci a gustare i primi sorsi dell'amaro calice della  vita,  ed  io
    con  questi  occhi  ti  vedr  infelice,  n  potr  sollevarti se non
    piangendo! io;  io stesso ti dovr per piet consigliare a pacificarti
    con la tua sciagura.
    Certo  ch'io non potrei n asserire n negare a me stesso ch'io l'amo;
    ma se mai, se mai! - in verit non d'altro che di un amore incapace di
    un solo pensiero: Dio lo sa! -
    Io mi fermava,  l l,  senza  batter  palpebra,  con  gli  occhi,  le
    orecchie,  e i sensi tutti intenti per divinizzarmi in quel luogo dove
    l'altrui  vista  non  mi  avrebbe  costretto  ad  arrossire  de'  miei
    rapimenti.  Ora  ponti nel mio cuore,  quand'io udiva cantar da Teresa
    quelle strofette di Saffo tradotte alla meglio da me con le altre  due
    odi,  unici avanzi delle poesie di quella amorosa fanciulla, immortale
    quanto le Muse.  Balzando  d'un  salto,  ho  trovato  Teresa  nel  suo
    gabinetto  su  quella  sedia  stessa  ove  io la vidi il primo giorno,
    quand'ella dipingeva il proprio ritratto. Era neglettamente vestita di
    bianco;  il tesoro delle sue chiome biondissime diffuse su le spalle e
    sul  petto,  i  suoi  divini  occhi nuotanti nel piacere,  il suo viso
    sparso di un soave languore, il suo braccio di rose, il suo piede,  le
    sue  dita  arpeggianti  mollemente,  tutto  tutto  era  armonia: ed io
    sentiva  una  nuova  delizia  nel  contemplarla.  Bens  Teresa  parea
    confusa,  veggendosi d'improvviso un uomo che la mirava cos discinta,
    ed io stesso cominciava dentro di me a rimproverarmi  d'importunit  e
    di  villania:  essa  tuttavia  proseguiva  ed  io  sbandiva tutt'altro
    desiderio,  tranne quello di adorarla,  e di udirla.  Io non so dirti,
    mio caro, in quale stato allora io mi fossi: so bene ch'io non sentiva
    pi il peso di questa vita mortale.
    S'alz sorridendo e mi lasci solo. Allora io rinveniva a poco a poco:
    mi  sono  appoggiato  col  capo  su quell'arpa e il mio viso si andava
    bagnando di lagrime - oh! mi sono sentito un po' libero.


    Padova, 7 Dicembre.

    Non lo vo' dire; pur temo assai non tu m'abbia pigliato in parola e ti
    sia maneggiato a tutto potere per cacciarmi dal mio  dolce  romitorio.
    Jeri  mi  sopravvenne  Michele  a  darmi  avviso da parte di mia madre
    ch'era gi allestito l'alloggio in Padova  dov'io  aveva  detto  altra
    volta (davvero appena me ne sovviene.  di volermi ridurre al riaprirsi
    della universit. Vero  ch'io avea fatto sacramento di venirci;  e te
    n'ho  scritto;  ma  aspettava il signore T*** - non per anche tornato.
    Del resto, ho fatto bene a cogliere il punto della mia vocazione, e ho
    abbandonato  i  miei  colli  senza  dire  addio  ad   anima   vivente.
    Diversamente,  malgrado le tue prediche e i miei proponimenti,  non mi
    sarei partito mai pi: e ti confesso  ch'io  mi  sento  un  certo  che
    d'amaro nel cuore, e che spesso mi salta la tentazione di ritornarvi -
    or  via  in  somma,  vedimi in Padova: e presto a diventar sapientone,
    acciocch tu non vada tuttavia predicando ch'io mi  perdo  in  pazzie.
    Per  altro  bado  di  non  volermiti  opporre  quando  mi verr voglia
    d'andarmene;  perch tu sai ch'io sono  nato  espressamente  inetto  a
    certe cose, massime quando si tratta di vivere con quel metodo di vita
    ch'esigono gli studj, a spese della mia pace e del mio libero genio, o
    di' pure,  ch'io tel perdono,  del mio capriccio.  Frattanto ringrazia
    mia madre,  e per minorarle il dispiacere,  fa di pronosticarle,  cos
    come se la cosa venisse da te,  ch'io qui non trover lunga stanza per
    pi d'un mese, o poco pi.


    Padova, 11 Dicembre.

    Ho conosciuto la moglie del patrizio M*** che abbandona i  tumulti  di
    Venezia  e  la  casa  del  suo indolente marito per godersi gran parte
    dell'anno in Padova.  Peccato!  la sua giovane bellezza ha gi perduto
    quella  vereconda  ingenuit  che  sola  diffonde le grazie e l'amore.
    Dotta assai nella donnesca galanteria,  si studia di piacere  non  per
    altro che per conquistare;  cos almeno giudico.  Tuttavolta,  chi sa!
    Ella sta con me  volentieri,  e  mormora  meco  sottovoce  sovente,  e
    sorride  quando la lodo;  tanto pi ch'ella non si pasce come le altre
    di quell'ambrosia di freddure chiamate be' motti, e frizzi di spirito,
    indizj sempre d'animo nato maligno.  Ora sappi che jer sera accostando
    la sua sedia alla mia,  mi parl d'alcuni miei versi, e innoltrando di
    mano in mano a ciarlare di s fatte inezie, non so come, nominai certo
    libro di cui ella mi richiese.  Promisi di recarglielo io  stamattina;
    addio - s'avvicina l'ora.


    Ore 2.

    Il  paggio  m'addit  un gabinetto ove innoltratomi appena,  mi si fe'
    incontro una donna di forse trentacinque anni leggiadramente  vestita,
    e  ch'io  non  avrei  presa  mai  per  cameriera  se  non  mi si fosse
    appalesata ella stessa,  dicendomi - La padrona  a  letto  ancora:  a
    momenti  uscir.  Un  campanello  la fe' correre nella stanza contigua
    ov'era il talamo della Dea,  ed io rimasi a  scaldarmi  al  caminetto,
    considerando ora una Danae dipinta sul soffitto,  ora le stampe di cui
    le pareti erano tutte coperte,  ed ora alcuni romanzi francesi gittati
    qua  e  l.  In  questa  le  porte si schiusero,  ed io sentiva l'aere
    d'improvviso odorato di mille  quintessenze,  e  vedeva  madama  tutta
    molle  e  rugiadosa  entrarsene  presta  presta e quasi intirizzita di
    freddo,  e abbandonarsi sovra una sedia d'appoggio che la cameriera le
    prepar presso al fuoco.  Mi salutava pi con le occhiate,  che con la
    persona -  e  mi  chiedea  sorridendo  s'io  m'era  dimenticato  della
    promessa.  Io  frattanto le porgeva il libro osservando con meraviglia
    ch'ella non era vestita che di una lunga e rada camicia la  quale  non
    essendo allacciata radeva quasi il tappeto, lasciando ignude le spalle
    e  il  petto  ch'era  per  altro voluttuosamente difeso da una candida
    pelle in cui ella stavasi involta.  I suoi capelli bench imprigionati
    da  un  pettine,  accusavano  il sonno recente;  perch alcune ciocche
    posavano i loro ricci or sul collo,  or fin dentro il seno,  quasi che
    quelle picciole liste nerissime dovessero servire agli occhi inesperti
    di  guida;  ed  altre  calando  gi  dalla  fronte  le ingombravano le
    pupille;  essa frattanto alzava le dita per diradarle e  talvolta  per
    avvolgerle e rassettarle meglio nel pettine, mostrando in questo modo,
    forse sopra pensiero,  un braccio bianchissimo e tondeggiante scoperto
    dalla camicia che nell'alzarsi della mano cascava fin'oltre il gomito.
    Posando sopra un piccolo trono di guanciali si volgeva con compiacenza
    al suo cagnuolino che le si accostava e fuggiva e correva torcendo  il
    dosso e scuotendo le orecchie e la coda. Io mi posi a sedere sopra una
    seggiola   avvicinata  dalla  cameriera  che  si  era  gi  dileguata.
    Quell'adulatrice bestiuola schiattiva, e mordendole e scompigliandole,
    quasi avesse intenzione,  con  le  zampine  gli  orli  della  camicia,
    lasciava  apparire una gentile pianella di seta rosa-languida,  e poco
    dopo un picciolo piede,  o  Lorenzo,  simile  a  quello  che  l'Albano
    dipingerebbe a una Grazia ch'esce dal bagno.  O! se tu avessi, com'io,
    veduto  Teresa  nell'atteggiamento  medesimo,   presso  un   focolare,
    anch'ella appena balzata di letto, cos discinta, cos - chiamandomi a
    mente  quel  fortunato mattino mi ricordo che non avrei osato respirar
    l'aria che la circondava,  e tutti tutti i miei  pensieri  si  univano
    riverenti  e paurosi soltanto per adorarla - e certo un genio benefico
    mi present la immagine di Teresa; perch'io, non so come,  ebbi l'arte
    di guardare con un rattenuto sorriso il cagnuolino, e la bella, poi il
    cagnuolino,  e di bel nuovo il tappeto ove posava il bel piede;  ma il
    bel piede era intanto sparito. M'alzai chiedendole perdono ch'io fossi
    venuto fuor d'ora;  e la lasciai quasi pentita  -  certo;  di  gaja  e
    cortese si fe' un po' contegnosa - del resto non so.  Quando fui solo,
    la mia ragione, che  in perpetua lite con questo mio cuore, mi andava
    dicendo: Infelice!  temi soltanto di quella belt  che  partecipa  del
    celeste:  prendi  dunque  partito,   e  non  ritrarre  le  labbra  dal
    contravveleno che la fortuna ti porge.  Lodai la ragione;  ma il cuore
    aveva  gi  fatto  a suo modo.  - T'accorgerai che questa lettera la 
    ricopiata, perch'io ho voluto sfoggiare lo bello stile.
    O!  la  canzoncina  di  Saffo!   io  vado  canticchiandola  scrivendo,
    passeggiando, leggendo: n cos io vaneggiava, o Teresa, quando non mi
    era  conteso  di  poterti  vedere e udire: pazienza!  undici miglia ed
    eccomi a casa; e poi altre due; e poi? - Quante volte mi sarei fuggito
    da questa terra se il timore di  non  essere  dalle  mie  disavventure
    strascinato  troppo  lontano  da  te,  non  mi  trattenesse  in  tanto
    pericolo? qui siamo almeno sotto lo stesso cielo.

    P.S.  Ricevo in questo momento tue lettere - e torna,  Lorenzo!  la  
    pure la quinta volta che tu mi tratti da innamorato: innamorato s,  e
    che perci? Ho veduto di molti innamorarsi della Venere Medicea, della
    Psiche,  e perfin della Luna o di qualche stella lor  favorita.  E  tu
    stesso non eri talmente entusiasta di Saffo, che pretendevi ravvisarne
    il  ritratto  nella  pi  bella donna che tu conoscessi,  trattando da
    maligni e ignoranti coloro che la dipingono piccola, bruna, e bruttina
    anzi che no?
    Fuor di scherzo: conosco d'essere un cervello bizzarro,  e stravagante
    fors'anche;  ma  dovr perci vergognarmi?  di che?  - da pi d tu mi
    vuoi cacciar per la testa il grillo di arrossire:  ma,  salva  la  tua
    grazia, io non so, n posso, n devo arrossire di cosa alcuna rispetto
    a Teresa, n pentirmi, n dolermi. - E viviti lieto.


    Padova.

    Di questa lettera si sono smarrite due carte dove Jacopo narrava certo
    dispiacere  a  cui  per  la  sua natura veemente e pe' suoi modi assai
    schietti  and   incontro.   L'editore,   propostosi   di   pubblicare
    religiosamente l'autografo, crede acconcio d'inserire ci che di tutta
    la  lettera gli rimane,  tanto pi che da questo si pu quasi desumere
    quello che manca.

    manca la prima carta.

    ...

    ...  riconoscente de' beneficj,  sono  riconoscentissimo  anche  delle
    ingiurie;  e  nondimeno  tu  sai  quante  volte io le ho perdonate: ho
    beneficato chi mi ha offeso;  e talora ho compianto chi mi ha tradito.
    Ma le piaghe fatte al mio onore,  Lorenzo! - doveano essere vendicate.
    Io non so che ti abbiano scritto, n ho cura di saperlo.  Ma quando mi
    s'affacci  quello sciagurato,  quantunque da tre anni quasi io non lo
    rivedeva,  m'intesi ardere tutte le  membra;  eppur  mi  contenni.  Ma
    doveva egli con nuovi frizzi inasprire l'antico mio sdegno? Io ruggiva
    quel giorno come un leone,  e mi pareva che l'avrei sbranato, anche se
    l'avessi trovato nel santuario.
    Due giorni dopo, il codardo scans le vie dell'onore,  ch'io gli aveva
    esibite;  e tutti gridavano la crociata contro di me, come s'io avessi
    dovuto tranguggiarmi pacificamente una  ingiuria  da  colui,  che  ne'
    tempi  addietro  mi  aveva mangiato la met del cuore.  Questa galante
    gentaglia affetta generosit,  perch non ha coraggio di vendicarsi  a
    visiera alzata; ma chi vedesse i notturni pugnali, e le calunnie, e le
    brighe!  - E dall'altra parte io non l'ho soperchiato.  Gli dissi: Voi
    avete braccia, e petto al pari di me, ed io sono mortale come voi.  Ei
    pianse,  e  grid;  ed  allora  la ira,  quella furia mia dominatrice,
    cominci ad ammansarsi,  perch dall'avvilimento di lui mi accorsi che
    il coraggio non deve dare diritto per opprimere il debole. Ma deve per
    questo  il debole provocare chi sa trarne vendetta?  Credimi: ci vuole
    una stupida  bassezza  o  una  sovrumana  filosofia  per  lasciarsi  a
    beneplacito d'un nemico che ha faccia impudente,  anima negra,  e mano
    tremante.
    Frattanto l'occasione mi ha smascherato tutti que' signorotti,  che mi
    giuravano  sviscerata  amicizia;  che  ad  ogni  mia parola faceano le
    meraviglie;  e che ad ogni ora mi proferivano la loro borsa e  il  lor
    cuore.  Sepolture!  bei  marmi,  e pomposi epitaffi: ma schiudili,  vi
    trovi vermi e fetore.  Pare a te,  mio Lorenzo,  che se l'avversit ci
    riducesse  a  domandar  del  pane,  vi sarebbe taluno memore delle sue
    promesse? o nessuno, o qualche astuto soltanto,  che co' suoi beneficj
    vorrebbe  comperare  il nostro avvilimento.  Amici da bonaccia,  nelle
    burrasche ti annegano.  Per costoro tutto  calcolo in fondo.  Onde se
    v'ha taluno nelle cui viscere fremano le generose passioni,  o le deve
    strozzare,  o rifuggirsi come le aquile e le fiere magnanime ne' monti
    inaccessibili  e  nelle  foreste  lungi dalla invidia e dalla vendetta
    degli uomini.  Le sublimi  anime  passeggiano  sopra  le  teste  della
    moltitudine che oltraggiata dalla loro grandezza tenta d'incatenarle o
    di deriderle,  e chiama pazzie le azioni ch'essa immersa nel fango non
    pu, non che ammirare,  conoscere.  - Io non parlo di me;  ma quand'io
    ripenso  agli  ostacoli  che  frappone la societ al genio ed al cuore
    dell'uomo,  e come ne' governi licenziosi o tirannici tutto    briga,
    interesse  e  calunnia  -  io m'inginocchio a ringraziar la Natura che
    dotandomi di questa indole,  nemica  di  ogni  servit,  mi  ha  fatto
    vincere  la  fortuna  e  mi  ha  insegnato  a innnalzarmi sopra la mia
    educazione. So che la prima, sola,  vera scienza  questa dell'uomo la
    quale  non  si  pu  studiare nella solitudine,  e ne' libri: e so che
    ognuno  dee  prevalersi  della  propria  fortuna,  o  dell'altrui  per
    camminare con qualche sostegno su i precipizj della vita. Sia: per me,
    pavento  d'essere ingannato da chi saprebbe ammaestrarmi,  precipitato
    da quella stessa fortuna che potrebbe innalzarmi; e battuto dalla mano
    che avrebbe tanto vigore da sostenermi...

    manca un'altra carta.

    ...

    ...  s'io fossi nuovo: ma ho sentito fieramente tutte le passioni,  n
    potrei vantarmi intatto da tutti i vizj.  E' vero, che nessun vizio mi
    ha  vinto  mai,  e  ch'io  in  questo  terrestre  pellegrinaggio  sono
    d'improvviso  trapassato  dai giardini ai deserti: ma insieme confesso
    che i miei ravvedimenti nacquero da  un  certo  sdegno  orgoglioso,  e
    dalla  disperazione di trovare la gloria e la felicit a cui da' primi
    anni io agognava.  S'io avessi venduta la fede,  rinnegata la  verit,
    trafficato  il  mio  ingegno,  credi tu ch'io non vivrei pi onorato e
    tranquillo?  Ma gli onori e la  tranquillit  del  mio  secolo  guasto
    meritano  forse di essere acquistati col sagrificio dell'anima?  Forse
    pi che l'amore della virt,  il timore della bassezza m'ha  rattenuto
    alle volte da quelle colpe, che sono rispettate ne' potenti, tollerate
    ne'  pi,  ma  che  per  non lasciare senza vittime il simulacro della
    giustizia sono punite nei miseri.  No;  n umana forza,  n prepotenza
    divina  mi  faranno  recitare  mai  nel  teatro del mondo la parte del
    piccolo briccone.  Per vegliare le notti nel gabinetto delle belle pi
    illustri,  ben io mi so che conviene professare libertinaggio,  perch
    le vogliono  mantenersi  in  riputazione  dove  sospettano  ancora  il
    pudore.  E  taluna  m'addottrin  nelle  arti  della  seduzione,  e mi
    confort al tradimento - e  avrei  forse  tradito  e  sedotto;  ma  il
    piacere  ch'io ne sperava scendeva amarissimo dentro il mio cuore,  il
    quale non ha saputo mai pacificarsi co' tempi,  o far alleanza con  la
    ragione.  E  per  tu mi udivi assai volte esclamare che tutto dipende
    dal cuore!  - dal cuore che n gli uomini n il  cielo,  n  i  nostri
    medesimi interessi possono cangiar mai.
    Nella  Italia  pi  culta,  e in alcune citt della Francia ho cercato
    ansiosamente il bel mondo ch'io sentiva magnificare con tanta  enfasi:
    ma dappertutto ho trovato volgo di nobili,  volgo di letterati,  volgo
    di belle, e tutti sciocchi,  bassi,  maligni;  tutti.  Mi sono intanto
    sfuggiti  que'  pochi  che  vivendo negletti fra il popolo o meditando
    nella solitudine serbano rilevati i caratteri della  loro  indole  non
    ancora strofinata.  Intanto io correva di qua,  di l,  di su,  di gi
    come  le  anime  de'  scioperati  cacciate   da   Dante   alle   porte
    dell'inferno,  non  reputandole degne di starsi fra' perfetti dannati.
    In tutto un anno  sai  tu  che  raccolsi?  ciance,  vituperj,  e  noja
    mortale.   -  E  qui  dond'io  guardava  il  passato  tremando,  e  mi
    rassicurava,  credendomi in porto,  il demonio mi strascina a s fatti
    malanni.  - Or tu vedi ch'io debbo drizzar gli occhi miei al raggio di
    salute che il Cielo mi ha presentato.  Ma ti scongiuro,  lascia andare
    l'usata  predica: Jacopo Jacopo!  questa tua indocilit ti fa divenire
    misantropo.  E' ti pare che se odiassi gli uomini,  mi dorrei come fo'
    de' lor vizj?  tuttavia poich non so riderne,  e temo di rovinare, io
    stimo migliore partito la ritirata.  E  chi  mi  affida  dall'odio  di
    questa  razza  d'uomini  tanto  da me diversa?  n giova disputare per
    iscoprire per chi stia la ragione: non lo so; n la pretendo tutta per
    me.  Quello che importa,  si  (e tu in ci sei d'accordo.  che questa
    indole  mia altera,  salda,  leale;  o piuttosto ineducata,  caparbia,
    imprudente,  e la religiosa etichetta che veste  d'una  stessa  divisa
    tutti  gli esterni costumi di costoro,  non si confanno;  e davvero io
    non mi sento in umore di  mutar  abito.  Per  me  dunque    disperata
    perfino  la  tregua,  anz'io  sono in aperta guerra,  e la sconfitta 
    imminente;  poich non so neppure combattere  con  la  maschera  della
    dissimulazione,  virt d'assai credito e di maggiore profitto.  Ve' la
    gran presunzione! io mi reputo meno brutto degli altri e sdegno perci
    di contraffarmi;  anzi buono o reo ch'io mi sia,  ho la generosit,  o
    di' pure la sfrontatezza, di presentarmi nudo, e quasi quasi come sono
    uscito dalle mani della Natura.  Che se talvolta io dico fra me: Pensi
    tu che la verit in bocca tua sia men temeraria?  io da ci ne  desumo
    che sarei matto se avendo trovato nella mia solitudine la tranquillit
    de' Beati, i quali s'imparadisano nella contemplazione del sommo bene,
    io  per  non  istare  a  rischio  d'innamorarmi  (ecco  la  tua solita
    antifona. mi commettessi alla discrezione di questa ciurma cerimoniosa
    e maligna.


    Padova, 23 Dicembre.

    Questo scomunicato paese m'addormenta l'anima,  nojata della vita:  tu
    puoi  garrirmi a tua posta,  in Padova non so che farmi: se tu vedessi
    con che faccia sguajata mi sto qui  scioperando  e  durando  fatica  a
    incominciarti questa meschina lettera!  - Il padre di Teresa  tornato
    a' colli e mi ha scritto;  gli ho risposto dandogli avviso che fra non
    molto ci rivedremo; e mi pare mill'anni.
    Questa universit (come saranno, pur troppo, tutte le universit della
    terra!.    per  lo pi composta di professori orgogliosi e nemici fra
    loro,  e di scolari dissipatissimi.  Sai tu perch fra  la  turba  de'
    dotti  gli  uomini  sommi  son  cos  rari?  Quello  istinto  ispirato
    dall'alto  che  costituisce  il  GENIO  non  vive  se  non  se   nella
    indipendenza e nella solitudine, quando i tempi vietandogli d'operare,
    non gli lasciano che lo scrivere. Nella societ si legge molto, non si
    medita,  e si copia;  parlando sempre, si svapora quella bile generosa
    che fa sentire,  pensare,  e scrivere fortemente: per balbettar  molte
    lingue,  si  balbetta  anche  la  propria,  ridicoli  a  un tempo agli
    stranieri e a noi stessi: dipendenti dagl'interessi, dai pregiudizj, e
    dai vizj degli uomini fra' quali si vive,  e guidati da una catena  di
    doveri e di bisogni,  si commette alla moltitudine la nostra gloria, e
    la nostra felicit: si palpa la ricchezza e la possanza,  e si paventa
    perfino  di  essere  grandi  perch  la  fama  aizza i persecutori,  e
    l'altezza di animo fa sospettare i governi;  e i principi vogliono gli
    uomini tali da non riescire n eroi, n incliti scellerati mai. E per
    chi  in  tempi  schiavi    pagato  per  istruire,  rado  o non mai si
    sacrifica al vero e al suo sacrosanto istituto;  quindi quell'apparato
    delle  lezioni  cattedratiche le quali ti fanno difficile la ragione e
    sospetta la verit.  - Se non ch'io d'altronde sospetto che gli uomini
    tutti sieno altrettanti ciechi che viaggiano al bujo, alcuni de' quali
    si  schiudano  le  palpebre  a  fatica  immaginando  di distinguere le
    tenebre fra le quali denno pur camminar brancolando. Ma questo sia per
    non detto: e' ci sono certe opinioni che andrebbero disputate con que'
    pochi soltanto che guardano le scienze col  sogghigno  con  che  Omero
    guardava le gagliardie delle rane e de' topi.
    A questo proposito: vuoi tu darmi retta una volta? or che Dio mand il
    compratore,  vendi  in corpo e in anima tutti i miei libri.  Che ho da
    fare di quattro migliaja e pi  di  volumi  ch'io  non  so  n  voglio
    leggere?   Preservami  que'  pochissimi  che  tu  vedrai  ne'  margini
    postillati di mia mano. O come un tempo io m'affannava profondendo co'
    librai tutto il mio!  ma questa pazzia la non se n' ita  se  non  per
    cedere forse luogo ad un'altra.  Il danaro dllo a mia madre. Cercando
    di rifarla di tante spese - io non so come, ma, a dirtela, darei fondo
    a un tesoro - questo ripiego mi  sembrato il  pi  spiccio.  I  tempi
    diventano  sempre  pi  calamitosi,  e  non  giusto che quella povera
    donna meni per me disagiata la poca vita che ancora le avanza.
    Addio.


    Da' colli Euganei, 3 Gennajo 1798.

    Perdona;  ti credeva pi savio.  - Il genere umano  questo branco  di
    ciechi  che  tu  vedi  urtarsi,  spingersi,  battersi,  e incontrare o
    strascinarsi dietro la inesorabile fatalit.  A che dunque seguire,  o
    temere  ci  che  ti deve succedere?  M'inganno?  l'umana prudenza pu
    rompere questa catena invisibile di casi e d'infiniti minimi accidenti
    che noi chiamiamo destino?  sia: ma pu ella per questo mettere sicuro
    lo  sguardo fra le ombre dell'avvenire?  O!  tu nuovamente mi esorti a
    fuggire Teresa;  e gli  come dirmi: Abbandona ci che ti fa  cara  la
    vita;  trema  del  male,  e  t'imbatti  nel  peggio.  Ma poniamo ch'io
    paventando il pericolo da prudente,  dovessi chiudere  l'anima  mia  a
    ogni barlume di felicit, tutta la mia vita non somiglierebbe forse le
    austere  giornate  di  questa  nebbiosa  stagione,  le  quali ci fanno
    desiderare di poter non esistere  fin  tanto  ch'esse  rattristano  la
    Natura? Di' il vero, Lorenzo; or non saria meglio che parte almeno del
    mattino  fosse  confortata  dal  raggio  del Sole anche a patti che la
    notte si rapisse il d innanzi sera?  Che s'io dovessi far  sempre  la
    guardia  a questo mio cuore prepotente,  sarei con me stesso in eterna
    guerra, e senza pro. Navigher per perduto, e vada come sa andare. -

    "Intanto io
    Sento l'aura mia antica, e i dolci colli
    Veggo apparir (3)!"


    10 Gennajo.

    Odoardo spera distrigato il suo  affare  tra  un  mese;  cos  scrive:
    torner dunque,  a dir tardi, a primavera. - Allora s, verso ai primi
    d'Aprile, creder ragionevole di partirmi.


    19 Gennajo.

    Umana vita?  sogno;  ingannevole sogno al quale noi pur diam  s  gran
    prezzo,  siccome  le  donnicciuole  ripongono  la  loro  ventura nelle
    superstizioni e ne' presagj!  Bada;  ci cui tu stendi  avidamente  la
    mano  un'ombra forse,  che mentre  a te cara,  a tal altro  nojosa.
    Sta dunque tutta la mia felicit nella vota apparenza delle  cose  che
    ora  m'attorniano;  e  s'io  cerco  alcun  che  di  reale,  o  torno a
    ingannarmi,  o spazio attonito e spaventato nel nulla!  Io non lo  so;
    ma,  per  me,  temo che Natura abbia costituito la nostra specie quasi
    minimo anello passivo dell'incomprensibile suo sistema,  dotandone  di
    cotanto  amor  proprio,  perch  il  sommo  timore e la somma speranza
    creandoci nella immaginazione una infinita serie di mali e di beni, ci
    tenessero pur sempre affannati  di  questa  esistenza  breve,  dubbia,
    infelice.  E mentre noi serviamo ciecamente al suo fine, essa ride del
    nostro orgoglio che ci fa reputare l'universo creato solo per  noi,  e
    noi soli degni e capaci di dar leggi al creato.
    Andava  dianzi  perdendomi  per le campagne,  inferrajuolato sino agli
    occhi,  considerando lo squallore della terra tutta sepolta  sotto  le
    nevi,  senza  erba n fronda che mi attestasse le sue passate dovizie.
    N potevano gli occhi miei lungamente fissarsi su le spalle de' monti,
    il vertice de' quali era immerso in una negra nube  di  gelida  nebbia
    che piombava ad accrescere il lutto dell'aere freddo ed ottenebrato. E
    parevami vedere quelle nevi disciogliersi e precipitare a torrenti che
    innondavano  il piano,  trascinandosi impetuosamente piante,  armenti,
    capanne,  e sterminando in un giorno le fatiche di tanti  anni,  e  le
    speranze di tante famiglie. Trapelava di quando in quando un raggio di
    Sole,  il  quale  quantunque  restasse poi soverchiato dalla caligine,
    lasciava pur divedere che sua merc soltanto il mondo non era dominato
    da una perpetua notte profonda.  Ed io rivolgendomi a quella parte  di
    cielo  che albeggiando manteneva ancora le tracce del suo splendore: -
    O Sole, diss'io, tutto cangia quaggi! E verr giorno che Dio ritirer
    il suo sguardo da te,  e tu pure sarai trasformato;  n pi allora  le
    nubi  corteggeranno i tuoi raggi cadenti;  n pi l'alba inghirlandata
    di celesti rose verr cinta di un tuo raggio su l'oriente ad annunziar
    che tu  sorgi.  Godi  intanto  della  tua  carriera,  che  sar  forse
    affannosa,  e simile a questa dell'uomo;  tu 'l vedi;  l'uomo non gode
    de' suoi giorni;  e se talvolta gli    dato  di  passeggiare  per  li
    fiorenti  prati  d'Aprile,  dee  pur  sempre  temere  l'infocato  aere
    dell'estate, e il ghiaccio mortale del verno.


    22 Gennajo.

    Cos va,  caro amico: - stavami al focolare  del  mio  castaldo,  dove
    alcuni   villani  de'  contorni  s'adunano  a  crocchio  a  scaldarsi,
    contandosi le loro novelle e le antiche avventure.  Entr una  ragazza
    scalza, assiderata, e fattasi all'ortolano, lo richiese della limosina
    per la povera vecchia.  Mentre la si stava rifocillando al fuoco, esso
    le preparava due fasci di legna e due pani bigi.  La villanella se  li
    pigli,  e salutandoci,  usc.  Usciva io pure,  e senz'avvedermi,  la
    seguitava calcando dietro le sue peste la neve. Giunta a un mucchio di
    ghiaccio,  si sofferm esaminando con gli occhi un altro sentiero,  ed
    io raggiungendola: - Andate voi lontano ragazza?  - Signor mio, no; un
    mezzo miglio.  - Pur que' due fasci  vi  fanno  camminare  a  disagio;
    lasciatene  portare  uno anche a me.  - I fasci tanto non mi darebbero
    noja se me li potessi reggere sulla spalla con tutte due  le  braccia;
    ma questi due pani m'intrigano. - Or via, porter i pani. - Non fiat,
    e  la  si fe' tutta rossa,  e mi porse i pani ch'io mi riposi sotto il
    tabarro.  Dopo breve ora entrammo in una  capannuccia.  Sedeva  in  un
    cantuccio  una  vecchierella  con  un caldano fra piedi pieno di brace
    smorzata sovra le quali stendeva le palme,  appoggiando i polsi su  le
    estremit  de' ginocchi.  - Buongiorno,  madre.  - Buongiorno.  - Come
    state voi, madre? - N a questa, n a dieci altre interrogazioni mi fu
    possibile d'impetrare risposta;  perch'essa attendeva a riscaldarsi le
    mani, alzando gli occhi di quando in quando come per vedere se eravamo
    ancora  partiti.  Posammo  trattanto  quelle  poche provvisioni,  e la
    vecchia,  senza pi guardar noi,  le  stava  considerando  con  occhio
    mobile: e a' nostri saluti e alle promesse di ritornare domani, la non
    rispose se non se un'altra volta quasi per forza - Buongiorno.
    Ravviandoci verso casa, la villanella mi raccontava, come quella donna
    ad  onta  di  forse ottanta anni e pi,  e di una difficilissima vita,
    perch talvolta avveniva che i temporali  vietavano  a'  contadini  di
    recarle  la  limosina che le raccoglievano,  in guisa che vedevasi sul
    punto di perire d'inedia,  pur nondimeno tremava tuttavia di morire  e
    borbottava sempre sue preci perch il cielo la tenesse ancor viva.  Ho
    poi udito dire a' vecchi del contado,  che da molti anni  le  mor  di
    un'archibugiata il marito dal quale ebbe figliuoli e figliuole,  e poi
    generi,  nuore e nipoti ch'essa vide tutti perire e cascarle l'un dopo
    l'altro a' piedi nell'anno memorabile della fame. - Eppur, fratel mio,
    n  i  passati  n i presenti mali la uccidono,  e si palpa ancora una
    vita che nuota sempre in un mar di dolore.
    Ahi dunque!  tanti affanni assediano la nostra vita,  che a mantenerla
    vuolsi non meno che un cieco istinto prepotente per cui (quantunque la
    Natura  ci  spiani  i  mezzi  da  liberarcene.  siamo spesso forzati a
    comperarla  con  l'avvilimento,  col  pianto,  e  talvolta  ancor  col
    delitto!


    17 Marzo (4).

    Da  due mesi non ti do segno di vita,  e tu ti se' sgomentato;  e temi
    ch'io sia vinto oggimai dall'amore  da  dimenticarmi  di  te  e  della
    patria. Fratel mio Lorenzo, tu conosci pur poco me e il cuore umano ed
    il  tuo,  se  presumi che il desiderio di patria possa temperarsi mai,
    non che spegnersi; se credi che ceda ad altre passioni - ben irrita le
    altre passioni,  e n' pi irritato;  ed  pur vero,  e in questo  hai
    detto  pur  bene!  L'amore  in  un'anima  esulcerata,  e dove le altre
    passioni sono disperate,  riesce onnipotente - e io lo provo;  ma  che
    riesca funesto, t'inganni: senza Teresa, io sarei forse oggi sotterra.
    La Natura crea di propria autorit tali ingegni da non poter essere se
    non  generosi;  venti  anni  addietro  s  fatti ingegni si rimanevano
    inerti ed assiderati nel sopore universale d'Italia: ma i tempi d'oggi
    hanno ridestato in essi le virili e  natie  loro  passioni;  ed  hanno
    acquistato tal tempra,  che spezzarli puoi,  piegarli non mai. E non 
    sentenza metafisia questa: la  verit che splende nella vita di molti
    antichi  mortali  gloriosamente  infelici:  verit  di  cui  mi   sono
    accertato  convivendo  fra  molti  nostri concittadini: e li compiango
    insieme e gli ammiro;  da  che,  se  Dio  non  ha  piet  dell'Italia,
    dovranno   chiudere   nel  loro  secreto  il  desiderio  di  patria  -
    funestissimo! perch o strugge, o addolora tutta la vita;  e nondimeno
    anzich abbandonarlo,  avranno cari i pericoli, e quell'angoscia, e la
    morte. Ed io mi sono uno di questi; e tu, mio Lorenzo.
    Ma s'io scrivessi intorno a quello ch'io vidi, e so delle cose nostre,
    farei cosa superflua e crudele ridestando in voi tutti il  furore  che
    vorrei pur sopire dentro di me: piango, credimi, la patria - la piango
    secretamente, e desidero,

    "Che le lagrime mie si spargan sole". (5)

    Un'altra  specie d'amatori d'Italia si quereli ad altissima voce a sua
    posta.  Esclamano d'essere stati venduti e traditi: ma se  si  fossero
    armati sarebbero stati vinti forse,  non mai traditi;  e se si fossero
    difesi  sino  all'ultimo  sangue,  n  i  vincitori  avrebbero  potuto
    venderli,  n i vinti si sarebbero attentati di comperarli. Se non che
    moltissimi de' nostri presumono che la libert si  possa  comperare  a
    danaro;   presumono   che  le  nazioni  straniere  vengano  per  amore
    dell'equit  a  trucidarsi  scambievolmente  su'  nostri  campi   onde
    liberare l'Italia!  Ma i francesi che hanno fatto parere esecrabile la
    divina teoria della pubblica libert,  faranno  da  Timoleoni  in  pro
    nostro? - Moltissimi intanto si fidano nel Giovine Eroe nato di sangue
    italiano;  nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e
    crudele,  non m'aspetter mai cosa utile ed alta per noi.  Che importa
    ch'abbia il vigore e il fremito del leone,  se ha la mente volpina,  e
    se ne compiace? S; basso e crudele - n gli epiteti sono esagerati. A
    che non ha egli venduto Venezia con aperta e generosa ferocia? Selim I
    che fece scannare sul Nilo trenta  mila  guerrieri  Circassi  arresisi
    alla  sua  fede,  e Nadir Schah che nel nostro secolo trucid trecento
    mila Indiani,  sono pi atroci,  bens meno spregevoli.  Vidi con  gli
    occhi  miei  una costituzione democratica postillata dal Giovine Eroe,
    postillata di mano sua,  e mandata  da  Passeriano  a  Venezia  perch
    s'accettasse;  e  il  trattato  di  Campo Formio era gi da pi giorni
    firmato e Venezia era trafficata;  e la fiducia che l'Eroe nutriva  in
    noi  tutti  ha  riempito  l'Italia di proscrizioni,  d'emigrazioni,  e
    d'esilii.  - Non accuso la ragione di stato che vende come branchi  di
    pecore le nazioni: cos fu sempre, e cos sar: piango la patria mia,

    "Che mi fu tolta, e il modo ancor m'offende". (6)

    Nasce italiano, e soccorrer un giorno alla patria: - altri sel creda;
    io risposi,  e risponder sempre: La Natura lo ha creato tiranno: e il
    tiranno non guarda a patria; e non l'ha.
    Alcuni altri de'  nostri,  veggendo  le  piaghe  d'Italia,  vanno  pur
    predicando  doversi sanarle co' rimedi estremi necessari alla libert.
    Ben  vero, l'Italia ha preti e frati;  non gi sacerdoti: perch dove
    la  religione non  inviscerata nelle leggi e ne' costumi d'un popolo,
    l'amministrazione del culto  bottega. L'Italia ha de' titolati quanti
    ne vuoi;  ma non ha propriamente patrizj: da che i  patrizj  difendono
    con  una  mano la repubblica in guerra,  e con l'altra la governano in
    pace; e in Italia sommo fasto de' nobili  il non fare e il non sapere
    mai nulla. Finalmente abbiamo plebe; non gi cittadini;  o pochissimi.
    I  medici,  gli avvocati,  i professori d'universit,  i letterati,  i
    ricchi mercatanti,  l'innumerabile schiera degl'impiegati  fanno  arti
    gentili essi dicono,  e cittadinesche;  non per hanno nerbo e diritto
    cittadinesco. Chiunque si guadagna sia pane, sia gemme con l'industria
    sua personale, e non  padrone di terre,  non  se non parte di plebe;
    meno  misera,  non  gi  meno serva.  Terra senza abitatori pu stare;
    popolo senza terra,  non mai: quindi i pochi signori  delle  terre  in
    Italia,  saranno  pur  sempre  dominatori  invisibili ed arbitri della
    nazione.  Or di preti e frati facciamo de'  sacerdoti;  convertiamo  i
    titolati in patrizj;  i popolani tutti,  o molti almeno,  in cittadini
    abbienti, e possessori di terre - ma badiamo! senza carnificine; senza
    riforme sacrileghe di religione; senza fazioni;  senza proscrizioni n
    esilii;  senza  ajuto e sangue e depredazioni d'armi straniere;  senza
    divisione  di  terre;  n  leggi  agrarie;   n  rapine  di  propriet
    famigliari - da che se mai (a quanto intesi ed intendo.  se mai questi
    rimedi  necessitassero  a  liberarne  dal   nostro   infame   perpetuo
    servaggio,  io  per  me  non  so  cosa  mi piglierei - n infamia,  n
    servit: ma neppur essere esecutore di s crudeli e spesso  inefficaci
    rimedi  -  se  non che all'individuo restano molte vie di salute;  non
    fosse altro il sepolcro:  -  ma  una  nazione  non  si  pu  sotterrar
    tuttaquanta.  E per,  se scrivessi, esorterei l'Italia a pigliarsi in
    pace il suo stato presente,  e a lasciare alla Francia la  obbrobriosa
    sciagura  di  avere  svenato  tante vittime umane alla Libert - su le
    quali la tirannide de' Cinque, o de' Cinquecento, o di Un solo - torna
    tutt'uno - hanno piantato e pianteranno i lor troni;  e vacillanti  di
    minuto  in  minuto,  come  tutti  i  troni  che hanno per fondamenta i
    cadaveri.
    Il lungo tempo da che non ti scrivo non  corso perduto per me;  credo
    invece  d'avere  guadagnato  anche  troppo  -  ma guadagni fatali!  Il
    sigoore T*** ha moltissimi libri di filosofia politica,  e i  migliori
    storici  del mondo moderno: e tra per non volermi trovare assai spesso
    vicino a Teresa, tra per noja e per curiosit,  due vigili istigatrici
    del  genere  umano  -  mi  son fatto mandare que' libri;  e parte n'ho
    letto,  parte ne ho scartabellato,  e mi  furono  tristi  compagni  di
    questa  vernata.  Certo  che  pi  amabile  compagnia  mi  parvero gli
    uccelletti i quali cacciati per disperazione  dal  freddo  a  cercarsi
    alimento vicino alle abitazioni degli uomini loro nemici,  si posavano
    a famiglie e a trib sul mio  balcone  dov'io  apparecchiava  loro  da
    desinare  e da cena - ma forse ora che va cessando il loro bisogno non
    mi visiteranno mai pi.  Intanto dalle mie lunghe letture ho raccolto:
    Che  il  non  conoscere  gli  uomini    pur  cosa  pericolosa;  ma il
    conoscerli quando non s'ha cuore  da  volerli  ingannare    pur  cosa
    funesta!  Ho  raccolto:  Che  le molte opinioni de' molti libri,  e le
    contraddizioni storiche,  t'inducono al pirronismo e ti  fanno  errare
    nella confusione, e nel caos, e nel nulla: ond'io, a chi mi stringesse
    o  di sempre leggere,  o di non leggere mai,  mi torrei di non leggere
    mai;  e cos forse far.  Ho raccolto: Che abbiamo tutti passioni vane
    com' appunto la vanit della vita;  e che nondimeno s fatta vanit 
    la sorgente de'  nostri  errori,  del  nostro  pianto,  e  de'  nostri
    delitti.
    Pur  nondimeno  io  mi sento rinsanguinare pi sempre all'anima questo
    furore di patria: e quando penso a Teresa - e se spero - rientro in un
    subito in me assai pi costernato  di  prima;  e  ridico:  Quand'anche
    l'amica  mia  fosse  madre  de'  miei figliuoli,  i miei figliuoli non
    avrebbero patria;  e la cara campagna della mia vita se n'accorgerebbe
    gemendo.  - Pur troppo!  alle altre passioni che fanno alle giovinette
    sentire sull'aurora del loro giorno fuggitivo i dolori,  e  pi  assai
    alle  giovinette  italiane,  s'  aggiunto  questo  infelice  amore di
    patria. Ho sviato il signore T*** da' discorsi di politica,  de' quali
    si  appassiona - sua figlia non apriva mai bocca: ma io pur m'avvedeva
    come le angosce di suo padre e le mie si rovesciavano nelle viscere di
    quella fanciulla.  Tu sai che non  femminetta volgare: e prescindendo
    anche  da'  suoi  interessi  -  da che in altri tempi avrebbero potuto
    eleggersi altro marito -   dotata  d'animo  altero,  e  di  signorili
    pensieri.  E  vede  quanto  m'  grave  quest'ozio  di oscuro e freddo
    egoista in cui logoro tutti i miei giorni -  davvero,  Lorenzo;  anche
    tacendo,  io  paleso  che  sono misero e vile dinanzi a me stesso.  La
    volont forte e la  nullit  di  potere  in  chi  sente  una  passione
    politica  lo  fanno  sciaguratissimo  dentro di s: e se non tace,  lo
    fanno parere ridicolo al mondo; si fa la figura di paladino da romanzo
    e d'innamorato impotente della propria citt.  Quando Catone s'uccise,
    un povero patrizio, chiamato Cozio, lo imit: l'uno fu ammirato perch
    aveva  prima tentato ogni via a non servire;  l'altro fu deriso perch
    per amore della libert non seppe far altro che uccidersi.
    Ma qui stando,  non foss'altro co' miei pensieri,  presso a  Teresa  -
    perch'io  regno  ancor  tanto sopra di me,  ch'io lascio passare tre e
    quattro giorni senza vederla - pur il solo ricordarmene mi fa  provare
    un  foco soave,  un lume,  una consolazione di vita - breve forse,  ma
    divina  dolcezza  -  e  cos  mi  preservo  per  ora  dalla   assoluta
    disperazione.
    E quando sto seco - ad altri forse nol crederesti,  o Lorenzo, a me s
    - allora non le parlo d'amore.  E' mezz'anno oramai da che l'anima sua
    s'  affratellata alla mia,  e non ha mai inteso uscire fuor delle mie
    labbra la certezza ch'io l'amo.  - Ma e come non pu esserne certa?  -
    Suo  padre  giuoca meco a scacchi le intere serate: essa lavora seduta
    accanto a quel tavolino,  silenziosissima,  se non quanto parlano  gli
    occhi suoi;  ma di rado: e chinandosi a un tratto non mi domandano che
    piet.  - E qual altra piet posso mai darle,  da questa in  fuori  di
    tenerle,  quanto  avr forza,  tenerle occulte come pi potr tutte le
    mie passioni?  N io vivo se non per lei sola: e quando  anche  questo
    mio nuovo sogno soave terminer,  io caler volentieri il sipario.  La
    gloria,  il sapere,  la  giovent,  le  ricchezze,  la  patria,  tutti
    fantasmi  che hanno fino ad or recitato nella mia commedia,  non fanno
    pi per me.  Caler il sipario;  e  lascier  che  gli  altri  mortali
    s'affannino  per  accrescere  i piaceri e menomare i dolori d'una vita
    che ad ogni  minuto  s'accorcia,  e  che  pure  que'  meschini  se  la
    vorrebbero persuadere immortale.
    Eccoti con l'usato disordine,  ma con insolita pacatezza risposto alla
    tua lunga affettuosissima lettera: tu sai dire  assai  meglio  le  tue
    ragioni:  - io le mie le sento troppo;  per pajo ostinato.  - Ma s'io
    ascoltassi pi gli altri che me,  rincrescerei forse a me stesso: -  e
    nel  non  rincrescere  a  s,  sta quel po' di felicit che l'uomo pu
    sperar su la terra.


    3 Aprile.

    Quando l'anima  tutta assorta in una specie di beatitudine, le nostre
    deboli facolt  oppresse  dalla  somma  del  piacere  diventano  quasi
    stupide,  mute, e inette ad ogni fatica. Che s'io non menassi una vita
    da santo,  le mie lettere ti capiterebbero innanzi pi spesse.  Se  le
    sventure raggravano il carico della vita, noi corriamo a farne parte a
    qualche infelice; ed egli spreme conforto dal sapere che non  il solo
    dannato alle lagrime. Ma se lampeggia qualche momento di felicit, noi
    ci  concentriamo  tutti  in noi stessi,  temendo che la nostra ventura
    possa,  partecipandosi,  diminuirsi;  o l'orgoglio nostro soltanto  ci
    consiglia  a  menarne  trionfo.  E  poi  sente  assai  poco la propria
    passione,  o lieta  o  trista  che  sia,  chi  sa  troppo  minutamente
    descriverla.  -  Intanto  la  Natura  ritorna bella - quale dev'essere
    stata quando nascendo la prima volta  dall'informe  abisso  del  caos,
    mand foriera la ridente Aurora di Aprile; ed ella abbandonando i suoi
    biondi  capelli su l'oriente,  e cingendo poi a poco a poco l'universo
    del roseo suo manto,  diffuse benefica le  fresche  rugiade,  e  dest
    l'alito  vergine de' venticelli per annunciare ai fiori,  alle nuvole,
    alle onde e agli esseri tutti che la salutavano,  il  Sole:  il  Sole!
    sublime immagine di Dio, luce, anima, vita di tutto il creato.


    6 Aprile.

    E'  vero;  troppo!  - questa mia fantasia mi dipinge cos realmente la
    felicit ch'io desidero, e me la pone davanti agli occhi,  e sto l l
    per  toccarla  con  mano,  e mi mancano ancor pochi passi - e poi?  il
    tristo mio cuore se la vede svanire e piange quasi  perdesse  un  bene
    posseduto  da  lungo  tempo.  Tuttavia  -  ei  le scrive che la cabala
    forense gli fu da prima cagione d'indugio, e che poi la rivoluzione ha
    interrotto per qualche giorno il corso  dei  tribunali:  aggiungi  che
    dove  predomina l'interesse,  le altre passioni si tacciono;  un nuovo
    amore forse - ma tu dirai: E  tutto  ci  cosa  importa?  Nulla,  caro
    Lorenzo: a Dio non piaccia ch'io mi prevalga della freddezza d'Odoardo
    -  ma  non  so  come si possa starle lontano un solo giorno di pi!  -
    Andr dunque ognor pi lusingandomi per tracannarmi poscia la  mortale
    bevanda che mi sar io medesimo preparata?


    11 Aprile.

    Ella  sedeva  sopra  un sof di rincontro alla finestra delle colline,
    osservando le nuvole che passeggiavano  per  la  ampiezza  del  cielo.
    Vedete,  mi disse,  quel l'azzurro profondo!  Io le stava accanto muto
    muto,  con gli occhi fissi su la  sua  mano  che  tenea  socchiuso  un
    libricciuolo.  -  Io  non  so  come - ma non mi avvidi che la tempesta
    cominciava a muggire dal  settentrione,  e  atterrava  le  piante  pi
    giovani.  Poveri arbuscelli! esclam Teresa. Mi scossi. Si addensavano
    le tenebre della notte che i  lampi  rendeano  pi  negre.  Diluviava,
    tuonava - poco dopo vidi le finestre chiuse, e i lumi nella stanza. Il
    ragazzo  per far ci ch'ei soleva fare tutte le sere e temendo del mal
    tempo,  venne a rapirci lo spettacolo della Natura adirata;  e  Teresa
    che stava sopra pensiero, non se ne accorse e lo lasci fare.
    Le tolsi di mano il libro e aprendolo a caso, lessi:
    "La tenera Gliceria lasci su queste mie labbra l'estremo sospiro. Con
    Gliceria  ho  perduto  tutto  quello ch'io poteva mai perdere.  La sua
    fossa  il solo palmo di terra ch'io  degni  di  chiamar  mio.  Niuno,
    fuori  di  me,  ne  sa  il luogo.  L'ho coperta di folti rosaj i quali
    fioriscono come un giorno  fioriva  il  suo  volto,  e  diffondono  la
    fragranza soave che spirava il suo seno. Ogni anno nel mese delle rose
    io visito il sacro boschetto.  Siedo su quel cumulo di terra che serba
    le sue ossa; colgo una rosa,  e - sto meditando: Tal tu fiorivi un d!
    E  sfoglio  quella  rosa,  e  la sparpaglio - e mi rammento quel dolce
    sogno de' nostri amori. O mia Gliceria,  ove sei tu?  una lagrima cade
    su l'erba che spunta su la sepoltura, e appaga l'ombra amorosa".
    Tacqui.  - Perch non leggete?  diss'ella sospirando e guardandomi. Io
    rileggeva: e tornando a proferire nuovamente: Tal tu fiorivi un d! la
    mia voce fu soffocata; una lagrima di Teresa grond su la mia mano che
    stringeva la sua.


    17 Aprile.

    Ti risovviene di quella giovinetta che  quattro  anni  fa  villeggiava
    appie' di queste colline?  era la innamorata del nostro Olivo P***,  e
    tu sai com'ei impover,  n pot pi averla in isposa.  Oggi  io  l'ho
    riveduta accasata a un titolato, parente della famiglia T***. Passando
    per le sue possessioni,  venne a visitare Teresa.  Io sedeva per terra
    sul tappeto,  e attentissimo all'esemplare della  mia  Isabellina  che
    scorbiava  l'abbicc  sopra  una  sedia.   Com'io  la  vidi,   m'alzai
    correndole incontro quasi quasi per abbracciarla:  -  quanto  diversa!
    contegnosa,  affettata,  pen  a ravvisarmi,  e poi fece le maraviglie
    masticando un complimentuccio mezzo a me, mezzo a Teresa - e scommetto
    che la mia vista non preveduta l'ha sconcertata.  Ma cinguettando e di
    giojelli  e  di  nastri  e di vezzi e di cuffie,  si rinfranc.  Io mi
    sperava di usarle un atto di carit graziosa  sviando  il  disorso  da
    simili  frascherie;  e  perch  quasi tutte le giovani le si fanno pi
    belle  in  viso,  e  non  bisognano  d'altri  ornamenti,   allorquando
    modestamente  ti parlano del lor cuore,  le ricordai queste campagne e
    que' suoi giorni beati. - Ah, ah, rispose sbadatamente; e tir innanzi
    ad anatomizzare l'oltramontano travaglio de' suoi orecchini. Il marito
    frattanto (perch fra il Popolone de'  pigmei  ha  scroccato  fama  di
    savant  come  l'Algarotti  e il ***.  gemmando il suo pretto favellare
    toscano di mille frasi  francesi,  magnificava  il  prezzo  di  quelle
    inezie,  e  il  buon gusto della sua sposa.  Stava io per pigliarmi il
    cappello, ma un'occhiata di Teresa mi fe' star cheto. La conversazione
    venne di mano in  mano  a  cadere  su'  libri  che  noi  leggevamo  in
    campagna. Allora tu avresti udito Messere tesserci il panegerico della
    prodigiosa  biblioteca de' suoi maggiori,  e della collezione di tutte
    l'edizioni Principes degli antichi ch'ei ne' suoi viaggi ebbe cura  di
    completare.  Io  rideva fra cuore,  ed ei proseguiva la sua lezione di
    frontespizj.  Quando Ges volle,  torn un servo ch'era ito in traccia
    del  signore  T***  ad avvertire Teresa che non l'avea potuto trovare,
    perch egli era uscito a caccia per  le  montagne;  e  la  lezione  fu
    rotta.  Chiesi alla sposa novella di Olivo ch'io dopo le sue disgrazie
    non aveva pi  riveduto.  Immaginerai  che  cuore  fu  il  mio  quando
    m'intesi  freddamente rispondere dall'antica sua amante: E' gi morto.
    - E' morto!  sclamai balzando in piedi,  e  guardandola  stupidito.  E
    descrissi  a Teresa l'egregia indole di quel giovine senza pari,  e la
    sua nemica fortuna che lo costrinse a combattere con la povert e  con
    la infamia; e mor nondimeno scevro di taccia e di colpa.
    Il  marito  allora  prese  a narrarci la morte del padre di Olivo,  le
    dissensioni con suo fratello primogenito, le liti sempre pi accanite,
    e la sentenza de' tribunali che giudici fra due figli  di  uno  stesso
    padre, per arricchire l'uno, spogliarono l'altro; divoratosi il povero
    Olivo  fra  le  cabale  del  foro  anche  quel  poco  che gli rimanea.
    Moralizzava su questo giovine stravagante che ricus i soccorsi di suo
    fratello, e invece di placarselo, lo inaspr sempre pi.  - S s,  lo
    interruppi,  se  suo  fratello non ha potuto essere giusto,  Olivo non
    doveva essere vile.  Tristo colui che ritira il suo cuore dai consigli
    e dal compianto dell'amicizia, e sdegna i mutui sospiri della piet, e
    rifiuta  il  pronto  soccorso che la mano dell'amico gli porge.  Ma le
    mille volte pi tristo chi fida nell'amicizia del ricco: e  presumendo
    virt in chi non fu mai sventurato,  accoglie quel beneficio che dovr
    poscia scontare con altrettanta onest. La felicit non si collega con
    la sventura che per comperare la gratitudine e tiranneggiare la virt.
    L'uomo,  animale oppressore,  abusa dei  capricci  della  fortuna  per
    aggiudicarsi  il  diritto  di  soverchiare.  A'  soli afflitti  bens
    conceduto  il  potersi  e  soccorrere  e   consolare   scambievolmente
    senz'insultarsi;  ma  colui  che giunse a sedere alla mensa del ricco,
    tosto, bench tardi, s'avvede.

    "Come sa di sale
    Lo pane altrui." (7)

    E per questo, oh quanto  men doloroso l'andare accattando di porta in
    porta la vita, anzich umiliarsi,  o esecrare l'indiscreto benefattore
    che ostentando il suo beneficio,  esige in ricompensa il tuo rossore e
    la tua libert! -
    Ma voi, mi rispose il marito,  non mi avete lasciato finire.  Se Olivo
    usc   dalla   casa   paterna,   rinunziando   tutti  gl'interessi  al
    primogenito, perch poi volle pagare i debiti di suo padre?  Che?  non
    affront   ei  medesimo  l'indigenza  ipotecando  per  questa  sciocca
    delicatezza anche la sua porzione della dote materna? -
    Perch?  - se l'erede defraud i  creditori  co'  sotterfugj  forensi,
    Olivo doveva mai comportare che le ossa di suo padre fossero maledette
    da coloro che nelle avversit lo aveano sovvenuto delle loro sostanze,
    e  ch'ei  fosse  mostrato  a  dito  per le strade come figliuolo di un
    fallito?  Questa generosa onest diffam il primogenito  che  non  era
    nato  a  imitarla,  e  che dopo d'avere tentato invano il fratello co'
    beneficj,  gli giur poscia inimicizia mortale e veramente  feudale  e
    fraterna.  Olivo intanto perd l'ajuto di quelli che lo lodavano forse
    nel loro secreto,  perch rest soverchiato dagli scellerati,  essendo
    pi  agevole  approvar  la  virt,  che  sostenerla  a  spada tratta e
    seguirla. Per questo l'uomo dabbene in mezzo a' malvagi rovina sempre;
    e noi siam soliti ad associarci al pi forte, a calpestare chi giace e
    a  giudicar  dall'evento.  -  Non  mi  rispondevano;  ed  erano  forse
    convinti,  non gi persuasi,  e soggiunsi. - Invece di piangere Olivo,
    ringrazio  il  sommo  Iddio  che  lo  ha  chiamato  lontano  da  tante
    ribalderie,  e  dalle  nostre  imbecillit.  Da che,  a dir vero,  noi
    stessi,  noi devoti della virt,  siamo  pure  imbecilli!  Sono  certi
    uomini  che  hanno  bisogno della morte perch non sanno assuefarsi a'
    delitti de' tristi, n alla pusillanimit degli uomini buoni.
    La sposa parea intenerita. Oh pur troppo! esclam con un sospiro. Ma -
    chi per altro ha bisogno di pane non ha poi da assottigliarsi tanto su
    l'onore. -
    E questa la  pure una delle vostre bestemmie!  proruppi:  voi  dunque
    perch  siete  favoriti dalla fortuna vorreste essere onesti voi soli;
    anzi perch la virt su la oscura vostr'anima non risplende,  vorreste
    reprimerla  anche  ne'  petti degl'infelici,  che pure non hanno altro
    conforto,  e illudere in questa maniera la  vostra  coscienza?  -  Gli
    occhi  di  Teresa  mi  davano  ragione;  pur si studiava di far mutare
    discorso - ma la visiera era alzata; e come poteva io pi tacere?  ben
    ora ne sento rimorso - gli occhi degli sposi erano fitti a terra, e la
    loro anima fu anch'essa atterrata,  quando gridai con fierissima voce:
    - Coloro che non furono mai sventurati,  non  sono  degni  della  loro
    felicit.  Orgogliosi!  guardano la miseria per insultarla: pretendono
    che tutto debba offerirsi in tributo alla ricchezza e al  piacere.  Ma
    l'infelice che serba la sua dignit  spettacolo di coraggio a' buoni,
    e  di  rimbrotto  a' malvagi.  - E sono uscito cacciandomi le mani ne'
    capelli.  Grazie a' primi casi della  mia  vita  che  mi  costituirono
    sventurato!  Lorenzo mio,  or non sarei forse tuo amico;  or non sarei
    amico di questa fanciulla.  - Mi sta sempre davanti  l'avvenimento  di
    stamattina.  Qui  dove siedo solo mi guardo intorno e temo di rivedere
    alcuno de' miei conoscenti. Chi l'avrebbe mai detto? Il cuore di colei
    non ha palpitato al nome del suo  primo  amore!  ard  di  turbare  le
    ceneri  di  lui  che  le  ha  per la prima volta ispirato l'universale
    sentimento della vita. N un solo sospiro?  - ma pazzo!  tu t'affliggi
    perch non trovi fra gli uomini quella virt che forse, ahi! forse non
      che  voto  nome  -  o  necessit  che  si muta con le passioni e le
    circostanze - o prepotenza di natura  in  alcuni  pochi  individui,  i
    quali  essendo generosi e pietosi per indole,  sono obbligati a guerra
    perpetua contro l'universalit de' mortali;  -  e  bastasse!  ma  guai
    allorch,  volere  e non volere,  denno pure aprir gli occhi alla luce
    funerea del disinganno!
    Io non ho l'anima negra;  e tu il sai,  mio Lorenzo;  nella mia  prima
    giovent  avrei sparso fiori su le teste di tutti i viventi: chi mi ha
    fatto cos rigido e ombroso verso la pi parte degli uomini se non  la
    loro  ipocrita crudelt?  Perdonerei tutti i torti che mi hanno fatto.
    Ma quando mi passa dinanzi la venerabile povert che mentre s'affatica
    mostra le sue vene succhiate dalla onnipotente opulenza;  e quando  io
    vedo   tanti   uomini  infermi,   imprigionati,   affamati,   e  tutti
    supplichevoli sotto il terribile flagello di certe leggi - ah  no,  io
    non mi posso rinconciliare.  Io grido allora vendetta con quella turba
    di tapini co' quali divido il pane e le lagrime: e ardisco ridomandare
    in lor nome la  porzione  che  hanno  ereditato  dalla  Natura,  madre
    benefica ed imparziale - la Natura? ma se ne ha fatti quali pur siamo,
    non  forse matrigna?
    S,  Teresa, io vivr teco; ma io non vivr se non quanto potr vivere
    teco.  Tu sei uno di que' pochi angioli sparsi qua e l su  la  faccia
    della terra per accreditare l'amore dell'umanit. Ma s'io ti perdessi,
    quale  scampo  si  aprirebbe  a questo giovine infastidito di tutto il
    resto del mondo?
    Se dianzi tu l'avessi veduta!  mi stendeva la mano,  dicendomi - Siate
    discreto;  e  davvero,  quelle  due  persone mi pareano compunte: e se
    Olivo non fosse stato infelice,  avrebbe egli  avuto  anche  oltre  la
    tomba un amico?
    Ahi!  -  prosegu  dopo un lungo silenzio,  per amar la virt conviene
    dunque vivere nel dolore? - Lorenzo!  l'anima sua celeste raggiava da'
    lineamenti del viso.


    29 Aprile.

    Vicino a lei io sono s pieno di vita che appena sento di vivere. Cos
    quand'io  mi  desto  dopo  un pacifico sonno,  se il raggio di Sole mi
    riflette su gli occhi,  la mia vista si abbaglia  e  si  perde  in  un
    torrente di luce.
    Da  gran tempo mi lagno della inerzia in cui vivo.  Al riaprirsi della
    primavera mi proponeva di studiare botanica;  e in  due  settimane  io
    aveva  raccattato  su  per  le  balze  parecchie dozzine di piante che
    adesso non so pi dove me  le  abbia  riposte.  Mi  sono  assai  volte
    dimenticato  il  mio  Linneo  sopra i sedili del giardino,  o appi di
    qualche albero; l'ho finalmente perduto.  Jeri Michele me ne ha recato
    due  foglj  tutti umidi di rugiada;  e stamattina mi ha recato notizia
    che il rimanente era stato mal concio dal cane dell'ortolano.
    Teresa mi sgrida: per compiacerle m'accingo  a  scrivere;  ma  sebbene
    incominci con la pi bella vocazione che mai, non so andar innanzi per
    pi  di  tre  o  quattro  periodi.   Mi  assumo  mille  argomenti;  mi
    s'affacciano mille idee:  scelgo,  rigetto,  poi  torno  a  scegliere;
    scrivo finalmente,  straccio, cancello, e perdo spesso mattina e sera:
    la mente si stanca, le dita abbandonano la penna, e mi avvengo d'avere
    gittato il tempo e la fatica.  - Se non che t'ho detto che lo scrivere
    libri  la    cosa da pi e da meno delle mie forze: aggiungi lo stato
    dell'animo mio,  e t'accorgerai che s'io  ti  scrivo  ogni  tanto  una
    lettera,  non    poco.  -  Oh la scimunita figura ch'io fo quand'ella
    siede lavorando,  ed io leggo!  M'interrompo a ogni tratto,  ed  ella:
    Proseguite!  Torno  a leggere: dopo due carte la mia pronunzia diventa
    pi rapida e termina borbottando in  cadenza.  Teresa  s'affanna:  Deh
    leggete un po' ch'io v'intenda!  - io continuo; ma gli occhi miei, non
    so come,  si sviano disavvedutamente dal libro,  e si trovano immobili
    su quell'angelico viso. Divento muto; cade il libro e si chiude; perdo
    il segno, n so pi ritrovarlo - Teresa vorrebbe adirarsi; e sorride.
    Pur  se afferrassi tutti i pensieri che mi passano per fantasia!  - ne
    vo notando su' cartoni e su' margini del mio Plutarco; se non che, non
    s tosto scritti, m'escono dalla mente; e quando poi li cerco sovra la
    carta,  ritrovo aborti d'idee scarne  sconnesse,  freddissime.  Questo
    ripiego  di  notare  i  pensieri,  anzi  che lasciarli maturare dentro
    l'ingegno,   pur misero!  - ma  cos  si  fanno  de'  libri  composti
    d'altrui libri a mosaico.  - E a me pure,  fuor d'intenzione,  venuto
    fatto un mosaico.  - In un libretto inglese ho trovato un racconto  di
    sciagura;  e  mi  pareva  a  ogni  frase di leggere le disgrazie della
    povera Lauretta: - il Sole illumina  da  per  tutto  ed  ogni  anno  i
    medesimi  guai  su  la terra!  - Or io per non parere di scioperare mi
    sono provato di scrivere i casi di Lauretta,  traducendo per l'appunto
    quella parte del libro inglese,  e togliendovi,  mutando,  aggiungendo
    assai poco di mio, avrei raccontato il vero, mentre forse il mio testo
     romanzo.  Io voleva in quella sfortunata creatura mostrare a  Teresa
    uno  specchio  della fatale infelicit dell'amore.  Ma credi tu che le
    sentenze, e i consigli, e gli esempj de' danni altrui giovino ad altro
    fuorch a irritare le nostre passioni? Inoltre in cambio di narrare di
    Lauretta,  ho parlato di me: tale  lo  stato  dell'anima  mia,  torna
    sempre  a  tastare  le  proprie  piaghe  - per non mi pare di lasciar
    leggere questi tre o quattro fogli a Teresa: le  farei  pi  male  che
    bene - e per ora lascio anche stare di scrivere - Tu leggili.
    Addio.

    Frammento della Storia di Lauretta.

    "Non so se il cielo badi alla terra. Pur se ci ha qualche volta badato
    (o  almeno  il  primo  giorno  che  la  umana  razza ha incominciato a
    formicolare. io credo che il Destino abbia scritto negli eterni libri:
    "L'uomo sar infelice".
    N oso appellarmi di questa sentenza,  perch non saprei forse  a  che
    tribunale,  tanto  pi  che  mi  giova crederla utile alle tante altre
    razze viventi ne' mondi innumerabili. Ringrazio nondimeno quella Mente
    che  mescendosi  all'universo  degli  enti,   li  fa  sempre  rivivere
    distruggendoli;  perch con le miserie,  ci ha dato almeno il dono del
    pianto,  ed ha punito  coloro  che  con  una  insolente  filosofia  si
    vogliono  ribellare  dalla  umana  sorte,  negando  loro  gl'inesausti
    piaceri della compassione - Se vedi alcuno addolorato e piangente  non
    piangere  (8).  Stoico!  or  non  sai  tu  che  le  lagrime di un uomo
    compassionevole sono per l'infelice pi dolci della rugiada su  l'erbe
    appassite?
    O  Lauretta!  io piansi con te sulla bara del tuo povero amante,  e mi
    ricordo che la mia compassione disacerbava l'amarezza del tuo  dolore.
    T'abbandonavi sovra il mio seno,  e i tuoi biondi capelli mi coprivano
    il volto,  e il  tuo  pianto  bagnava  le  mie  guance;  poi  col  tuo
    fazzoletto mi rasciugavi,  e rasciugavi le tue lagrime che tornavano a
    sgorgarti dagli occhi e  scorrerti  sulle  labbra.  -  Abbandonata  da
    tutti! - ma io no; non ti ho abbandonata mai.
    Quando tu erravi fuor di te stessa per le romite spiagge del mare,  io
    seguiva  furtivamente  i  tuoi  passi  per   poterti   salvare   dalla
    disperazione del tuo dolore.  Poi ti chiamava a nome, e tu mi stendevi
    la mano,  e sedevi al mio fianco.  Saliva  in  cielo  la  Luna,  e  tu
    guardandola  cantavi pietosamente - taluno avrebbe osato deriderti: ma
    il Consolatore de' disgraziati che guarda con un occhio  stesso  e  la
    pazzia e la saviezza degli uomini,  e che compiange e i loro delitti e
    le loro virt - udiva forse le tue meste voci,  e ti  spirava  qualche
    conforto:  le  preci  del  mio  cuore  t'accompagnavano:  e a Dio sono
    accetti i voti e i  sacrificj  delle  anime  addolorate.  -  I  flutti
    gemeano  con  flebile  fiotto,  e  i  venti  che  gl'increspavano  gli
    spingeano a lambir quasi  la  riva  dove  noi  stavamo  seduti.  E  tu
    alzandoti  appoggiata  al  mio  braccio t'indirizzavi a quel sasso ove
    parevati di vedere ancora il tuo Eugenio,  e sentir la sua voce,  e la
    sua mano,  e i suoi baci.  - Or che mi resta?  esclamavi; la guerra mi
    allontana i fratelli,  e la morte mi ha rapito il  padre  e  l'amante;
    abbandonata da tutti!
    O  Bellezza,  genio  benefico  della natura!  Ove mostri l'amabile tuo
    sorriso scherza la gioja,  e si diffonde la volutt  per  eternare  la
    vita  dell'universo:  chi  non  ti  conosce e non ti sente incresca al
    mondo e a se stesso.  Ma quando la virt  ti  rende  pi  cara,  e  le
    sventure,  togliendoti  la  baldanza  e la invidia della felicit,  ti
    mostrano ai mortali co' crini sparsi e privi delle allegre ghirlande -
    chi  colui che  pu  passarti  davanti  e  non  altro  offerirti  che
    un'inutile occhiata di compassione?  Ma io t'offeriva,  o Lauretta, le
    mie lagrime,  e questo mio romitorio dove tu avresti mangiato del  mio
    pane, e bevuto nella mia tazza, e ti saresti addormentata sovra il mio
    petto (9).  Tutto quello ch'io aveva! e meco forse la tua vita sebbene
    non lieta,  sarebbe stata libera almeno e  pacifica.  Il  cuore  nella
    solitudine  e  nella  pace  va a poco a poco obbliando i suoi affanni;
    perch la pace e la libert si compiacciono della semplice e solitaria
    natura.
    Una sera d'autunno la Luna appena si mostrava alla terra rifrangendo i
    suoi raggi su le nuvole trasparenti, che accompagnandola l'andavano ad
    ora ad ora coprendo, e che sparse per l'ampiezza del cielo rapivano al
    mondo le stelle.  Noi stavamo intenti a' lontani fuochi dei pescatori,
    e  al  canto  del  gondoliere che col suo remo rompea il silenzio e la
    calma dell'oscura laguna.  Ma Lauretta volgendosi cerc con gli  occhi
    intorno il suo innamorato; e si rizz, e raming un pezzo chiamandolo;
    poi stanca torn dov'io sedeva,  e s'assise quasi spaventata della sua
    solitudine.  Guardandomi parea che volesse dirmi: Io sar  abbandonata
    anche da te! - e chiam il suo cagnuolino.
    Io?  - Chi l'avrebbe mai detto che quella dovesse essere l'ultima sera
    ch'io la vedeva! Era vestita di bianco;  un nastro cilestro raccogliea
    le sue chiome, e tre mammole appassite spuntavano in mezzo al lino che
    velava  il  suo seno.  - Io l'ho accompagnata fino all'uscio della sua
    casa; e sua madre che venne ad aprirci mi ringraziava della cura ch'io
    mi  prendeva  per  la  sua  disgraziata  figliuola.  Quando  fui  solo
    m'accorsi  che  m'era  rimasto  fra le mani il suo fazzoletto: - gliel
    ridar domani, diss'io.
    I suoi mali incominciavano gi a mitigarsi,  ed io forse -  vero;  io
    non  poteva  darti  il  tuo Eugenio;  ma ti sarei stato sposo,  padre,
    fratello.  I miei concittadini persecutori,  giovandosi de'  manigoldi
    stranieri,  proscrissero improvvisamente il mio nome;  n ho potuto, o
    Lauretta, lasciarti neppure l'ultimo addio.
    Quand'io penso all'avvenire e mi chiudo gli occhi per non conoscerlo e
    tremo e mi abbandono con la memoria a' giorni passati, io vo per lungo
    tratto vagando sotto gli alberi di  queste  valli,  e  mi  ricordo  le
    sponde  del  mare,  e  i  fuochi  lontani,  e il canto del gondoliere.
    M'appoggio ad un tronco - sto pensando - il cielo me l'avea conceduta;
    ma l'avversa fortuna me  l'ha  rapita!  traggo  il  suo  fazzoIetto  -
    infelice chi ama per ambizione!  ma il tuo cuore,  o Lauretta,  fatto
    per la schietta natura: m'ascugo gli occhi,  e  torno  sul  far  della
    notte alla mia casa.
    Che  fai  tu  frattanto?  torni  errando  lungo  le spiagge e mandando
    preghiere e lagrime a Dio?  - Vieni!  tu  corrai  le  frutta  del  mio
    giardino;  tu berrai nella mia tazza,  tu mangerai del mio pane,  e ti
    poserai sovra il mio seno e sentirai come batte, come oggi batte assai
    diversamente il mio cuore. Quando si risveglier il tuo martirio, e lo
    spirito sar vinto dalla passione,  io ti verr dietro per  sostenerti
    in mezzo al cammino,  e per guidarti,  se ti smarrissi, alla mia casa;
    mai ti  verr  dietro  tacitamente  per  lasciarti  libero  almeno  il
    conforto del pianto.  Io ti sar padre,  fratello - ma, il mio cuore -
    se tu vedessi il mio cuore!  - una lagrima bagna la carta  e  cancella
    ci che vado scrivendo.
    Io  la  ho  veduta  tutta  fiorita  di  giovent e di bellezza;  e poi
    impazzita, raminga,  orfana;  e la ho veduta baciare le labbra morenti
    del  suo  unico  consolatore  -  e  poscia  inginocchiarsi con pietosa
    superstizione davanti a sua madre lagrimando  e  pregandola  acciocch
    ritirasse  la  maledizione  che  quella madre infelice aveva fulminata
    contro la sua figliuola. - Cos la povera Lauretta mi lasci nel cuore
    per sempre la compassione delle sue sventure.  Preziosa eredit  ch'io
    vorrei  pur  dividere  con voi tutti a' quali non resta altro conforto
    che di amare la virt e di compiangerla. Voi non mi conoscete; ma noi,
    chiunque voi siate,  noi siamo amici.  Non odiate gli uomini prosperi;
    solamente fuggiteli."


    4 Maggio.

    Hai  tu  veduto  dopo  i  giorni della tempesta prorompere fra l'auree
    nuvole dell'oriente il vivo raggio del Sole e  riconsolar  la  natura?
    Tale  per  me    la  vista  di  costei.  - Discaccio i miei desiderj,
    condanno le mie speranze,  piango i miei inganni: no,  io non la vedr
    pi;  io non l'amer. Odo una voce che mi chiama traditore; la voce di
    suo padre!  M'adiro contro me stesso,  e sento risorgere nel mio cuore
    una  virt sanatrice,  un pentimento.  - Eccomi dunque saldo nella mia
    risoluzione;  saldo pi che mai: ma poi?  - All'apparir del suo  volto
    ritornano  le  illusioni,  e  l'anima  mia  si trasforma,  e obblia se
    medesima, e s'imparadisa nella contemplazione della bellezza.


    8 Maggio.

    Ella non t'ama; e se pure volesse amarti, nol pu.  E' vero,  Lorenzo:
    ma  s'io  consentissi a strapparmi il velo dagli occhi,  dovrei subito
    chiuderli in sonno eterno; poich senza questo angelico lume,  la vita
    mi  sarebbe  terrore,  il  mondo  caos,  la Natura notte e deserto.  -
    Anzich  spegnere  una  per  una  le  fiaccole  che   rischiarano   la
    prospettiva  teatrale e disingannare villanamente gli spettatori,  non
    sarebbe assai meglio calar il sipario in un subito,  e lasciarli nella
    loro  illusione?  Ma  se  l'inganno  ti  nuoce:  -  che  monta?  se il
    disinganno mi uccide!
    Una  domenica  intesi  il  parroco  che  sgridava  i  villani   perch
    s'ubbriacavano.  E  non s'accorgeva come avvelenava a que' meschini il
    conforto di addormentare  nell'ebbriet  della  sera  le  fatiche  del
    giorno, di non sentire l'amarezza del loro pane bagnato di sudore e di
    lagrime,  e  di non pensare al rigore e alla fame che il venturo verno
    minaccia.


    11 Maggio.

    Conviene dire che Natura abbia pur d'uopo di  questo  globo,  e  della
    specie  di viventi litigiosi che lo stanno abitando.  E per provvedere
    alla conservazione di tutti, anzich legarci in reciproca fratellanza,
    ha costituito ciascun uomo cos amico di se medesimo,  che  volentieri
    aspirerebbe  all'esterminio  dell'universo per vivere pi sicuro della
    propria esistenza e rimanersi despota solitario di  tutto  il  creato.
    Niuna  generazione ha mai veduto per tutto il suo corso la dolce pace,
    la guerra fu sempre l'arbitra de' diritti,  e  la  forza  ha  dominato
    tutti  i  secoli.   Cos  l'uomo  or  aperto,  or  secreto,  e  sempre
    implacabile  nemico  della  umanit,  conservandosi  con  ogni  mezzo,
    cospira  all'intento  della  Natura  che  ha d'uopo della esistenza di
    tutti: e i discendenti di Caino e d'Abele,  quantunque imitino i  loro
    primitivi parenti e si trucidino perpetuamente l'un l'altro,  vivono e
    si propagano. Or odi.  - Ho accompagnato stamattina per tempo Teresa e
    la  sua  sorellina in casa di una lor conoscente venuta a villeggiare.
    Credeva di desinare in lor compagnia,  ma per mia disgrazia aveva  fin
    dalla  settimana passata promesso al chirurgo che mi troverei a pranzo
    con lui, e se Teresa non me ne facea sovvenire, io, a dirti la verit,
    me n'era dimenticato.  Mi vi sono dunque avviato un'oretta innanzi  al
    mezzogiorno;  ma affannato dal caldo,  mi sono a mezza strada coricato
    sotto un ulivo: al vento di jeri fuor di stagione,  oggi    succeduta
    un'arsura  nojosissima:  e  me  ne stava l al fresco spensieratamente
    come se avessi gi desinato.  Voltando la testa mi sono avveduto di un
    contadino che guardavami bruscamente:
    - Che fate voi qui?
    - Sto, come vedete, riposando.
    -  Avete  voi  possessioni?  -  percotendo la terra col calcio del suo
    schioppo.
    - Perch?
    - Perch - sdrajatevi su i vostri prati,  se ne avete;  e non venite a
    pestare  l'erba  degli altri,  - e partendo,  - fate ch'io tornando vi
    trovi!
    Io non mi era mosso, ed egli se n'era ito. A bella prima, io non aveva
    badato alle sue bravate; ma ripensandoci; se ne avete! e se la fortuna
    non avesse conceduto  a'  miei  padri  due  pertiche  di  terreno,  tu
    m'avresti negato anche nella parte pi sterile del tuo prato l'estrema
    piet  del sepolcro!  - Ma osservando che l'ombra dell'ulivo diventava
    pi lunga, mi sono ricordato del pranzo.
    Poco fa tornandomi a casa ho trovato su la mia porta l'uomo stesso  di
    stamattina.  - Signore, vi stava aspettando; se mai - vi foste adirato
    meco; vi domando perdono.
    - Riponete il cappello: io non me ne sono gi offeso.
    Perch mai questo mio cuore nelle stesse occasioni ora    pace  pace,
    ora    tutto tempesta?  Diceva quel viaggiatore: Il flusso e riflusso
    de' miei umori governa tutta la mia vita. Forse un minuto prima il mio
    sdegno sarebbe stato  assai  pi  grave  dell'insulto.  Perch  dunque
    rimetterci  al  beneplacito di chi ne offende,  permettendo ch'egli ci
    possa turbare con una ingiuria non meritata?  Vedi come l'amor proprio
    ruffiano  si  prova con questa pomposa sentenza di ascrivermi a merito
    un'azione che  derivata forse da - chi lo sa?  In pari occasioni  non
    ho  usato  di  eguale  moderazione:    vero  che  passata mezz'ora ho
    filosofato contro di me;  ma la ragione    venuta  zoppicando;  e  il
    pentimento,  per  chi aspira alla saviezza,   sempre tardo - ma n io
    v'aspiro: io mi sono uno de' tanti figliuoli della terra, non altro; e
    porto meco tutte le passioni e le miserie della mia specie.
    Il contadino andava ridicendo: - Vi ho fatto villania,  ma io  non  vi
    conosceva;  que'  lavoratori che segavano il fieno ne' prati vicino mi
    hanno dopo ammonito.
    - Non importa, buon uomo: come andr egli il raccolto quest'anno?
    - Patiremo del caro: or pregovi, signor mio, perdonatemi.  Dio volesse
    v'avessi allor conosciuto!
    - Galantuomo;  o conoscendo, o non conoscendo non date noja a nessuno,
    perch starete a rischio a ogni modo o di inimicarvi il  ricco,  o  di
    maltrattare il povero: quanto a me non occorre.
    -  Dice  bene il signore;  Dio gliene rimeriti.  - E si part.  E far
    forse peggio; gli ha un certo che di sfacciato nel viso;  e la ragione
    degli  animali ragionevoli,  quando non sentono verecondia,   ragione
    perniciosissima a chiunque ha che fare con loro.
    Intanto?  crescono  ogni  giorno  i  martiri  perseguitati  dal  nuovo
    usurpatore  della mia patria.  Quanti andranno tapinando e profughi ed
    esiliati,  senza il letto di poca erba n l'ombra di un ulivo - Dio lo
    sa!  Lo  straniero  infelice    cacciato  perfino dalla balza dove le
    pecore pascono tranquillamente.


    12 Maggio.

    Non ho osato no,  non ho osato.  - Io poteva abbracciarla e stringerla
    qui,  a  questo  cuore.  La  ho veduta addormentata: il sonno le tenea
    chiusi que' grandi occhi  neri;  ma  le  rose  del  suo  sembiante  si
    spargeano  allora pi vive che mai su le sue guance rugiadose.  Giacea
    il suo bel corpo abbandonato sopra un sof. Un braccio le sosteneva la
    testa e l'altro pendea  mollemente.  Io  la  ho  pi  volte  veduta  a
    passeggiare  e a danzare;  mi sono sentito sin dentro l'anima e la sua
    arpa e la sua voce;  la ho adorata pien di spavento come  se  l'avessi
    veduta discendere dal paradiso - ma cos bella come oggi,  io non l'ho
    veduta mai,  mai.  Le sue vesti mi lasciavano trasparire i contorni di
    quelle angeliche forme; e l'anima mia le contemplava e - che posso pi
    dirti?  tutto  il  furore e l'estasi dell'amore mi aveano infiammato e
    rapito fuori di me.  Io toccava come un divoto e le sue vesti e le sue
    chiome  odorose e il mazzetto di mammole ch'essa aveva in mezzo al suo
    seno - s s,  sotto questa mano diventata sacra ho sentito  palpitare
    il suo cuore.  Io respirava gli aneliti della sua bocca socchiusa - io
    stava per succhiare tutta la volutt di quelle labbra celesti - un suo
    bacio!  e avrei benedette le lagrime che da tanto tempo bevo per lei -
    ma  allora  allora  io  la  ho sentita sospirare fra il sonno: mi sono
    arretrato, respinto quasi da una mano divina.  T'ho insegnato io forse
    ad amare,  ed a piangere? e cerchi tu un breve momento di sonno perch
    ti ho turbato le tue notti innocenti e tranquille?  a questo  pensiero
    me le sono prostrato davanti immobile immobile rattenendo il sospiro -
    e  sono  fuggito  per non ridestarla alla vita angosciosa in cui geme.
    Non si querela, e questo mi strazia ancor pi: ma quel suo viso sempre
    pi mesto,  e quel guardarmi con piet,  e tacere sempre  al  nome  di
    Odoardo,  e  sospirare  sua  madre  -  ah!  il  cielo non ce l'avrebbe
    conceduta se non dovesse  anch'essa  partecipare  del  sentimento  del
    dolore.  Eterno  Iddio!  esisti  tu  per  noi mortali?  O sei tu padre
    snaturato verso le tue creature? So che quando hai mandato su la terra
    la Virt,  tua  figliuola  primogenita,  le  hai  dato  per  guida  la
    Sventura. Ma perch poi lasciasti la Giovinezza e la Belt cos deboli
    da  non  poter  sostenere le discipline di s austera istitutrice?  In
    tutte le mie afflizioni ho alzato le braccia sino  a  te,  ma  non  ho
    osato n mormorare n piangere: ahi adesso!  Or perch farmi conoscere
    la felicit s'io doveva bramarla s fieramente, e perderne la speranza
    per sempre? -
    No,  Teresa  mia tutta;  tu me l'hai assegnata perch mi  creasti  un
    cuore capace di amarla immensamente, eternamente.


    13 Maggio.

    S'io  fossi  pittore!  che  ricca  materia al mio pennello!  L'artista
    immerso nella idea deliziosa del  bello  addormenta  o  mitiga  almeno
    tutte  le altre passioni.  - Ma se anche fossi pittore?  Ho veduto ne'
    pittori e ne' poeti la bella, e talvolta anche la schietta natura;  ma
    la  natura somma,  immensa,  inimitabile non la ho veduta dipinta mai.
    Omero, Dante e Shakespeare, tre maestri di tutti gl'ingegni sovrumani,
    hanno investito la mia immaginazione ed infiammato il  mio  cuore:  ho
    bagnato di caldissime lagrime i loro versi; e ho adorato le loro ombre
    divine  come  se  le vedessi assise su le volte eccelse che sovrastano
    l'universo a dominare l'eternit.  Pure gli  originali  che  mi  veggo
    davanti  mi  riempiono  tutte  le  potenze  dell'anima,  e non oserei,
    Lorenzo,  non oserei,  s'anche si  trasfondesse  in  me  Michelangelo,
    tirarne  le  prime  linee.  Sommo  Iddio!  quando  tu miri una sera di
    primavera ti compiaci forse della tua creazione? tu mi hai versato per
    consolarmi una fonte inesausta  di  piacere,  ed  io  la  ho  guardata
    sovente  con indifferenza.  Su la cima del monte indorato da' pacifici
    raggi del Sole che va mancando,  io mi vedo accerchiato da una  catena
    di  colli  su'  quali  ondeggiano  le  messi,  e  si  scuotono le viti
    sostenute in ricchi festoni dagli ulivi e dagli olmi:  le  balze  e  i
    gioghi  lontani vanno sempre crescendo come se gli uni fossero imposti
    su gli altri.  Di sotto a me le  coste  del  monte  sono  spaccate  in
    burroni  infecondi  fra  i  quali  si vedono offuscarsi le ombre della
    sera, che a poco a poco s'innalzano; il fondo oscuro e orribile sembra
    la bocca di  una  voragine.  Nella  falda  del  mezzogiorno  l'aria  
    signoreggiata  dal  bosco che sovrasta e offusca la valle dove pascono
    al fresco le pecore,  e pendono dall'erta le capre sbrancate.  Cantano
    flebilmente  gli  uccelli  come  se  piangessero  il giorno che muore,
    mugghiano le giovenche, e il vento pare che si compiaccia del susurrar
    delle fronde.  Ma da  settentrione  si  dividono  i  colli,  e  s'apre
    all'occhio  una interminabile pianura: si distinguono ne' campi vicini
    i buoi che tornano a casa: lo stanco agricoltore li siegue  appoggiato
    al  suo  bastone;  e  mentre le madri e le mogli apparecchiano la cena
    alla  affaticata  famigliuola,   fumano   le   lontane   ville   ancor
    biancicanti,  e le capanne disperse per la campagna. I pastori mungono
    il gregge, e la vecchiarella che stava filando su la porta dell'ovile,
    abbandona il lavoro e va carezzando  e  fregando  il  torello,  e  gli
    agnelletti che belano intorno alle loro madri.  La vista intanto si va
    dilungando,  e dopo lunghissime file di alberi  e  di  campi,  termina
    nell'orizzonte  dove  tutto  si  minora e si confonde.  Lancia il Sole
    partendo pochi raggi,  come se quelli fossero gli estremi addio che d
    alla Natura;  e le nuvole rosseggiano,  poi vanno languendo, e pallide
    finalmente si  abbujano:  allora  la  pianura  si  perde,  l'ombre  si
    diffondono su la faccia della terra; ed io, quasi in mezzo all'oceano,
    da quella parte non trovo che il cielo.
    Jer  sera  appunto dopo pi di due ore d'estatica contemplazione d'una
    bella sera di Maggio, io scendeva a passo a passo dal monte.  Il mondo
    era  in  cura  alla  Notte,  ed  io  non  sentiva  che  il canto della
    villanella, e non vedeva che i fuochi de' pastori. Scintillavano tutte
    le stelle, e mentr'io salutava ad una ad una le costellazioni,  la mia
    mente contraeva un non so che di celeste,  ed il mio cuore s'innalzava
    come se aspirasse ad una regione pi sublime  assai  della  terra.  Mi
    sono  trovato  su  la montagnuola presso la chiesa: suonava la campana
    de' morti, e il presentimento della mia fine trasse i miei sguardi sul
    cimiterio dove ne' loro cumuli coperti di  erba  dormono  gli  antichi
    padri  della  villa:  -  Abbiate  pace,  o nude reliquie: la materia 
    tornata alla materia;  nulla  scema,  nulla  cresce,  nulla  si  perde
    quaggi;  tutto si trasforma e si riproduce - umana sorte!  men felice
    degli altri chi men la teme.  - Spossato mi sdrajai boccone  sotto  il
    boschetto  de' pini,  e in quella muta oscurit,  mi sfilavano dinanzi
    alla mente tutte le mie sventure e tutte le mie speranze. Da qualunque
    parte io corressi anelando alla felicit,  dopo un aspro viaggio pieno
    di  errori  e  di tormenti,  mi vedeva spalancata la sepoltura dove io
    m'andava a perdere con tutti i mali e tutti i beni di  questa  inutile
    vita.  E  mi  sentiva  avvilito  e  piangeva  perch  avea  bisogno di
    consolazione - e ne' miei singhiozzi io invocava Teresa.


    14 Maggio.

    Anche jer sera tornandomi dalla montagna,  mi posai stanco sotto  que'
    pini;  anche jer sera io invocava Teresa.  - Udii un calpestio fra gli
    alberi; e mi parea d'intendere bisbigliare alcune voci.  Mi sembr poi
    di  vedere  Teresa  con  sua  sorella  -  sbigottitesi  a  prima vista
    fuggivano. Io le chiamai per nome, e la Isabellina raffigurandomi,  mi
    si gitt addosso con mille baci.  Mi rizzai.  Teresa s'appoggi al mio
    braccio,  e noi passeggiammo taciturni lungo la  riva  del  fiumicello
    sino al lago de' cinque fonti. E l ci siamo quasi di consenso fermati
    a  mirar  l'astro  di  Venere  che ci lampeggiava su gli occhi.  - Oh!
    diss'ella,  con quel dolce entusiasmo  tutto  suo,  credi  tu  che  il
    Petrarca  non  abbia  anch'egli  visitato  sovente  queste  solitudini
    sospirando fra le ombre pacifiche della notte la  sua  perduta  amica?
    Quando leggo i suoi versi io me lo dipingo qui - malinconico - errante
    - appoggiato al tronco di un albero, pascersi de' suoi mesti pensieri,
    e  volgersi  al  cielo  cercando  con  gli  occhi  lagrimosi  la belt
    immortale di Laura.  Io non so come quell'anima,  che avea in s tanta
    parte di spirito celeste, abbia potuto sopravvivere in tanto dolore, e
    fermarsi fra le miserie de' mortali - oh quando s'ama davvero!  - E mi
    parve ch'essa mi stringesse la mano,  e io mi sentiva il cuore che non
    voleva starmi pi in petto.  - S!  tu eri creata per me, nata per me,
    ed io -  non  so  come  ho  potuto  soffocare  queste  parole  che  mi
    scoppiavano  dalle  labbra.  -  E  saliva  su  per la collina ed io la
    seguitava. Le mie potenze erano tutte di Teresa; ma la tempesta che le
    aveva  agitate  era  alquanto  sedata.  -  Tutto    amore,   diss'io;
    l'universo non  che amore;  e chi lo ha mai pi sentito,  chi pi del
    Petrarca lo ha fatto dolcissimamente sentire?  Que' pochi genj che  si
    sono  innalzati sopra tanti altri mortali mi spaventano di meraviglia;
    ma il Petrarca mi riempie di fiducia religiosa e d'amore;  e mentre il
    mio intelletto gli sacrifica come a nume, il mio cuore lo invoca padre
    e amico consolatore. - Teresa sospir insieme e sorrise.
    La salita l'aveva stancata: riposiamo, diss'ella: l'erba era umida, ed
    io  le  additai  un gelso poco lontano.  Il pi bel gelso che mai.  E'
    alto, solitario, frondoso: fra' suoi rami v'ha un nido di cardellini -
    ah vorrei poter innalzare sotto l'ombre di quel gelso un altare!  - La
    ragazzina  intanto  ci  aveva lasciati,  saltando su e gi,  cogliendo
    fioretti e gettandoli dietro le  lucciole  che  veniano  aleggiando  -
    Teresa  sedea  sotto  il  gelso ed io seduto vicino a lei con la testa
    appoggiata al tronco,  le recitava le odi di Saffo - sorgeva la Luna -
    oh! - perch mentre scrivo il mio cuore batte s forte? beata sera!


     4 Maggio, ore 11.

    S, Lorenzo! - dianzi io meditai di tacertelo - Or odilo, la mia bocca
      tuttavia  rugiadosa  -  d'un suo bacio - e le mie guance sono state
    innondate dalle  lagrime  di  Teresa.  Mi  ama  -  lasciami,  Lorenzo,
    lasciami in tutta l'estasi di questo giorno di paradiso.


    14 Maggio, a sera.

    O quante volte ho ripigliato la penna,  e non ho potuto continuare: mi
    sento un po' calmato e torno a scriverti.  - Teresa  giacea  sotto  il
    gelso  -  ma  e  che posso dirti che non sia tutto racchiuso in queste
    parole? Vi amo.  A queste parole tutto ci ch'io vedeva mi sembrava un
    riso dell'universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi
    parea ch'egli si spalancasse per accoglierci!  deh! a che non venne la
    morte?  e l'ho invocata.  S;  ho baciato Teresa;  i fiori e le piante
    esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia;
    i  rivi  risuonavano  da  lontano;  e tutte le cose s'abbellivano allo
    splendore della Luna che era tutta piena  della  luce  infinita  della
    Divinit.  Gli  elementi  e  gli  esseri esultavano nella gioja di due
    cuori ebbri di amore - ho baciata e ribaciata quella mano -  e  Teresa
    mi  abbracciava tutta tremante,  e trasfondea i suoi sospiri nella mia
    bocca,  e il suo cuore palpitava su questo petto: mirandomi  co'  suoi
    grandi occhi languenti,  mi baciava,  e le sue labbra umide, socchiuse
    mormoravano su le mie - ahi!  che ad un tratto mi si    staccata  dal
    seno quasi atterrita: chiam sua sorella e s'alz correndole incontro.
    Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue
    vesti - ma non ho ardito di rattenerla, n richiamarla. La sua virt -
    e  non  tanto  la  sua virt,  quanto la sua passione,  mi sgomentava:
    sentiva e sento rimorso di averla io  primo  eccitata  nel  suo  cuore
    innocente.  Ed    rimorso  -  rimorso  di  tradimento!  Ahi mio cuore
    codardo!  - Me le sono accostato tremando.  - Non posso essere  vostra
    mai! - e pronunci queste parole dal cuore profondo e con una occhiata
    con  cui parea rimproverarsi e compiangermi.  Accompagnandola lungo la
    via, non mi guard pi;  n io avea pi cuore di dirle parola.  Giunta
    alla   ferriata  del  giardino  mi  prese  di  mano  la  Isabellina  e
    lasciandomi: Addio,  diss'ella;  e rivolgendosi dopo  pochi  passi,  -
    addio.
    Io  rimasi  estatico:  avrei baciate l'orme de' suoi piedi: pendeva un
    suo  braccio,  e  i  suoi  capelli  rilucenti  al  raggio  della  Luna
    svolazzavano  mollemente:  ma  poi,  appena appena il lungo viale e la
    fosca ombra degli alberi mi concedevano di  travedere  le  ondeggianti
    sue  vesti  che  da  lontano  ancor  biancheggiavano;  e poich l'ebbi
    perduta,  tendeva l'orecchio  sperando  di  udir  la  sua  voce.  -  E
    partendo,  mi  volsi  con  le  braccia  aperte,  quasi per consolarmi,
    all'astro di Venere: era anch'esso sparito.


    15 Maggio.

    Dopo quel bacio io son fatto divino.  Le mie  idee  sono  pi  alte  e
    ridenti, il mio aspetto pi gajo, il mio cuore pi compassionevole. Mi
    pare  che  tutto  s'abbellisca  a'  miei  sguardi;  il  lamentar degli
    augelli,  e il bisbiglio de' zefiri fra le frondi son oggi  pi  soavi
    che mai;  le piante si fecondano,  e i fiori si colorano sotto a' miei
    piedi; non fuggo pi gli uomini,  e tutta la Natura mi sembra mia.  Il
    mio  ingegno    tutto  bellezza  e  armonia.  Se  dovessi  scolpire o
    dipingere la Belt,  io sdegnando ogni  modello  terreno  la  troverei
    nella mia immaginazione.  O Amore!  le arti belle sono tue figlie;  tu
    primo hai guidato su la terra la sacra  poesia,  solo  alimento  degli
    animali   generosi  che  tramandano  dalla  solitudine  i  loro  canti
    sovrumani sino alle pi tarde generazioni,  spronandole con le voci  e
    co'  pensieri  spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi ne'
    nostri petti la sola virt utile a' mortali, la Piet, per cui sorride
    talvolta il labbro dell'infelice  condannato  ai  sospiri:  e  per  te
    rivive  sempre  il  piacere fecondatore degli esseri,  senza del quale
    tutto sarebbe caos e  morte.  Se  tu  fuggissi,  la  Terra  diverrebbe
    ingrata;  gli animali,  nemici fra loro;  il Sole, foco malefico; e il
    Mondo,  pianto,  terrore e distruzione universale.  Adesso che l'anima
    mia risplende di un tuo raggio,  io dimentico le mie sventure; io rido
    delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell'avvenire. -
    O Lorenzo!  sto spesso sdrajato su la riva del lago de' cinque  fonti:
    mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando
    sommovono l'erba,  e allegrano i fiori,  e increspano le limpide acque
    del lago. Lo credi tu? io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le
    Ninfe ignude,  saltanti,  inghirlandate  di  rose,  e  invoco  in  lor
    compagnia  le  Muse  e l'Amore;  e fuor dei rivi che cascano sonanti e
    spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le
    spalle rugiadose,  e con gli occhi ridenti le Najadi,  amabili custodi
    delle  fontane.  Illusioni!  grida  il  filosofo.  -  Or  non   tutto
    illusione?  tutto!  Beati gli antichi che si credeano degni  de'  baci
    delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle
    Grazie; che diffondeano lo splendore della divinit su le imperfezioni
    dell'uomo,  e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli
    della lor fantasia!  Illusioni!  ma  intanto  senza  di  esse  io  non
    sentirei la vita che nel dolore,  o (che mi spaventa ancor pi.  nella
    rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorr pi sentire, io
    me lo strapper dal petto con le mie mani,  e lo caccer come un servo
    infedele.


    21 Maggio.

    Ohim  che notti lunghe,  angosciose!  - il timore di non rivederla mi
    desta: divorato  da  un  presentimento  profondo,  ardente,  smanioso,
    sbalzo  dal letto al balcone e non concedo riposo alle mie membra nude
    aggrezzate,  se prima non discerno sull'oriente un raggio  di  giorno.
    Corro  palpitando  al  suo  fianco e stupido!  soffoco le parole,  e i
    sospiri: non concepisco, non odo: il tempo vola, e la notte mi strappa
    da quel soggiorno di paradiso.  - Ahi  lampo!  tu  rompi  le  tenebre,
    splendi, passi ed accresci il terrore e l'oscurit.


    25 Maggio.

    Ti ringrazio,  eterno Iddio,  ti ringrazio!  Tu hai dunque ritirato il
    tuo sospiro,  e Lauretta ha lasciato alla terra le sue infelicit:  tu
    ascolti  i  gemiti  che  partono dalle viscere dell'anima,  e mandi la
    Morte  per  isciogliere  dalle  catene  della  vita  le  tue  creature
    perseguitate ed afflitte.  Mia cara amica! il tuo sepolcro beva almeno
    queste lagrime,  sole esequie ch'io posso offerirti: le zolle  che  ti
    nascondono  sieno  coperte di fresca erba,  e dalle benedizioni di tua
    madre e dalla mia. Tu vivendo speravi da me qualche conforto;  eppure!
    non ho potuto nemmeno prestarti gli ultimi ufficj; ma - ci rivedremo -
    s.
    Quand'io, caro Lorenzo, mi ricordava di quella povera innocente, certi
    presentimenti mi gridavano dentro l'anima: E' morta. Pure se tu non me
    ne avessi scritto,  io certo non lo avrei saputo mai; perch, e chi si
    cura della virt  quand'  ravvolta  nella  povert?  Spesso  mi  sono
    accinto  a  scriverle.  M' caduta la penna,  e ho bagnato la carta di
    lagrime: temeva non mi raccontasse de' nuovi martirj,  e  mi  destasse
    nel  cuore  una  corda la cui vibrazione non sarebbe cessata s tosto.
    Pur troppo! noi sfuggiamo d'intendere i mali de' nostri amici; le loro
    miserie ci sono gravi,  e il nostro  orgoglio  sdegna  di  porgere  il
    conforto delle parole,  s caro agli infelici, quando non si pu unire
    un soccorso vero e reale.  Ma - fors'ella e sua madre mi  annoveravano
    fra la turba di coloro che ubbriacati dalla prosperit abbandonano gli
    sventurati. Lo sa il cielo! Frattanto Dio ha conosciuto che non poteva
    reggere  pi:  Ei  tempera i venti in favore dell'agnello recentemente
    tosato; e - tosato al vivo!  E ti dee pur ricordare com'essa un giorno
    torn  a  casa  sua,  portando  chiuso nel suo canestrino da lavoro un
    cranio di morto; e ci scoverse il coperchio,  e rideva;  e mostrava il
    cranio in mezzo a un nembo di rose.  - E le sono tante e tante, diceva
    a noi,  queste rose;  e le ho rimondate di tutte le spine: e domani le
    si appassiranno: ma io ne comperer ben dell'altre perch ogni giorno,
    ogni mese crescono rose, e la morte se le piglia tuttequante. - Ma che
    vuoi tu farne,  o Lauretta;  io le dissi. - Vo' coronare questo cranio
    di rose,  e ogni giorno di rose fresche;  - e rispondendo  rideva  pur
    sempre  con  soave  amabilit.  E in quelle parole e in quel riso e in
    quell'aria di volto demente e in quegli occhi fitti sul  cranio  e  in
    quelle sue dita pallide e tremanti che andavano intrecciando le rose -
    tu  ti  se'  pur  avveduto  come  alle  volte il desiderio di morire 
    necessario insieme e dolcissimo;  ed eloquente fin  anche  sul  labbro
    d'una fanciulla impazzata.
    Torner,  Lorenzo: conviene ch'io esca;  il mio cuore si gonfia e geme
    come se non volesse starmi pi in petto: su la cima  di  un  monte  mi
    sembra  d'essere  alquanto  pi libero;  ma qui nella mia stanza - sto
    quasi sotterrato in un sepolcro. -
    Sono salito su la pi alta montagna: i venti imperversavano; io vedeva
    le querce ondeggiar sotto a' miei piedi;  la selva  fremeva  come  mar
    burrascoso,  e la valle ne rimbombava; su le rupi dell'erta sedeano le
    nuvole - nella terribile maest della Natura la mia anima  attonita  e
    sbalordita ha dimenticato i suoi mali, ed  tornata alcun poco in pace
    con se medesima.
    Vorrei dirti di grandi cose: mi passano per la mente; vi sto pensando!
    -  m'ingombrano  il cuore,  s'affollano,  si confondono: non so pi da
    quale io mi debba incominciare;  poi tutto a un tratto mi sfuggono,  e
    prorompo in un pianto dirotto. Vado correndo come un pazzo senza saper
    dove,  e  perch:  non  m'accorgo,  e  i  miei piedi mi trascinano fra
    precipizj.  Io domino le valli e le campagne  soggette;  magnifica  ed
    inesausta  creazione!  I miei sguardi e i miei pensieri si perdono nel
    lontano orizzonte. - Vo salendo,  e sto l - ritto - anelante - guardo
    ingi;  ahi voragine! - alzo gli occhi inorridito e scendo precipitoso
    appi del colle dove la valle  pi fosca.  Un  boschetto  di  giovani
    querce  mi  protegge dai venti e dal sole;  due rivi d'acqua mormorano
    qua e l sommessamente: i rami  bisbigliano,  e  un  rosignuolo  -  ho
    sgridato  un  pastore  che  era  venuto  per  rapire  dal  nido i suoi
    pargoletti: il  pianto,  la  desolazione,  la  morte  di  quei  deboli
    innocenti dovevano essere venduti per una moneta di rame;  cos va! or
    bench'io l'abbia compensato del guadagno che sperava di  trarne  e  mi
    abbia promesso di non disturbare pi i rosignuoli,  tu credi ch'ei non
    torner a desolarli? - e l io mi riposo. - Dove se' ito, o buon tempo
    di prima! la mia ragione  malata e non pu fidarsi che nel sopore,  e
    guai  se  sentisse  tutta  la  sua  infermit!  Quasi  quasi  - povera
    Lauretta! tu forse mi chiami - e forse fra non molto io verr.  Tutto,
    tutto  quello  ch'esiste  per  gli  uomini  non  che la lor fantasia.
    Dianzi fra le rupi la morte mi  era  spavento;  e  all'ombra  di  quel
    boschetto  io  avrei  chiusi gli occhi volentieri in sonno eterno.  Ci
    fabbrichiamo la realt a nostro  modo;  i  nostri  desideri  si  vanno
    moltiplicando  con  le  nostre  idee;  sudiamo  per quello che vestito
    diversamente ci annoja; e le nostre passioni non sono alla stretta del
    conto che gli effetti delle nostre illusioni.  Quanto mi sta d'intorno
    richiama al mio cuore quel dolce sogno della mia fanciullezza. O! come
    io  scorreva  teco  queste  campagne  aggrappandomi  or  a questo or a
    quell'arbuscello di frutta, immemore del passato,  non curando che del
    presente,  esultando di cose che la mia immaginazione ingrandiva e che
    dopo un'ora non erano pi,  e riponendo  tutte  le  mie  speranze  ne'
    giuochi della prossima festa. Ma quel sogno  svanito! e chi m'accerta
    che in questo momento io non sogni?  Ben tu,  mio Dio,  tu che creasti
    gli umani cuori,  tu solo,  sai che sonno spaventevole  questo  ch'io
    dormo; sai che non altro m'avanza fuorch il pianto e la morte.
    Cos vaneggio!  cangio voti e pensieri, e quanto la Natura  pi bella
    tanto pi vorrei vederla vestita a lutto.  E veramente pare  che  oggi
    m'abbia  esaudito.  Nel  verno passato io era felice: quando la Natura
    dormiva mortalmente la mia anima pareva tranquilla - ed ora?
    Eppur mi conforto nella speranza  di  essere  compianto.  Su  l'aurora
    della  vita  io  cercher  forse  invano il resto della mia et che mi
    verr rapito dalle mie passioni  e  dalle  mie  sventure;  ma  la  mia
    sepoltura  sar  bagnata  dalle  tue lagrime,  dalle lagrime di quella
    fanciulla celeste.  E chi mai cede a una eterna obblivione questa cara
    e  travagliata esistenza?  Chi mai vide per l'ultima volta i raggi del
    Sole,  chi salut la Natura per sempre,  chi abbandon i suoi diletti,
    le  sue speranze,  i suoi inganni,  i suoi stessi dolori senza lasciar
    dietro a s un desiderio,  un sospiro,  uno sguardo?  Le persone a noi
    care  che ci sopravvivono,  sono parte di noi.  I nostri occhi morenti
    chiedono altrui qualche stilla di pianto, e il nostro cuore ama che il
    recente cadavere sia sostenuto da braccia amorose,  e cerca  un  petto
    dove trasfondere l'ultimo nostro respiro.  Geme la Natura perfin nella
    tomba, e il suo gemito vince il silenzio e l'oscurit della morte.
    M'affaccio al  balcone  ora  che  la  immensa  luce  del  Sole  si  va
    spegnendo, e le tenebre rapiscono all'universo que' raggi languidi che
    balenano  su  l'orizzonte;  e  nella  opacit  del mondo malinconico e
    taciturno contemplo la immagine della Distruzione divoratrice di tutte
    le cose.  Poi giro gli occhi sulle macchie de' pini piantati dal padre
    mio  su  quel  colle  presso  la  porta  della  parrocchia,  e travedo
    biancheggiare fra le frondi agitate da'  venti  la  pietra  della  mia
    fossa. E mi par di vederti venir con mia madre, a benedire, o perdonar
    non  foss'altro  alle ceneri dell'infelice figliuolo.  E predico a me,
    consolandomi: Forse Teresa verr solitaria su  l'alba  a  rattristarsi
    dolcemente su le mie antiche memorie, e a dirmi un altro addio. No! la
    morte  non    dolorosa.  Che  se  taluno  metter  le  mani nella mia
    sepoltura e scompiglier il mio scheletro per trarre  dalla  notte  in
    cui  giaceranno,  le  mie  ardenti passioni,  le mie opinioni,  i miei
    delitti - forse;  non mi difendere,  Lorenzo;  rispondi soltanto:  Era
    uomo, e infelice.


    26 Maggio.

    Ei viene, Lorenzo - ei ritorna.
    Scrisse di Toscana ove si fermer venti giorni; e la lettera  in data
    de' 18 Maggio: fra due settimane al pi - dunque!


    27 Maggio.

    Ma  penso: Ed  pur vero che questa immagine d'angelo de' cieli esista
    qui, in questo basso mondo,  fra noi?  e sospetto d'essermi innamorato
    della creatura della mia fantasia.
    E  chi  non avrebbe voluto amarla anche infelicemente?  e dov' l'uomo
    cos avventuroso col quale io degnassi di cangiare  questo  mio  stato
    lagrimevole?  -  ma  come  io  posso  dall'altra  parte  essere  tanto
    carnefice mio per tormentarmi - or nol veggo?  nol vidi pur sempre?  -
    senza niuna speranza?  - Forse!  un certo orgoglio in costei della sua
    bellezza e delle mie angosce - non mi ama, e la sua compassione cover
    un tradimento.  Ma quel suo bacio celeste che  mi  sta  sempre  su  le
    labbra e mi domina tutti i pensieri? e quel suo pianto? - ahi, ma dopo
    quel  momento  mi  sfugge;  n  s'attenta  di guardarmi pi in faccia.
    Seduttore! io?  - e quando mi sento tuonare nell'anima quella tremenda
    sentenza:  Non  sar  vostra  mai;  io  trapasso di furore in furore e
    medito delitti di sangue. - Non tu, innocente vergine, io solo io solo
    ho tentato il tradimento; e l'avrei, chi sa? - consumato. O!  un altro
    tuo bacio,  e abbandonami poscia a' miei sogni e a' miei soavi delirj:
    io ti morr a' piedi;  ma tutto tuo,  e sapendo che pur t'ho  lasciata
    innocente - ma insieme infelice!  Tu,  se non potrai essermi sposa, mi
    sarai almeno compagna nel sepolcro.  Ah no;  la pena di  questo  amore
    fatale si rovesci sopra di me.  Ch'io pianga per tutta un'eternit; ma
    che il cielo,  o Teresa,  non voglia che tu  sia  lungamente  per  mia
    cagione infelice!  - Ma intanto io ti ho perduta, e tu mi t'involi, tu
    stessa. Ah se tu mi amassi com'io t'amo!
    Eppure, o Lorenzo, in s fieri dubbj,  e in tanti tormenti,  ogni qual
    volta io domando consiglio alla mia ragione,  mi riconforta dicendomi:
    Tu non se' immortale. Or via, soffriamo dunque;  e sino agli estremi -
    uscir, uscir dall'inferno della vita; e basto io solo: a questa idea
    rido  e  della fortuna,  e degli uomini,  e quasi della onnipotenza di
    Dio.


    28 Maggio.

    Spesso io mi figuro tutto il mondo a soqquadro, e il Cielo, e il Sole,
    e l'Oceano,  e tutti i globi nelle fiamme e nel nulla;  ma se anche in
    mezzo  alla  universale  rovina  io  potessi  stringere un'altra volta
    Teresa - un'altra volta soltanto fra queste braccia,  io invocherei la
    distruzione del creato.


    29 Maggio, all'alba.

    O illusione! perch quando ne' miei sogni quest'anima  un paradiso, e
    Teresa  al mio fianco, e mi sento sospirar su la bocca, e - perch mi
    trovo  poi un vuoto,  un vuoto di tomba?  Almen que' beati momenti non
    fossero mai venuti,  o non fossero fuggiti  mai!  -  questa  notte  io
    cercava  brancicando  quella  mano  che me l'ha strappata dal seno: mi
    parea d'intendere da lontano un suo gemito;  ma  le  coltri  molli  di
    pianto,  i miei capelli sudati,  il mio petto ansante, la fitta e muta
    oscurit - tutto tutto mi gridava: Misero,  tu  deliri!  Spaventato  e
    languente mi sono buttato boccone sul letto abbracciando il guanciale,
    e cercando di tormentarmi nuovamente e d'illudermi.
    Se  tu mi vedessi stanco,  squallido,  taciturno errar su e gi per le
    montagne e cercar di Teresa,  e temer di trovarla,  sovente  brontolar
    fra me stesso,  chiamare,  pregarla,  e rispondere alle mie voci: arso
    dal Sole mi caccio sotto una macchia e m'addormento o vaneggio  -  ahi
    che sovente la saluto come se la vedessi, e mi pare di stringerla e di
    baciarla  -  poi  mi  svanisce,  ed  io tengo gli occhi inchiodati sui
    precipizj di qualche dirupo. S! conviene ch'io la finisca.


    29 Maggio, a sera.

    Fuggir dunque, fuggire: ma dove?  credimi,  io mi sento malato: appena
    reggo  questo  mio corpo per potermelo strascinare sino alla villa,  e
    confortarmi in quegli occhi e bere  un  altro  sorso  di  vita,  forse
    ultimo - ma senz'essa vorrei pi questo inferno?  Dianzi l'ho salutata
    per andarmene;  non rispose - scesi le scale;  ma non poteva scostarmi
    dal  suo  giardino:  e  -  lo  credi?  la  sua vista mi d soggezione.
    Vedendola poi scendere con sua sorella ho tentato di tirarmi sotto una
    pergola e fuggirmene.  La Isabellina ha gridato: Viscere mie,  viscere
    mie,  non  ci  avete  vedute?  Colpito  quasi  da  un  fulmine mi sono
    precipitato sopra un sedile;  la  ragazza  mi  s'  gettata  al  collo
    carezzandomi,  e dicendomi all'orecchio: Perch taci sempre? Non so se
    Teresa m'abbia guardato; spar dentro un viale.  Dopo mezz'ora torn a
    chiamare la ragazza che stava ancora fra le mie ginocchia, e m'accorsi
    come le sue pupille erano rosse di pianto; non mi parl, ma mi ammazz
    con un'occhiata quasi volesse dirmi: Tu mi hai ridotta cos.


    2 Giugno.

    Ecco  tutto  ne'  suoi  veri  sembianti.  Ahi!  non  sapeva  che in me
    s'annidasse questa furia che m'investe, m'arde, mi annienta, eppur non
    mi uccide.  Dov' la Natura?  Dov' la  sua  immensa  bellezza?  Dov'
    l'intreccio  pittoresco  de'  colli  ch'io  contemplava  dalla pianura
    inalzandomi con l'immaginazione nelle regioni dei cieli?  mi  sembrano
    rupi  nude  e non veggo che precipizj.  Le loro falde coperte di ombre
    ospitali mi sono fatte nojose: io  vi  passeggiava  un  tempo  fra  le
    ingannevoli  meditazioni della nostra debole filosofia.  A qual pro se
    ci fanno conoscere  le  infermit  nostre,  n  porgono  i  rimedj  da
    risanarle? - Oggi io sentiva gemere la foresta ai colpi delle scuri: i
    contadini atterravano i roveri di duecento anni: - tutto pre quaggi!
    Guardo  le  piante ch'una volta scansava di calpestare,  e mi soffermo
    sovr'esse e le strappo,  e le sfioro gittandole fra la polvere  rapita
    dai venti. Gemesse con me l'universo!
    Sono  uscito  assai  prima  del Sole e correndo attraverso de' solchi,
    cercava nella  stanchezza  del  corpo  qualche  sopore  a  quest'anima
    tempestosa.  La mia fronte era tutta sudore, e il mio petto ansava con
    difficile anelito.  Soffia il vento della notte  e  mi  scompiglia  le
    chiome ed agghiaccia il sudore che grondavami dalle guance.  - Oh!  da
    quell'ora mi sento per tutte le membra un brivido, le mani fredde,  le
    labbra livide, e gli occhi erranti fra le nuvole della morte.
    Almeno costei non mi perseguitasse con la sua immagine,  ovunque io mi
    vada,  a  piantarmisi  faccia  a  faccia:  perch'ella,   o  Lorenzo  -
    perch'ella  mi  move  qui  dentro  un terrore,  una disperazione,  una
    rabbia,  una gran guerra - e medito talor di rapirla e di strascinarla
    con  me  nei  deserti  lungi  dalla  prepotenza  degli  uomini.  - Ahi
    sciagurato! mi percuoto la fronte e bestemmio - partir.


    A chi legge.

    Tu forse, o Lettore,  ti se' fatto amico di Jacopo,  e brami di sapere
    la  storia  della  sua  passione;  onde io per narrartela andr quindi
    innanzi interrompendo la serie delle sue lettere.

    La morte di Lauretta esacerb la sua malinconia fatta ancora pi  nera
    per l'imminente ritorno di Odoardo. Dirad le sue visite in casa T***,
    e  non  parlava  con  anima nata.  Dimagrato,  sparuto,  con gli occhi
    incavati, ma spalancati e pensosi, la voce cupa, i passi tardi, andava
    per lo pi inferrajuolato, senza cappello,  e con le chiome gi per la
    faccia;  vegliava le notti intere girando per le campagne, e il giorno
    fu spesso veduto dormire sotta qualche albero.
    In questa,  torn Odoardo in  compagnia  di  un  giovine  pittore  che
    ripatriava  da Roma.  Quel giorno stesso incontrarono Jacopo.  Odoardo
    gli  si  fe'  incontro  abbracciandolo;  Jacopo  quasi  sbigottito  si
    arretr.  Il  pittore  gli  disse  che avendo udito a parlare di lui e
    dell'ingegno suo, da gran tempo bramava di conoscerlo di persona. - Ei
    lo interruppe?: Io? - io,  signor mio,  non ho mai potuto conoscere me
    medesimo negli altri mortali; per non credo che gli altri possano mai
    conoscere  se  medesimi  in me.  Gli domandarono interpretazione di s
    ambigue parole;  ed ei per tutta risposta si ravvolse nel suo tabarro,
    si cacci fra gli alberi; e spar. Odoardo si dolse di questo contegno
    col padre di Teresa, il quale gi incominciava a temere della passione
    di Jacopo.
    Teresa dotata di una indole meno risentita,  ma passionata ed ingenua;
    propensa a una affettuosa malinconia,  priva nella  solitudine  d'ogni
    altro amico di cuore,  nell'et in cui parla in noi la dolce necessit
    di amare e di essere riamati,  incominci a confidare a  Jacopo  tutta
    l'anima sua, e a poco a poco se ne innamor; ma non ardiva confessarlo
    a  se  stessa:  e  dopo  la sera di quel bacio viveva assai riservata,
    sfuggendo l'amante, e tremando alla presenza del padre. Allontanata da
    sua madre,  senza consiglio e senza conforto,  atterrita dal suo stato
    futuro,  e  dalla virt e dall'amore,  divent solitaria,  non parlava
    quasi mai, leggeva sempre, trascurava e il disegno,  e la sua arpa,  e
    il  suo  abbigliamento,  e  fu  spesso  sorpresa dai famigliari con le
    lagrime agli occhi.  Scansava la compagnia delle giovinette sue amiche
    che a primavera villeggiavano a' colli Euganei; e dileguandosi a tutti
    e  alla  sua sorellina,  sedeva molte ore ne' luoghi pi appartati del
    suo giardino.  Regnava quindi in quella casa un silenzio e  una  certa
    diffidenza  che turbarono lo sposo trafitto anche da' modi sdegnosi di
    Jacopo incapace di simulazione.  Naturalmente parlava  con  enfasi;  e
    sebbene  conversando  fosse  taciturno,  fra'  suoi amici era loquace,
    pronto al riso,  e ad una allegria schietta,  eccessiva.  Ma  in  que'
    giorni  le  sue  parole  ed  ogni suo atto erano veementi e amari come
    l'anima sua. Istigato una sera da Odoardo che giustificava il trattato
    di Campo Formio, si diede a disputare,  a gridare come un invasato,  a
    minacciare,  a percuotersi la testa,  e a piangere d'ira.  Avea sempre
    un'aria assoluta;  ma il signore T*** mi raccontava che allora o stava
    sepolto ne' suoi pensieri, o se discorreva, s'infiammava d'improvviso;
    i suoi occhi metteano paura,  e talvolta fra il discorso gli abbassava
    inondati di pianto.  Odoardo si fe' pi circospetto,  e  sospett  del
    cangiamento di Jacopo.
    Cos pass tutto Giugno.  Il misero giovine diveniva ogni d pi tetro
    ed infermo; n scriveva pi alla sua famiglia,  n rispondeva alle mie
    lettere.  Spesso  fu  veduto da' contadini cavalcare a briglia sciolta
    per luoghi scoscesi, e in mezzo alle fratte e a traverso de' fossi, ed
     maraviglia com'ei non sia pericolato.  Una mattina il pittore stando
    a ritrarre la prospettiva de' monti, ud la sua voce fra il bosco: gli
    si accost di soppiatto, e intese ch'ei declamava una scena del Saule.
    Allora  gli  riusc  di  disegnare il ritratto dell'Ortis,  che sta in
    fronte a questa edizione,  appunto quand'ei si soffermava pensoso dopo
    avere proferito que' versi dell'atto primo, scena prima.

    "Precipitoso
    Gi mi sarei fra gl'inimici ferri
    Scagliato io da gran tempo; avrei gi tronca
    Cos la vita orribile ch'io vivo."

    Poi  lo  vide  arrampicarsi  sino  alla cima della montagna,  guardare
    all'ingi risolutamente con le braccia aperte,  e tutto ad  un  tratto
    arretrarsi esclamando: O madre mia!
    Una  domenica  rimase  a  desinare  in casa T***.  Preg Teresa perch
    suonasse,  e le porse l'arpa  egli  stesso.  Mentr'ella  incominciava,
    entr suo padre e le s'assise da canto.  Jacopo pareva inondato da una
    dolce mestizia e il suo aspetto si andava rianimando; ma a poco a poco
    chin la testa,  e ricadde in una malinconia  pi  compassionevole  di
    prima.  Teresa  lo  sogguardava  e  sforzavasi di reprimere il pianto:
    Jacopo se n'avvide, n potendosi contenere,  s'alz e part.  Il padre
    intenerito  si volt a Teresa dicendole: O figlia mia,  tu vuoi dunque
    precipitare teco noi tutti? A queste parole le sgorgarono d'improvviso
    le lagrime; si gitt fra le braccia di suo padre,  e gli confess.  In
    questa   entrava   Odoardo;   e  la  subita  partenza  di  Jacopo,   e
    l'atteggiamento di  Teresa,  e  il  turbamento  del  signore  T***  lo
    raffermarono  ne'  suoi dubbj.  Queste cose le ho udite dalla bocca di
    Teresa.
    Il d seguente, che fu la mattina de' 7 luglio, Jacopo and da Teresa,
    e vi trov lo sposo,  e il pittore che le faceva il ritratto  nuziale.
    Teresa  confusa  e  tremante  usc in fretta come per badare a qualche
    cosa di cui si era dimenticata; ma passando davanti a Jacopo gli disse
    ansiosamente sottovoce: Mio padre sa tutto. Ei non fe' motto n cambi
    viso;  passeggi tre o quattro volte su e gi per la stanza,  ed usc.
    Per  tutto  quel giorno non si lasci vedere ad uomo vivente.  Michele
    che lo aspettava a desinare,  ne cerc invano.  Non si ridusse a  casa
    che  a  mezzanotte  suonata.  Si  sdraj vestito sul letto,  e mand a
    dormire il ragazzo. Poco dopo s'alz e scrisse.


    Mezzanotte.

    Io mandava alla Divinit i miei ringraziamenti,  e i miei voti,  ma io
    non la ho mai temuta.  Eppure adesso che sento tutto il flagello delle
    sventure, io la temo e la supplico.
    Il mio intelletto  acciecato, la mia anima  prostrata,  il mio corpo
     sbattuto dal languore della morte.
    E'  vero!  i  disgraziati  hanno  bisogno di un altro mondo diverso da
    questo dove mangiano un pane amaro,  e bevono l'acqua  mescolata  alle
    lagrime.  La  immaginazione lo crea,  e il cuore si consola.  La virt
    sempre infelice quaggi persevera con la speranza di un  premio  -  ma
    sciagurati  coloro  che  per non essere scellerati hanno bisogno della
    religione!
    Mi sono prostrato in una chiesetta posta in Arqu,  perch io  sentiva
    che la mano di Dio pesava sopra il mio cuore.
    Son  io debole forse,  Lorenzo?  Il cielo non ti faccia mai sentire la
    necessit della solitudine, delle lagrime, e di una chiesa!


    Ore 2.

    Il Cielo  tempestoso: le stelle rare  e  pallide;  e  la  Luna  mezza
    sepolta fra le nuvole batte con raggi lividi le mie finestre.


    All'alba.

    Lorenzo,  non odi?  t'invoca l'amico tuo: qual sonno! spunta un raggio
    di giorno e forse per rinsanguinare i miei mali. - Dio non mi ode.  Mi
    condanna anzi ad ogni minuto all'agonia della morte;  e mi costringe a
    maledire i miei giorni che pur non sono macchiati di alcun delitto.
    Che?  se tu se' un  Dio  forte,  prepotente,  geloso,  che  rivedi  le
    iniquit  de' padri ne' figli,  e che visiti nel tuo furore la terza e
    la quarta generazione (10), dovr io sperar di placarti? Manda in me -
    bens non  in  altri  che  in  me  -  l'ira  tua,  la  quale  raccende
    nell'inferno le fiamme che dovranno ardere milioni e milioni di popoli
    a'  quali  non  ti  se'  fatto  conoscere.  - Ma Teresa  innocente: e
    anzich stimarti crudele, t'adora con serenit soavissima d'animo.  Io
    non  t'adoro,  appunto perch ti pavento - e sento pure che ho bisogno
    di te.  Spogliati,  deh!  spogliati degli attributi di cui gli  uomini
    t'hanno  vestito  per  farti  simile a loro (11).  Non se' tu forse il
    Consolatore degli afflitti?  E il tuo Figlio Divino  non  si  chiamava
    egli il Figlio dell'Uomo?  Odimi dunque. Questo cuore ti sente, ma non
    t'offendere del gemito a cui la Natura costringe le viscere  dilaniate
    dell'uomo.  E mormoro contro di te,  e piango, e t'invoco, sperando di
    liberare l'anima mia - di liberarla? ma e come,  se non  piena di te?
    se non ti ha implorato nella prosperit,  e solo rifugge al tuo ajuto,
    e domanda il tuo braccio or quando  atterrata nella  miseria?  se  ti
    teme,  e  non  ha  in  te veruna speranza?  N spera,  n desidera che
    Teresa: e ti vedo in lei sola.
    Ecco,  o Lorenzo,  fuor delle mie labbra il delitto  per  cui  Dio  ha
    ritirato il suo sguardo da me. Non l'ho mai adorato come adoro Teresa.
    - Bestemmia!  Pari a Dio colei che sar a un soffio scheletro e nulla?
    Vedi l'uomo umiliato. Dovr dunque io anteporre Teresa a Dio?  - Ah da
    lei  si  spande  belt celeste ed immensa,  belt onnipotente.  Misuro
    l'universo con uno sguardo;  contemplo con occhio attonito l'eternit;
    tutto      caos,   tutto   sfuma,   e   s'annulla;   Dio  mi  diventa
    incomprensibile; e Teresa mi sta sempre davanti.
    Dopo due giorni ammal.  Il padre di Teresa and  a  visitarlo,  e  si
    giov  di  quell'occasione  a persuaderlo che s'allontanasse da' colli
    Euganei.  Come discreto e generoso ch'egli era,  stimava  l'ingegno  e
    l'animo  di  Jacopo,  e  lo amava come il pi caro amico ch'ei potesse
    aver mai;  e m'accert che  in  circostanze  diverse  avrebbe  creduto
    d'ornare  la  sua  famiglia  pigliandosi  per genero un giovine che se
    partecipava d'alcuni errori del nostro tempo, ed era dotato d'indomita
    tempra di cuore, aveva a ogni modo, al dire del signore T***, opinioni
    e virt degne de' secoli antichi.  Ma Odoardo  era  ricco,  e  di  una
    famiglia   sotto  la  cui  parentela  il  signore  T***  fuggiva  alle
    persecuzioni e alle insidie de' suoi nemici,  i  quali  lo  accusavano
    d'avere  desiderato la verace libert del suo paese;  delitto capitale
    in Italia.  Bens  imparentandosi  all'Ortis,  avrebbe  accelerato  la
    rovina di lui,  e della propria famiglia. Oltre di che aveva obbligata
    la sua fede;  e per mantenerla s'era ridotto a dividersi da una moglie
    a  lui  cara.  N i suoi bilanci domestici gli assentivano di accasare
    Teresa  con  una  gran  dote,   necessaria  alle   mediocri   sostanze
    dell'Ortis.  Il  signore  T***  mi  scrisse queste cose,  e le disse a
    Jacopo che sapeale da s,  e le ascolt con aspetto riposatissimo;  ma
    non s tosto ud parlare di dote.  No,  lo interruppe,  esule, povero,
    oscuro a tutti i mortali,  mi vorrei sotterrar vivo anzich domandarvi
    vostra  figlia  in sposa.  Sono sfortunato,  non per vile.  N i miei
    figliuoli dovranno riconoscere mai la  loro  fortuna  dalla  ricchezza
    della  loro  madre.  Vostra  figlia  pi ricca di me,  ed  promessa.
    Dunque? rispose il signore T***. - Jacopo non fiat. Alz gli occhi al
    cielo,  e dopo molta  ora:  O  Teresa,  esclam,  sarai  a  ogni  modo
    infelice!  O amico mio,  gli soggiunse allora amorevolmente il signore
    T***,  e per chi mai cominci ad essere misera se non per  voi?  Erasi
    gi per amor mio rassegnata al suo stato;  e sola poteva rappacificare
    una volta i suoi poveri genitori. Vi ha amato;  e voi che pure l'amate
    con  s altera generosit,  voi pur le rapite uno sposo,  e manterrete
    discorde una casa ove foste,  e siete,  e sarete sempre  accolto  come
    figliuolo.  Arrendetevi;  allontanatevi per alcuni mesi. Forse avreste
    trovato in altri  un  padre  severo:  ma  io!  -  sono  stato  anch'io
    sventurato;  ho  provato  le passioni,  pur troppo!  e ne provo - e ho
    imparato a compiangerle,  perch sento io  pure  il  bisogno  d'essere
    compatito. Bens da voi solo all'et mia quasi canuta ho imparato come
    alle  volte  si stima l'uomo che ci danneggia,  massime se  dotato di
    tale carattere da far parere generosi e tremendi gli  affetti  che  in
    altri  pajoni colpevoli insieme e risibili.  N io vel dissimulo: voi,
    dal  d  che  primamente  vi  ho  conosciuto,   avete   assunto   tale
    inesplicabile  predominio  sopra  di  me,  da  costringermi  a temervi
    insieme ed amarvi: e spesso andava noverando i minuti  per  impazienza
    di  rivedervi,  e  nel  tempo  stesso  io sentivami preso d'un tremito
    subitaneo e secreto allorch i miei servi mi  davano  avviso  che  voi
    salivate  le  scale.  Or  voi  abbiate  piet  di  me,  e della vostra
    giovent,  e della fama di Teresa.  La sua belt e la sua salute vanno
    languendo;  le sue viscere si struggono nel silenzio, e per voi. Io vi
    scongiuro in nome di Teresa,  partite;  sacrificate la vostra passione
    alla sua quiete;  e non vogliate ch'io sia l'amico insieme e il marito
    e il padre pi misero che sia mai nato.  Jacopo parea intenerito:  non
    per  mut  aspetto,  n  gli  cadde  lagrima dagli occhi,  n rispose
    parola;  bench il signore T*** a mezzo il discorso  si  rattenesse  a
    stento  dal  piangere: e rest a canto al letto di Jacopo sino a notte
    tardissima: ma n l'uno n l'altro aprirono pi bocca se non quando si
    dissero addio.  - La  malattia  del  giovine  aggrav;  e  ne'  giorni
    seguenti fu sovrappreso da febbre pericolosa.
    Frattanto io sgomentato e dalle lettere recenti di Jacopo, e da quelle
    del  padre  di  Teresa,  studiava  ogni via per accelerare la partenza
    dell'amico mio, come solo rimedio alla sua violenta passione.  N ebbi
    cuore  di rivelarla a sua madre,  la quale aveva gi avuto molte altre
    dolorosissime prove dell'indole  sua  capace  d'eccessi;  e  le  dissi
    soltanto,  ch'era  un  po'  malato,  e  che  il mutar aria gli avrebbe
    certamente giovato.
    In quel  tempo  stesso  incominciavano  a  inferocire  in  Venezia  le
    persecuzioni.   Non  v'erano  leggi;   ma  tribunali  arbitrarj;   non
    accusatori,  non difensori;  bens spie di  pensieri,  delitti  nuovi,
    ignoti  a  chi  n'era  punito,  e  pene subite,  inappellabili.  I pi
    sospettati gemevano carcerati; gli altri, bench d'antica e specchiata
    fama, erano tolti di notte alle proprie case, manomessi dagli sgherri,
    strascinati a' confini e abbandonati alla ventura,  senza l'addio  de'
    congiunti,  e  destituti  d'ogni  umano  soccorso.  Per  alcuni  pochi
    l'esilio scevro da questi modi violenti ed infami fu  somma  clemenza.
    Ed  io  pure  tardo,  e  non  ultimo e tacito martire,  vo da pi mesi
    profugo  per  l'Italia  volgendo  senza  nessuna  speranza  gli  occhi
    lagrimosi  alle  sponde  della mia patria.  Onde io allora,  adombrato
    anche per  la  libert  di  Jacopo,  persuasi  sua  madre,  quantunque
    desolatissima,  a  raccomandargli  che  sino a tempi migliori cercasse
    rifuggio in altro paese; tanto pi che quando s'era partito di Padova,
    si scus allegando gli stessi pericoli.  Fu fidata  la  lettera  a  un
    servo il quale giunse a' colli Euganei la sera de' 15 Luglio,  e trov
    Jacopo ancora a letto,  sebbene migliorato d'assai.  Gli sedeva vicino
    il  padre  di  Teresa.  Lesse la lettera sommessamente,  e la pos sul
    guanciale; poco dopo la rilesse, e parve commosso; ma non ne parl.
    Il d 19 s'alz  da  letto.  In  quel  giorno  stesso  sua  madre  gli
    riscrisse inviandogli danaro, due cambiali, e parecchie commendatizie,
    e  scongiurandolo  per le viscere di Dio che partisse.  Assai prima di
    sera and da Teresa;  e non trov  che  l'Isabellina  la  quale  tutta
    intenerita  cont  ch'ei s'assise muto,  si rizz,  la baci,  e se ne
    and.  Torn  dopo  un'ora,   e  salendo  per  le  scale  la  incontr
    nuovamente,  e se la strinse al petto,  la baci pi volte, e la bagn
    di lagrime.  Si pose a scrivere,  mut varii fogli,  e li stracci poi
    tutti.  Si  aggir  pensieroso  per  l'orto.  Un  servo  passandovi su
    l'imbrunire,  lo vide sdrajato: ripassando,  lo trov ritto presso  al
    rastrello  in atto d'uscire,  e col capo rivolto attentissimo verso la
    casa ch'era battuta dalla Luna.
    Tornatosi a casa, rimand il messo rispondendo a sua madre, che domani
    su l'alba partiva.  Fece ordinare i cavalli  alla  posta  pi  vicina.
    Innanzi  di  coricarsi,  scrisse la lettera seguente per Teresa,  e la
    consegn all'ortolano. All'alba part.


    Ore 9.

    Perdonami,  Teresa;  io ho funestato la tua giovinezza,  e  la  quiete
    della tua casa; ma fuggir. N io mi credeva dotato di tanta costanza.
    Posso lasciarti, e non morir di dolore; e non  poco; usiamo dunque di
    questo momento finch il cuore mi regge, e la ragione non mi abbandona
    affatto. Pur la mia mente  sepolta nel solo pensiero di amarti sempre
    e  di piangerti.  Ma sar obbligo mio di non pi scriverti,  n di mai
    pi rivederti se non se quando sar  certissimo  di  lasciarti  quieta
    davvero.  Oggi t'ho cercato invano per dirti addio.  Abbiti almeno,  o
    Teresa,  queste ultime righe ch'io bagno,  tu  'l  vedi,  d'amarissime
    lagrime.  Mandami  in  qualunque  tempo,  in  qualunque  luogo  il tuo
    ritratto.  Se  l'amicizia,   se  l'amore  -  o  la  compassione  e  la
    gratitudine  ti  parlano ancora per questo sconsolato,  non negarmi il
    ristoro che addolcir tutti i miei patimenti.  Tuo padre stesso me  lo
    conceder,  spero - egli egli che potr vederti, ed udirti, e sentirsi
    riconfortato da te;  mentr'io nelle ore fantastiche del mio  dolore  e
    delle  mie  passioni,  nojato da tutto il mondo,  diffidente di tutti,
    camminando sopra la terra come di  locanda  in  locanda,  e  drizzando
    volontariamente  i miei passi verso la sepoltura - perch ho veramente
    necessit di riposo - io mi conforter intanto  baciando  d  e  notte
    l'immagine  tua:  e  cos  tu  m'infonderai  da  lontano  costanza  da
    sopportare questa mia vita,  - e finch avr forze,  io la  sopporter
    per te, e te lo giuro. E tu prega - prega, o Teresa, dalle viscere del
    tuo cuore purissimo il Cielo - non che mi perdoni i dolori,  che forse
    avr meritati,  e che forse sono inseparabili dalla tempra  dell'anima
    mia  -  bens che non mi levi le poche facolt che ancora mi avanzano,
    da tollerarli. Con l'immagine tua far men angosciose le mie notti,  e
    meno tristi i miei giorni solitarj, que' giorni ch'io dovr pur vivere
    senza  di  te.  Morendo,  io  volger  a te gli ultimi sguardi,  io ti
    raccomander il mio sospiro;  verser sovra  di  te  l'anima  mia,  ti
    porter  meco nella mia sepoltura attaccata al mio petto - e se  pure
    prescritto ch'io chiuda gli occhi in terra straniera,  e  dove  nessun
    cuore mi pianger, io ti richiamer tacitamente al mio capezzale, e mi
    parr  di vederti in quell'aspetto,  in quell'atto,  con quella stessa
    piet che io ti vedeva,  quando una volta,  assai prima che tu sapessi
    di  amarmi,  assai prima che tu t'accorgessi dell'amor mio - ed io era
    ancora innocente verso di te - mi assistevi nella mia malattia.  -  Di
    te  non  ho  se  non l'unica lettera che mi scrivesti quando io era in
    Padova: felice tempo! ma chi l'avrebbe mai detto?  allora parevami che
    tu  mi  raccomandassi  di ritornare: - ed ora?  scrivo il decreto;  ed
    eseguir fra poche ore il decreto della nostra eterna separazione.  Da
    quella  tua  lettera  comincia  la  storia  dell'amor  nostro e non mi
    abbandoner mai.  O mia Teresa!  e questi son  pure  delirj:  ma  sono
    insieme la sola consolazione di chi  insanabilmente infelice.  Addio.
    Perdonami, mia Teresa - ohim, io mi credeva pi forte!  - scrivo male
    e  di  un  carattere  appena leggibile;  ma ho l'anima lacerata,  e il
    pianto su gli occhi.  Per  carit  non  mi  negare  il  tuo  ritratto.
    Consegnalo  a  Lorenzo:  e  s'ei  non  me  lo  potr far arrivare,  lo
    custodir come eredit santa che gli ricorder sempre le tue virt,  e
    la  tua bellezza,  e l'unico eterno infelicissimo amore del suo misero
    amico. Addio - ma non  l'ultimo; mi rivedrai: e da quel giorno in poi
    sar fatto tale da obbligare gli uomini ad avere piet e rispetto alla
    nostra passione; e a te non sar pi delitto l'amarmi - pur se innanzi
    ch'io ti rivegga, il mio dolore mi scavasse la fossa,  concedimi ch'io
    mi  renda  cara  la morte con la certezza che tu m'hai amato.  - Or s
    ch'io sento in che dolore io ti lascio!  Oh!  potessi morire  a'  tuoi
    piedi: oh! morire ed essere sepolto nella terra che avr le tue ossa -
    ma addio.
    Michele   dissemi   che   il   suo   podrone  viaggi  per  due  poste
    silenziosissimo, e con aspetto assai calmo, e quasi sereno. Poi chiese
    il suo scrigno da viaggio;  e  tanto  che  si  rimutavano  i  cavalli,
    scrisse il seguente biglietto al signore T*** (12).

    Signore ed amico mio.
    All'ortolano  di  casa  mia  ho  raccomandato  jer sera una lettera da
    ricapitarsi alla Signorina;  - e bench'io l'abbia scritta quand'io gi
    m'era  saldamente  deliberato a questo partito d'allontanarmi,  temo a
    ogni modo d'avere  versato  sovra  quel  foglio  tanta  afflizione  da
    contristare quella innocente.  A lei dunque, signor mio, non rincresca
    di farsi mandare quella lettera dall'ortolano;  e gli fo' dire che non
    la  fidi  se  non a lei solo.  La serbi cos sigillata o la bruci.  Ma
    perch alla sua figliuola riescirebbe  amarissimo  ch'io  mi  partissi
    senza lasciarle un addio, e tutto jeri non mi fu dato mai di vederla -
    ecco  qui  annesso  un  polizzino  pur  sigillato - ed ardisco sperare
    ch'ella,  signor mio,  la consegner a Teresa T*** innanzi che diventi
    moglie  del  marchese  Odoardo.  -  Non  so  se  ci rivedremo - ho ben
    decretato di morire, non foss'altro, vicino alla mia casa paterna;  ma
    quand'anche questo mio proponimento fosse deluso - sono certo ch'ella,
    signore ed amico mio, non vorr mai dimenticarsi di me.
    Il  signore  T***  mi  fe'  capitare  la  lettera  per  Teresa (che ho
    riportato dianzi. a sigillo inviolato;  - n tard a dare a sua figlia
    il polizzino. L'ebbi sott'occhio; era di poche righe; e d'uomo che per
    allora pareva tornato in s.
    Tutti quasi i frammenti che seguono mi vennero per la posta in diversi
    fogli.


    Rovigo, 20 Luglio.

    Io  la  mirava  e diceva a me stesso: Che sarebbe di me se non potessi
    vederla pi?  e correva a piangere meco di consolazione sapendo  ch'io
    le era vicino - e adesso?
    Cos'  pi  l'universo?  qual  parte  mai della terra potr sostenermi
    senza Teresa? e mi pare di esserle lontano sognando. Ho avuto io tanta
    costanza?  e m' bastato il cuore di partire cos - senza vederla?  n
    un bacio,  n un unico addio! A minuto a minuto credo di trovarmi alla
    porta della sua casa,  e di leggere nella mestizia del suo volto,  che
    m'ama.  Fuggo;  e  con  che  velocit  ogni  minuto mi porta ognor pi
    lontano da lei. E intanto? quante care illusioni!  ma io l'ho perduta.
    Non  so pi obbedire n alla mia volont,  n alla mia ragione,  n al
    mio cuore sbalordito: mi lascier strascinare dal  braccio  prepotente
    del mio destino. Addio.


    Ferrara, 20 Luglio, a sera.

    Io  traversava il Po e rimirava le immense sue acque,  e pi volte fui
    per precipitarmi,  e profondarmi,  e perdermi per sempre.  Tutto   un
    punto!  -  ah s'io non avessi una madre cara e sventurata a cui la mia
    morte costerebbe amarissime lagrime!
    N finir cos da codardo. Sosterr tutta la mia sciagura;  berr fino
    all'ultima  lagrima il pianto che mi fu assegnato dal Cielo;  e quando
    le difese saranno vane,  disperate tutte le passioni,  tutte le  forze
    consunte;  quando  io  avr  coraggio di mirare la Morte in faccia,  e
    ragionare pacatamente con lei,  ed assaporare l'amaro suo  calice,  ed
    espiate le altrui lagrime, e disperato di rasciugarle - allora.
    Ma  ora  ch'io parlo non  forse tutto perduto?  e non mi resta che la
    sola memoria e la certezza che tutto  perduto: - hai tu  provata  mai
    quella piena di dolore quando ci abbandonano tutte le speranze?
    N un bacio?  n addio! - bens le tue lagrime mi seguiranno nella mia
    sepoltura.  La mia salute,  la mia sorte,  il mio cuore,  tu -  tu!  -
    insomma tutto congiura, ed io vi obbedir tutti.


    Ore...

    E ho avuto cuore di abbandonarla? anzi ti ho abbandonata, o Teresa, in
    uno  stato  pi  deplorabile  del  mio.  Chi  sar tuo consolatore?  e
    tremerai al solo mio nome poich t'ho fatto vedere io - io  primo,  io
    unico  sull'aurora  della  tua  vita,  le  tempeste e le tenebre della
    sventura; e tu, o giovinetta,  non sei ancora s forte n da tollerare
    n da fuggire la vita. Tu, per anche non sai che l'alba e la sera sono
    tutt'uno.  Ah n io te lo voglio persuadere!  - eppure non abbiamo pi
    ajuto veruno dagli uomini,  nessuna consolazione in noi stessi.  Ormai
    non so che supplicare il sommo Iddio, e supplicarlo co' miei gemiti, e
    cercare   alcuna   speranza  fuori  di  questo  mondo  dove  tutti  ci
    perseguitano e ci abbandonano. E se gli spasimi, e le preghiere,  e il
    rimorso  ch'  fatto  gi  mio carnefice,  fossero offerte accolte dal
    Cielo, ah! tu non saresti cos infelice,  ed io benedirei tutti i miei
    tormenti.  Frattanto  nella  mia  disperazione  mortale  chi sa in che
    pericoli tu sei! n io posso difenderti,  n rasciugare il tuo pianto,
    n raccogliere nel mio petto i tuoi secreti,  n partecipare delle tue
    afflizioni; non so n dove fuggo,  n come ti lascio,  n quando potr
    pi rivederti.
    Padre  crudele  -  Teresa  sangue tuo!  quell'altare  profanato;  la
    Natura ed  il  Cielo  maledicono  quei  giuramenti;  il  ribrezzo,  la
    gelosia,  la  discordia  ed il pentimento gireranno fremendo intorno a
    quel letto e insanguineranno forse quelle catene. Teresa  figlia tua;
    placati.  Ti  pentirai  amaramente,  ma  tardi:  fors'ella  un  giorno
    nell'orrore del suo stato maledir i suoi giorni e i suoi genitori,  e
    conturber con le sue querele le tue ossa nel sepolcro,  quando tu non
    potrai  se  non intenderla di sotterra.  Placati.  - Ohim!  tu non mi
    ascolti - e dove me la trascini? - la vittima  sacrificata! io odo il
    suo gemito - il mio nome nel suo ultimo gemito! Barbari!  tremate - il
    vostro sangue, il mio sangue - Teresa sar vendicata. - Ahi delirio! -
    ma io son pure omicida.
    Ma  tu,  Lorenzo  mio,  che  non  mi ajuti?  io non ti scriveva perch
    un'eterna tempesta d'ira, di gelosia, di vendetta,  di amore infuriava
    dentro  di  me;  e  tante  passioni  mi si gonfiavano nel petto,  e mi
    soffocavano, e mi strozzavano quasi;  io non poteva mandare parola,  e
    sentiva  il  dolore  impietrito  dentro  di me - e questo dolore regna
    ancora e mi chiude la voce e i sospiri,  e m'inaridisce le lagrime:  -
    mi sento mancata gran parte della vita,  e quel poco che pure mi resta
     avvilito dal languore e dalla oscurit della morte.
    Or mi adiro sovente di essere partito, e mi accuso di vilt.  - Perch
    mai  non hanno ardito d'insultare alla mia passione?  Se taluno avesse
    comandato a quella misera di non rivedermi;  se me l'avessero  a  viva
    forza  strappata,  pensi  tu ch'io l'avrei lasciata mai?  Ma doveva io
    pagare d'ingratitudine un padre che mi chiamava amico, che tante volte
    commosso mi abbracciava dicendomi: E perch la sorte ti ha pur unito a
    noi  disgraziati?   Poteva  io  precipitare  nel  disonore   e   nella
    persecuzione una famiglia che in altre circostanze avrebbe diviso meco
    e la prosperit e l'infortunio?  E che poteva io rispondergli quand'ei
    mi diceva sospirando e pregandomi:  -  Teresa    mia  figlia!  -  S!
    divorer  nel  rimorso  e  nella  solitudine  tutti  i miei giorni: ma
    ringrazier quella tremenda  mano  invisibile  che  mi  rap  da  quel
    precipizio  donde  io  cadendo  avrei  strascinato meco nella voragine
    quella giovinetta innocente. E mi seguitava;  ed io crudele andava pur
    soffermandomi,  e  voltando gli occhi guardando se affrettavasi dietro
    a' miei passi precipitosi - e mi seguitava; ma con animo spaventato, e
    con deboli forze. Che? Or non son io seduttore?  - e non dovr tormele
    eternamente dagli occhi? Potessi anzi nascondermi a tutto l'universo e
    piangere le mie sciagure! ma piangerli quando io gli ho esacerbati?
    Niuno sa quale segreto sta sepolto qui dentro - e questo sudore freddo
    improvviso - e questo arretrarmi - e il lamento che tutte le sere vien
    di sotterra,  e mi chiama - e quel cadavere - perch io,  Lorenzo, non
    sono forse omicida; ma pur mi veggo insanguinato d'un omicidio (13).
    Spunta appena il giorno,  ed io  sto  per  partire.  Da  quanto  tempo
    l'aurora  mi  trova sempre in un sonno da infermo!  La notte non trovo
    mai posa. Poco fa io spalancava gli occhi urlando e guatandomi intorno
    come se mi vedessi sul capo il manigoldo. Sento nello svegliarmi certi
    terrori,  simile a quegli  sciagurati  che  hanno  le  mani  calde  di
    delitto.  - Addio addio.  Parto,  e ognor pi lontano.  Ti scriver da
    Bologna dentr'oggi.  Ringrazia mia madre.  Pregala perch benedica  il
    suo povero figliuolo.  S'ella sapesse tutto il mio stato!  ma taci: su
    le sue piaghe non aprire un'altra piaga.







    PARTE SECONDA.

    Bologna, 24 Luglio, ore 10.

    Vuoi tu versare sul cuore dell'amico tuo qualche stilla di balsamo? Fa
    che Teresa ti dia il suo ritratto,  e consegnalo a  Michele  ch'io  ti
    rimando imponendogli di non ritornare senza tue tisposte.  Va a' colli
    Euganei tu stesso: forse quella disgraziata avr  bisogno  di  chi  la
    compianga.  Leggi  alcuni  frammenti di lettere che ne' miei affannosi
    delirj io tentava di scriverti. Addio. - Vedrai la Isabellina, baciala
    mille volte per me.  Quando nessuno si ricorder pi di me,  fors'ella
    nominer  qualche  volta il suo Jacopo.  O mio caro!  avvolto in tante
    miserie, fatto diffidente dagli uomini, con un'anima ardente e che pur
    vuole amare ed essere riamata, in chi poss'io confidarmi se non in una
    fanciullina non corrotta ancora dall'esperienza n  dall'interesse,  e
    che  per una secreta simpatia mi ha tante volte bagnato del suo pianto
    innocente? S'io un giorno sapessi che non mi nomina pi, credo, morrei
    di dolore.
    E tu, dimmi, Lorenzo mio, m'abbandonerai tu?  L'amicizia cara passione
    della  giovent  ed  unico conforto dell'infortunio s'agghiaccia nella
    prosperit. O gli amici,  gli amici!  Tu non mi perderai se non quando
    io  scender  sotterra.  Ed io cesso dal querelarmi talvolta delle mie
    disgrazie perch senza di esse non sarei degno forse di te;  n  avrei
    un  cuore  capace  di amarti.  Ma quando io non vivr pi;  e tu avrai
    ereditato da me il calice delle lagrime - oh!  non cercare altro amico
    fuor di te stesso.


    Bologna, la notte de' 28 Luglio.

    E' mi parrebbe pure di star meno male se potessi dormire lungamente un
    gravissimo  sonno.  L'oppio  non  giova;  mi desta dopo brevi letarghi
    pieni di visioni e di spasimi - e sono pi notti! - Ora mi sono alzato
    per provarmi di scriverti;  ma non mi regge pi il polso.  - Torner a
    coricarmi.  Pare  che  l'anima  mia siegua lo stato negro e burrascoso
    della Natura. Sento diluviare: e giaccio con gli occhi spalancati. Dio
    mio! Dio mio!


    Bologna, 12 Agosto.

    Oramai sono passati diciotto giorni da che Michele  ripartito per  le
    poste, n torna ancora: e non veggo tue lettere. Tu pure mi lasci? Per
    Dio, scrivimi almeno: aspetter sino a luned, e poi prender la volta
    di  Firenze.  Qui tutto il giorno sto in casa perch non posso vedermi
    impacciato fra tanta gente;  e la notte vo baloccone  per  citt  come
    larva, e mi sento sbranare le viscere da tanti indigenti che giacciono
    per le strade,  e gridano pane;  non so se per loro colpa, o d'altri -
    so che domandano pane.  Oggi tornandomi dalla posta mi sono  abbattuto
    in  due  sciagurati menati al patibolo: ne ho chiesto a quei che mi si
    affollavano addosso;  e mi  stato risposto,  che uno avea rubato  una
    mula, e l'altro cinquantasei lire per fame (14). Ahi Societ! E se non
    vi fossero leggi protettrici di coloro che per arricchire col sudore e
    col  pianto  de'  proprj  concittadini  li  sospingo  al  bisogno e al
    delitto, sarebbero poi s necessarie le prigioni e i carnefici? Io non
    sono s matto da presumere di riordinare i mortali;  ma perch  mi  si
    contender  di  fremere  su  le  loro miserie e pi di tutto su la lor
    cecit? - E mi vien detto che non v'ha settimana senza carneficina;  e
    il popolo vi accorre come a solennit.  I delitti intanto crescono co'
    supplizj. No,  no;  non voglio pi respirare quest'aria fumante sempre
    del sangue de' miseri. - E dove?


    Firenze, 27 Agosto.

    Dianzi  io  adorava  le  sepolture di Galileo,  del Machiavelli,  e di
    Michelangelo; e nell'appressarmivi io tremava preso da brivido. Coloro
    che hanno eretti  que'  mausolei  sperano  forse  di  scolparsi  della
    povert  e delle carceri con le quali i loro avi punivano la grandezza
    di que' divini intelletti?  Oh quanti perseguitati nel  nostro  secolo
    saranno  venerati  da'  posteri!  Ma e le persecuzioni a' vivi,  e gli
    onori a' morti sono documenti della maligna ambizione che rode l'umano
    gregge.
    Presso a que' marmi mi parea di rivivere in quegli anni miei  fervidi,
    quand'io vegliando su gli scritti de' grandi mortali mi gittava con la
    immaginazione  fra  i  plausi delle generazioni future.  Ma ora troppo
    alte cose per me!  - e pazze forse.  La mia mente  cieca,  le  membra
    vacillanti, e il cuore guasto qui - nel profondo.
    Ritienti  le commendatizie di cui mi scrivi: quelle che mi mandasti io
    le ho bruciate.  Non voglio pi oltraggi,  n favori da  veruno  degli
    uomini  potenti.   L'unico  mortale  ch'io  desiderava  conoscere  era
    Vittorio Alfieri;  ma odo dire ch'ei non accoglie persone nuove: n io
    presumo di fargli rompere questo suo proponimento che deriva forse da'
    tempi,   da'   suoi   studj,   e  pi  ancora  dalle  sue  passioni  e
    dall'esperienza del momdo.  E fosse anche una debolezza,  le debolezze
    di s fatti mortali vanno rispettate; e chi n' senza, scagli la prima
    pietra.


    Firenze, 7 Settembre.

    Spalanca  le  finestre,  o  Lorenzo,  e saluta dalla mia stanza i miei
    colli.  In un bel mattino di Settembre saluta in mio nome il cielo,  i
    laghi,  le pianure,  che si ricordano tutti della mia fanciullezza,  e
    dove io per alcun tempo ho riposato dopo le  ansiet  della  vita.  Se
    passeggiando  nelle notti serene i piedi ti conducessero verso i viali
    della parrocchia,  io ti prego di salire sul monte de' pini che  serba
    tante  dolci e funeste mie rimembranze.  Appi del pendio,  passata la
    macchia de' tigli che fanno l'aere sempre fresco e  odorato,  l  dove
    que'  rigagnoli  adunano  un pelaghetto,  troverai il salice solitario
    sotto i cui rami piangenti io stava pi ore prostrato parlando con  le
    mie speranze. E come tu sarai giunto presso alla vetta, udrai forse un
    cuculo  il  quale  parea  che  ogni  sera mi chiamasse col lugubre suo
    metro, e soltanto lo interrompea quando accorgevasi del mio borbottare
    o del calpestio de' miei piedi.  Il  pino  dove  allora  e'  si  stava
    nascosto,  fa  ombra  a' rottami di una cappelletta ove anticamente si
    ardeva una lampada a un crocifisso: il  turbine  la  sfracell  quella
    notte  che  lasci  fino  ad  oggi  e  mi lascier finch avr vita lo
    spirito atterrito di tenebre e di rimorso (15);  e quelle ruine  mezzo
    sotterrate mi pareano nell'oscurit pietre sepolcrali,  e pi volte io
    mi pensava di erigere in quel luogo e fra quelle secrete ombre il  mio
    avello.  Ed ora?  chi sa ov'io lascier le mie ossa! - Consola tutti i
    contadini  che  ti  chiederanno  novelle  di  me.   Gi  tempo  mi  si
    affollavano  attorno,  ed  io li chiamava miei amici,  e mi chiamavano
    benefattore. Io era il medico pi accetto a' loro figliuoletti malati;
    io ascoltava amorevolmente le querele di que' meschini  lavoratori,  e
    componeva i loro dissidj;  io filosofava con que' rozzi vecchj cadenti
    ingegnandomi  di  dileguare  dalla  lor  fantasia  i   terrori   della
    religione,  e  dipingendo i premj che il Cielo riserba all'uomo stanco
    della povert e del sudore.  Ma  ora  s'attristeranno  nel  nominarmi,
    poich  in questi ultimi mesi passava muto e fantastico senza talvolta
    rispondere a' loro saluti;  e scorgendoli da lontano  mentre  cantando
    tornavano  da'  lavori,  o  riconduceano gli armenti,  io gli scansava
    imboscandomi dove la selva  pi negra. E mi vedeano su l'alba saltare
    i fossi e sbadatamente urtar gli  arboscelli,  i  quali  crollando  mi
    pioveano la brina su le chiome;  e cos affrettarmi per le praterie, e
    poi arrampicarmi sul monte  pi  alto  donde  io  fermandomi  ritto  e
    ansante,  con  le  braccia  stese  all'oriente,  aspettava il Sole per
    querelarmi con lui che pi non sorgeva allegro per me.  Ti additeranno
    il ciglione della rupe sul quale, mentre il mondo era addormentato, io
    sedeva intento al lontano fragore delle acque,  e al rombare dell'aria
    quando i venti ammassavano quasi su la  mia  testa  le  nuvole,  e  le
    spingevano  a  funestare  la  Luna  che  tramontando,  ad  ora  ad ora
    illuminava nella pianura co' suoi pallidi raggi le croci conficcate su
    i tumuli del cimitero;  e allora il villano de' vicini tugurj,  per le
    mie grida destandosi sbigottito, s'affacciava alla porta, e m'udiva in
    quel silenzio solenne mandare le mie preci,  e piangere,  e ululare, e
    guatare dall'alto le sepolture,  e invocare la  morte.  O  antica  mia
    solitudine!  Ove sei tu?  Non v' gleba, non antro, non albero che non
    mi riviva nel cuore alimentandomi quel soave e patetico desiderio  che
    sempre  accompagna  fuori  dalle sue case l'uomo esule,  e sventurato.
    Parmi che i miei piaceri e i miei  dolori,  i  quali  in  que'  luoghi
    m'erano  cari  - tutto insomma quello ch' mio,  sia rimasto tutto con
    te;  e che qui non si trascini pellegrinando se  non  lo  spettro  del
    povero Jacopo.
    Ma  tu,  amico  unico  mio,  perch  appena  mi scrivi due nude parole
    avvisandomi che tu se' con Teresa?  E non mi dici n come vive;  n se
    s'attenta di nominarmi; n se Odoardo me l'ha rapita? Corro, e ricorro
    alla posta,  ma senza pro;  e torno lento, smarrito, e mi si legge nel
    volto il presentimento di grave sciagura. E mi par d'ora in ora udirmi
    pronunziare la mia sentenza mortale - Teresa ha giurato.  -  Ohim!  e
    quando  mai  cesser  da'  miei  funebri  delirj,  e dalle mie crudeli
    lusinghe? Addio.


    Firenze, 17 Settembre.

    Tu mi hai inchiodata la disperazione nel cuore. Vedo oramai che Teresa
    tenta di punirmi d'averla amata. Il suo ritratto l'aveva mandato a sua
    madre prima ch'io lo chiedessi?  - tu me ne accerti,  ed io credo;  ma
    guardati che per tentare di risanarmi tu non congiurassi a contendermi
    l'unico balsamo alle mie viscere lacerate.
    O  mie speranze!  si dileguano tutte;  ed io siedo qui derelitto nella
    solitudine del mio dolore.
    In che devo pi confidare? non mi tradire,  Lorenzo: io non ti perder
    mai  dal mio petto,  perch la tua memoria  necessaria all'amico tuo:
    in qualunque tua avversit tu non mi avresti perduto.  Sono io  dunque
    destinato  a vedermi svanire tutto davanti?  - anche l'unico avanzo di
    tante speranze? ma sia cos!  io non mi querelo n di lei,  n di te -
    non  di  me stesso,  non della mia fortuna - ben m'avvilisco con tante
    lagrime, e perdo la consolazione di poter dire: Soffro i miei travagli
    e non mi lamento.
    Voi tutti mi lascierete - tutti: e il mio gemito  vi  seguir  da  per
    tutto;  perch  senza  di  voi  non  sono  uomo:  e  da  ogni luogo vi
    richiamer disperato.  - Ecco le poche  parole  scrittemi  da  Teresa:
    "Abbiate  rispetto  alla  vostra  vita;  ve ne scongiuro per le nostre
    disgrazie.  Non siamo noi due soli infelici.  Avrete il  mio  ritratto
    quando  potr.  Mio  padre  piange  con me;  e non gli rincresce ch'io
    risponda al biglietto che mi ha ricapitato da parte vostra; pur con le
    sue lagrime a me pare che tacitamente mi proibisca di scrivervi  d'ora
    innanzi - ed io piangendo lo prometto; e vi scrivo, forse per l'ultima
    volta, piangendo - perch io non potr pi confessare d'amarvi fuorch
    davanti a Dio solo".
    Tu  sei dunque pi forte di me?  S,  ripeter queste poche righe come
    fossero le tue ultime volont - parler teco un'altra volta, o Teresa;
    ma solamente quel giorno che mi sar agguerrito di tanta ragione e  di
    tale coraggio da separarmi davvero da te.
    Che se ora l'amarti di questo amore insoffribile,  immenso, e tacere e
    seppellirmi agli occhi di tutti,  potesse ridarti pace  -  se  la  mia
    morte  potesse  espiare  al  tribunale  de'  nostri persecutori la tua
    passione e sopirla per sempre dentro il tuo  petto,  io  supplico  con
    tutto l'ardore e la verit dell'anima mia la Natura ed il Cielo perch
    mi  tolgano  finalmente  dal  mondo.  Or ch'io resista al mio fatale e
    insieme dolcissimo desiderio di morte,  te lo prometto;  ma  ch'io  lo
    vinca,  ah! tu sola con le tue preghiere potrai forse impetrarmelo dal
    mio Creatore - e sento che ad ogni modo ei mi chiama. Ma tu deh!  vivi
    per  quanto  puoi  felice  -  per  quanto  puoi  ancora.  Iddio  forse
    convertir a tua  consolazione,  sfortunata  giovine,  queste  lagrime
    penitenti  ch'io  mando  a lui domandandogli misericordia per te.  Pur
    troppo tu, pur troppo, tu ora partecipi del doloroso mio stato,  e per
    me  tu  se'  fatta  infelice - e come ho io rimeritato tuo padre delle
    affettuose sue cure,  della fiducia,  de'  suoi  consigli,  delle  sue
    carezze?  e  tu a che precipizio non ti se' trovata e non ti trovi per
    me? - Ma e di che dunque mi ha egli beneficato tuo padre, e ch'io oggi
    nol  ricompensi  con  gratitudine  inaudita?   non  gli  presento   in
    sacrificio il mio cuore che insanguina?  Nessun mortale mi  creditore
    di generosit; - n io, che pur sono, e tu 'l sai, ferocissimo giudice
    mio posso incolparmi d'averti amata - bens l'esserti causa d'affanni,
     il pi crudele delitto ch'io mai potessi commettere.
    Ohim! con chi parlo? e a che pro?
    Se questa lettera ti trova ancora a' miei colli,  o  Lorenzo,  non  la
    mostrare a Teresa. Non le parlare di me - se te ne chiede, dille ch'io
    vivo,  ch'io  vivo ancora - non le parlare insomma di me.  Ma io te lo
    confesso: mi compiaccio delle mie infermit: io stesso  palpo  le  mie
    ferite  dove sono pi mortali,  e cerco d'esulcerarle,  e le contemplo
    insanguinate - e mi pare che i miei martirj rechino qualche espiazione
    alle mie colpe, e un breve refrigerio a' dolori di quella innocente.


    Firenze, 25 Settembre.

    In queste terre beate si ridestarono dalla barbarie le sacre Muse e le
    lettere.  Dovunque io mi volga,  trovo le case ove nacquero,  e le pie
    zolle dove riposano que' primi grandi Toscani: ad ogni passo ho timore
    di  calpestare  le  loro reliquie.  La Toscana  tuttaquanta una citt
    continuata,  e un giardino;  il popolo naturalmente gentile;  il cielo
    sereno;  e l'aria piena di vita e di salute.  Ma l'amico tuo non trova
    requie: spero sempre - domani,  nel paese vicino - e il domani  viene,
    ed  eccomi  di  citt  in citt,  e mi pesa sempre pi questo stato di
    esilio e di solitudine.  - Neppure mi  conceduto di proseguire il mio
    viaggio:  avea  decretato di andare a Roma a prostrarmi su le reliquie
    della nostra grandezza. Mi negano il passaporto;  quello gi mandatomi
    da mia madre  per Milano: e qui, come s'io fossi venuto a congiurare,
    mi  hanno  circuito  con mille interrogazioni: non avran torto;  ma io
    risponder  domani,   partendo.   -  Cos  noi  tutti  Italiani  siamo
    fuorusciti  e  stranieri  in  Italia:  e  lontani  appena  dal  nostro
    territoriuccio,  n ingegno,  n fama,  n illibati costumi ci sono di
    scudo: e guai se t'attenti di mostrare una dramma di sublime coraggio!
    Sbanditi  appena  dalle  nostre  porte,  non troviamo chi ne raccolga.
    Spogliati dagli uni,  scherniti dagli altri,  traditi sempre da tutti,
    abbandonati   da'  nostri  medesimi  concittadini,   i  quali  anzich
    compiangersi  e  soccorrersi  nella  comune  calamit,  guardano  come
    barbari  tutti  quegl'Italiani  che  non sono della loro provincia,  e
    dalle cui membra non suonano le stesse catene - dimmi, Lorenzo,  quale
    asilo ci resta? Le nostre messi hanno arricchiti nostri dominatori; ma
    le  nostre  terre non somministrano n tugurj n pane a tanti Italiani
    che la  rivoluzione  ha  balestrati  fuori  dal  cielo  natio,  e  che
    languenti  di  fame e di stanchezza hanno sempre all'orecchio il solo,
    il supremo consigliere dell'uomo destituto  da  tutta  la  natura,  il
    delitto!  Per noi dunque quale asilo pi resta,  fuorch il deserto, e
    la tomba?  - e la vilt!  e chi pi si avvilisce pi  vive  forse;  ma
    vituperoso  a  se  stesso,  e deriso da quei tiranni medesimi a cui si
    vende, e da' quali sar un d trafficato.
    Ho corsa tutta Toscana. Tutti i monti e tutti i campi sono insigni per
    le fraterne battaglie di quattro secoli addietro;  i cadaveri  intanto
    d'infiniti  Italiani  ammazzatisi  hanno  fatte le fondamenta a' troni
    degl'Imperadori e de' Papi.  Sono salito a Monteaperto dove    infame
    ancor la memoria della sconfitta de' Guelfi (16).  - Albeggiava appena
    un crepuscolo di giorno,  e  in  quel  mesto  silenzio,  e  in  quella
    oscurit  fredda,  con  l'anima  investita da tutte le antiche e fiere
    sventure che sbranano la nostra patria - o mio  Lorenzo!  io  mi  sono
    sentito  abbrividire,  e  rizzare i capelli;  io gridava dall'alto con
    voce minacciosa e spaventata.  E mi parea che salissero e  scendessero
    dalle  vie  dirupate della montagna le ombre di tutti que' Toscani che
    si erano uccisi;  con le  spade  e  le  vesti  insanguinate;  guatarsi
    biechi, e fremere tempestosamente, e azzuffarsi e lacerarsi le antiche
    ferite. - O! per chi quel sangue? il figliuolo tronca il capo al padre
    e lo squassa per le chiome - e per chi tanta scellerata carnificina? I
    re  per cui vi trucidate si stringono nel bollor della zuffa le destre
    e pacificamente si dividono le vostre vesti e  il  vostro  terreno.  -
    Urlando io fuggiva precipitosamente guatandomi dietro. E quelle orride
    fantasie  mi  seguitavano sempre - e ancora quando io mi trovo solo di
    notte mi sento attorno quegli spettri,  e con  essi  uno  spettro  pi
    tremendo di tutti, e ch'io solo conosco. - E perch io debbo dunque, o
    mia patria,  accusarti sempre e compiangerti,  senza niuna speranza di
    poterti emendare o di soccorrerti mai?


    Milano, 27 Ottobre.

    Ti scrissi da Parma;  e poi da  Milano  il  d  ch'io  ci  giunsi:  la
    settimana addietro ti scrissi una lettera lunghissima.  Come dunque la
    tua mi capita s tarda, e per la via di Toscana d'onde partii sino dai
    28 Settembre? mi morde un sospetto: le nostre lettere sono intercette.
    I governi millantano la sicurezza delle sostanze;  ma invadono intanto
    il secreto,  la preziosissima di tutte le propriet: vietano le tacite
    querele;  e profanano l'asilo sacro che le sventure cercano nel  petto
    dell'amicizia.  Sia  pure!  io  mel  dovea  prevedere:  ma  que'  loro
    manigoldi non andranno pi a caccia delle nostre parole e  de'  nostri
    pensieri.  Trover  compenso  perch  le  nostre  lettere d'ora in poi
    viaggino inviolate.
    Tu mi chiedi  novelle  di  Giuseppe  Parini:  serba  la  sua  generosa
    fierezza, ma parmi sgomentato dai tempi e dalla vecchiaja. Andandolo a
    visitare,  lo  incontrai  su  la  porta  delle  sue stanze mentre egli
    strascinavasi per uscire. Mi ravvis; e fermatosi sul suo bastone,  mi
    pos   la   mano  su  la  spalla,   dicendomi:  Tu  vieni  a  rivedere
    quest'animoso cavallo che si sente nel cuore  la  superbia  della  sua
    bella giovent;  ma che ora stramazza fra via e si rialza soltanto per
    le battiture della fortuna.  - E' paventa di essere cacciato dalla sua
    cattedra,  e  di  trovarsi  costretto dopo settanta anni di studj e di
    gloria ad agonizzare elemosinando.


    Milano, 11 Novembre.

    Chiesi la vita di Benvenuto Cellini a un librajo - Non  l'abbiamo.  Lo
    richiesi  di  un altro scrittore;  e allora quasi dispettoso mi disse,
    ch'ei non vendeva libri italiani.  La gente civile parla elegantemente
    francese,  e appena intende lo schietto toscano.  I pubblici atti e le
    leggi sono scritte in una cotal lingua bastarda che  le  ignude  frasi
    suggellano  la  ignoranza  e  la servit di chi le detta.  I Demosteni
    Cisalpini disputarono caldamente nel  loro  senato  per  esiliare  con
    sentenza  capitale  dalla repubblica la lingua greca e la latina.  S'
    creata una legge che avea l'unico fine di sbandire da ogni impiego  il
    matematico  Gregorio  Fontana,   e  Vincenzo  Monti,   poeta;  non  so
    cos'abbiano scritto contro alla Libert,  prima che  fosse  discesa  a
    prostituirsi in Italia;  so che sono presti a scrivere anche per essa.
    E quale pur fosse la loro colpa,  la ingiustizia  della  punizione  li
    assolve,  e  la  solennit  d'una  legge creata per due soli individui
    accresce la loro celebrit.  - Chiesi ov'erano le  sale  de'  Consiglj
    Legislativi: pochi m'intesero;  pochissimi mi risposero; e niuno seppe
    insegnarmi.


    Milano, 4 Dicembre.

    Siati questa l'unica risposta a' tuoi consiglj.  In tutti i  paesi  ho
    veduto  gli  uomini  sempre  di  tre  sorta:  i  pochi  che comandano;
    l'universalit che serve;  e i molti  che  brigano.  Noi  non  possiam
    comandare,  n  forse  siam  tanto  scaltri;  noi non siam ciechi,  n
    vogliamo ubbidire;  noi non ci degniamo di  brigare.  E  il  meglio  
    vivere  come  que' cani senza padrone a' quali non toccano n tozzi n
    percosse.  - Che vuoi tu ch'io accatti protezioni ed impieghi  in  uno
    Stato ov'io sono reputato straniero, e donde il capriccio di ogni spia
    pu farmi sfrattare? Tu mi esalti sempre il mio ingegno; sai tu quanto
    io vaglio? n pi n meno di ci che vale la mia entrata: se per altro
    io  non facessi il letterato di corte,  rintuzzando quel nobile ardire
    che irrita i potenti,  e dissimulando la virt e la scienza,  per  non
    rimproverarli  della  loro  ignoranza,  e  delle  loro  scelleraggini.
    Letterati! - O! tu dirai,  cos da per tutto.  - E sia cos: lascio il
    mondo  com';  ma  s'io dovessi impacciarmente vorrei o che gli uomini
    mutassero modo, o che mi facessero mozzare il capo sul palco; e questo
    mi pare pi facile.  Non che  i  tirannetti  non  si  avveggano  delle
    brighe;  ma  gli  uomini  balzati  da'  trivj al trono hanno d'uopo di
    faziosi che poi non possono contenere. Gonfj del presente, spensierati
    dell'avvenire, poveri di fama,  di coraggio e d'ingegno,  si armano di
    adulatori  e  di  satelliti,  da'  quali,  quantunque spesso traditi e
    derisi,  non sanno pi svilupparsi:  perpetua  ruota  di  servit,  di
    licenza e di tirannia.  Per essere padroni e ladri del popolo conviene
    prima lasciarsi opprimere,  depredare,  e conviene  leccare  la  spada
    grondante  del tuo sangue.  Cos potrei forse procacciarmi una carica,
    qualche migliajo di scudi ogni anno di pi, rimorsi, ed infamia. Odilo
    un'altra volta: Non reciter mai la parte del piccolo briccone.
    Tanto e tanto so di essere calpestato;  ma almen fra la turba  immensa
    de'  miei  conservi,  simile  a  quegli  insetti che sono sbadatamente
    schiacciati da chi passeggia.  Non mi glorio come  tanti  altri  della
    servit;  n i miei tiranni si pasceranno del mio avvilimento. Serbino
    ad altri le loro ingiurie e i lor beneficj; e' vi son tanti che pur vi
    agognano!  Io fuggir il vituperio morendo ignoto.  E quando io  fossi
    costretto  ad  uscire dalla mia oscurit - anzich mostrarmi fortunato
    stromento della licenza o della  tirannide,  torrei  d'essere  vittima
    deplorata.
    Che se mi mancasse il pane e il fuoco, e questa che tu mi additi fosse
    l'unica sorgente di vita - cessi il cielo ch'io insulti alla necessit
    di tanti altri che non potrebbero imitarmi - davvero,  Lorenzo,  io me
    n'andrei alla patria di tutti,  dove  non  vi  sono  n  delatori,  n
    conquistatori,  n letterati di corte,  n principi; dove le ricchezze
    non coronano il delitto;  dove il misero non    giustiziato  non  per
    altro  se non perch  misero;  dove un d o l'altro verranno tutti ad
    abitare con me e a rimescolarsi nella materia, sotterra.
    Aggrappandomi sul dirupo della vita,  sieguo alle volte un lume  ch'io
    scorgo  da  lontano e che non posso raggiungere mai.  Anzi mi pare che
    s'io fossi con tutto il corpo dentro la fossa,  e che rimanessi  sopra
    terra solamente col capo,  mi vedrei sempre quel lume sfolgorare sugli
    occhi. O Gloria!  tu mi corri sempre dinanzi,  e cos mi lusinghi a un
    viaggio a cui le mie piante non reggono pi.  Ma dal giorno che tu pi
    non sei la mia sola e prima passione,  il  tuo  risplendente  fantasma
    comincia  a spegnersi e a barcollare - cade e si risolve in un mucchio
    d'ossa e di ceneri fra le quali  io  veggio  sfavillar  tratto  tratto
    alcuni  languidi  raggi;  ma ben presto io passer camminando sopra il
    tuo scheletro,  sorridendo della mia delusa ambizione.  - Quante volte
    vergognando  di morire ignoto al mio secolo ho accarezzato io medesimo
    le mie angosce mentre mi sentiva tutto il bisogno  e  il  coraggio  di
    terminarle!  N  avrei forse sopravvissuto alla mia patria,  se non mi
    avesse rattenuto il folle timore,  che la pietra posta  sopra  il  mio
    cadavere non seppellisse ad un tempo il mio nome. Lo confesso; sovente
    ho guardato con una specie di compiacenza le miserie d'Italia,  poich
    mi parea che la fortuna e il mio ardire riserbassero forse anche a  me
    il merito di liberarla.  Io lo diceva jer sera al Parini - addio: ecco
    il messo del banchiere che viene a pigliar questa lettera; e il foglio
    tutto pieno mi dice di finire.  - Pur ho a dirti  ancora  assai  cose:
    protrarr di spedirtela sino a sabbato; e continuer a scriverti. Dopo
    tanti  anni  di  s  affettuosa  e  leale  amicizia,  eccoci,  e forse
    eternamente,  disgiunti.  A me non resta altro conforto che di  gemere
    teco  scrivendoti;  e cos mi libero alquanto da' miei pensieri;  e la
    mia solitudine diventa assai meno spaventosa.  Sai quante notti io  mi
    risveglio,  e m'alzo, e aggirandomi lentamente per le stanze t'invoco!
    siedo e ti scrivo;  e quelle carte sono tutte macchiate  di  pianto  e
    piene  de' miei pietosi delirj e de' miei feroci proponimenti.  Ma non
    mi d il cuore d'inviartele.  Ne serbo  taluna,  e  molte  ne  brucio.
    Quando poi il Cielo mi manda questi momenti di calma, io ti scrivo con
    quanto  pi  di  fermezza  mi  possibile per non contristarti del mio
    immenso dolore.  N mi stancher di scriverti;  tutt'altro conforto  
    perduto;  n  tu,  mio Lorenzo,  ti stancherai di leggere queste carte
    ch'io senza vanit,  senza studio e senza rossore ti ho sempre scritto
    ne' sommi piaceri e ne' sommi dolori dell'anima mia. Serbale. Presento
    che  un d ti saranno necessarie per vivere,  almeno come potrai,  col
    tuo Jacopo.
    Jer sera dunque io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo
    orientale della citt sotto un boschetto di tigli.  Egli si  sosteneva
    da  una  parte  sul mio braccio,  dall'altra sul suo bastone: e talora
    guardava gli storpj suoi piedi,  e poi senza dire parola  volgevasi  a
    me,  quasi si dolesse di quella sua infermit, e mi ringraziasse della
    pazienza con la quale io lo accompagnava.  S'assise sopra uno di  que'
    sedili ed io con lui: il suo servo ci stava poco discosto. Il Parini 
    il  personaggio  pi  dignitoso  e  pi  eloquente  ch'io  m'abbia mai
    conosciuto; e d'altronde un profondo, generoso,  meditato dolore a chi
    non d somma eloquenza? Mi parl a lungo della sua patria, e fremeva e
    per  le  antiche  tirannidi  e  per  la  nuova  licenza.   Le  lettere
    prostituite; tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente
    vilissima corruzione: non pi la sacra ospitalit, non la benevolenza,
    non pi l'amore figliale - e poi mi tesseva gli annali  recenti,  e  i
    delitti  di tanti uomiciattoli ch'io degnerei di nominare,  se le loro
    scelleraggini mostrassero il vigore d'animo,  non dir di Silla  e  di
    Catilina,  ma  di quegli animosi masnadieri che affrontano il misfatto
    quantunque e' si vedano presso il patibolo - ma ladroncelli, tremanti,
    saccenti - pi  onesto  insomma    tacerne.  -  A  quelle  parole  io
    m'infiammava  di  un sovrumano furore,  e sorgeva gridando: Ch non si
    tenta? morremo?  ma frutter dal nostro sangue il vendicatore.  - Egli
    mi   guard   attonito:   gli  occhi  miei  in  quel  dubbio  chiarore
    scintillavano spaventosi, e il mio dimesso e pallido aspetto si rialz
    con aria minaccevole - io taceva,  ma si  sentiva  ancora  un  fremito
    rumoreggiare  cupamente  dentro  il  mio petto.  E ripresi: Non avremo
    salute mai?  ah se gli uomini si  conducessero  sempre  al  fianco  la
    morte,  non servirebbero s vilmente.  - Il Parini non apria bocca; ma
    stringendomi il braccio,  mi guardava  ogni  ora  pi  fisso.  Poi  mi
    trasse,  come  accennandomi perch'io tornassi a sedermi: E pensi,  tu,
    proruppe,  che s'io discernessi un barlume di libert,  mi perderei ad
    onta  della  mia  inferma vecchiaja in questi vani lamenti?  o giovine
    degno di patria pi grata!  se  non  puoi  spegnere  quel  tuo  ardore
    fatale, ch non lo volgi ad altre passioni?
    Allora  io  guardai  nel  passato - allora io mi voltava avidamente al
    futuro, ma io errava sempre nel vano e le mie braccia tornavano deluse
    senza pur mai stringere nulla;  e conobbi tutta tutta la  disperazione
    del  mio  stato.  Narrai  a quel generoso Italiano la storia delle mie
    passioni,  e gli dipinsi Teresa come uno di que' genj celesti i  quali
    par che discendano a illuminare la stanza tenebrosa di questa vita.  E
    alle mie parole e al mio pianto,  il vecchio pietoso pi volte sospir
    dal cuore profondo. - No, io gli dissi, non veggo pi che il sepolcro:
    sono figlio di madre affettuosa e benefica;  spesse volte mi sembr di
    vederla calcare tremando le mie pedate e  seguirmi  fino  a  sommo  il
    monte,  donde io stava per diruparmi,  e mentre era quasi con tutto il
    corpo abbandonato nell'aria - essa  afferravami  per  la  falda  delle
    vesti,  e  mi  ritraeva,  ed  io  volgendomi  non udiva pi che il suo
    pianto.   Pure  s'ella  -  spiasse  tutti  gli  occulti   miei   guai,
    implorerebbe  ella  stessa  dal  Cielo  il  termine degli ansiosi miei
    giorni.  Ma l'unica fiamma vitale che anima ancora questo  travagliato
    mio  corpo,   la speranza di tentare la libert della patria.  - Egli
    sorrise mestamente; e poich s'accorse che la mia voce infiochiva, e i
    miei sguardi si abbassavano immoti  sul  suolo,  ricominci:  -  Forse
    questo tuo furore di gloria potrebbe trarti a difficili imprese;  ma -
    credimi;  la fama degli eroi spetta un quarto alla loro  audacia;  due
    quarti alla sorte;  e l'altro quarto a' loro delitti. Pur se ti reputi
    bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria,  pensi
    tu  che  i  tempi te ne porgano i mezzi?  I gemiti di tutte le et,  e
    questo giogo della nostra patria non ti hanno per anco  insegnato  che
    non si dee aspettare libert dallo straniero? Chiunque s'intrica nelle
    faccende  di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno,  e
    la propria infamia. Quando e doveri e diritti stanno su la punta della
    spada,  il forte scrive le leggi col sangue e pretende  il  sacrificio
    della  virt.  E allora?  avrai tu la fama e il valore di Annibale che
    profugo cercava per l'universo un nemico al popolo  Romano?  -  N  ti
    sar  dato di essere giusto impunemente.  Un giovine dritto e bollente
    di cuore,  ma povero di ricchezze,  ed incauto d'ingegno quale sei tu,
    sar sempre o l'ordigno del fazioso,  o la vittima del potente. E dove
    tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato  dalla  comune
    bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale
    notturno  della  calunnia;  la  tua prigione sar abbandonata da' tuoi
    amici,  e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro.  -  Ma
    poniamo  che  tu  superando  e  la  prepotenza  degli  stranieri  e la
    malignit de' tuoi concittadini e la  corruzione  de'  tempi,  potessi
    aspirare  al  tuo  intento;  di'?  spargerai tutto il sangue col quale
    conviene nutrire una nascente repubblica?  arderai le tue case con  le
    faci della guerra civile?  unirai col terrore i partiti? spegnerai con
    la morte le opinioni?  adeguerai con le stragi le fortune?  ma  se  tu
    cadi  tra  via,  vediti esecrato dagli uni come demagogo,  dagli altri
    come tiranno.  Gli amori della moltitudine  sono  brevi  ed  infausti;
    giudica,  pi che dall'intento, dalla fortuna; chiama virt il delitto
    utile,  e scelleraggine l'onest che le pare dannosa;  e per  avere  i
    suoi  plausi,  conviene  o  atterrirla,  o  ingrassarla,  e ingannarla
    sempre.  E ci sia.  Potrai tu  allora  inorgoglito  dalla  sterminata
    fortuna  reprimere  in  te  la libidine del supremo potere che ti sar
    fomentata e dal sentimento della tua superiorit,  e della  conoscenza
    del   comune   avvilimento?   I  mortali  sono  naturalmente  schiavi,
    naturalmente  tiranni,  naturalmente  ciechi.   Intento  tu  allora  a
    puntellare  il  tuo  trono,  di filosofo saresti fatto tiranno;  e per
    pochi anni di possanza e di tremore,  avresti perduta la tua  pace,  e
    confuso  il  tuo  nome  fra la immensa turba dei despoti.  - Ti avanza
    ancora un seggio fra' capitani;  il quale si afferra per mezzo  di  un
    ardire feroce,  di una avidit che rapisce per profondere, e spesso di
    una vilt per cui si lambe la  mano  che  t'aita  a  salire.  Ma  -  o
    figliuolo! l'umanit geme al nascere di un conquistatore; e non ha per
    conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara. -
    Tacque - ed io dopo lunghissimo silenzio esclamai: O Cocceo Nerva!  tu
    almeno sapevi morire incontaminato (17).  - Il vecchio mi guard -  Se
    tu n speri,  n temi fuori di questo mondo - e mi stringeva la mano -
    ma io!  - Alz gli occhi al Cielo,  e quella severa sua fisionomia  si
    raddolciva  di  soave conforto,  come s'ei lass contemplasse tutte le
    tue speranze. - Intesi un calpestio che s'avanzava verso di noi; e poi
    travidi gente fra' tiglj;  ci rizzammo;  e l'accompagnai sino alle sue
    stanze.
    Ah s'io non mi sentissi oramai spento quel fuoco celeste che nel tempo
    della  fresca  mia  giovent  spargeva  raggi  su tutte le cose che mi
    stavano intorno, mentre oggi vo brancolando in una vota oscurit! s'io
    potessi avere un tetto ove dormire sicuro;  se non mi fosse conteso di
    rinselvarmi fra le ombre del mio romitorio;  se un amore disperato che
    la mia ragione combatte sempre,  e che non pu vincere  mai  -  questo
    amore  ch'io  celo  a  me stesso,  ma che riarde ogni giorno e che s'
    fatto onnipotente,  immortale - ahi!  la Natura ci ha dotati di questa
    passione  che   indomabile in noi forse pi dell'istinto fatale della
    vita - se io potessi insomma impetrare un anno solo di calma,  il  tuo
    povero  amico vorrebbe sciogliere ancora un voto e poi morire.  Io odo
    la mia patria che grida: - SCRIVI CIO' CHE  VEDESTI.  MANDERO  LA  MIA
    VOCE DALLE ROVINE,  E TI DETTERO' LA MIA STORIA.  PIANGERANNO I SECOLI
    SU  LA  MIA  SOLITUDINE;  E  LE  GENTI  SI  AMMAESTRERANNO  NELLE  MIE
    DISAVVENTURE.  IL  TEMPO  ABBATTE IL FORTE: E I DELITTI DI SANGUE SONO
    LAVATI NEL SANGUE. - E tu lo sai, Lorenzo, avrei coraggio di scrivere;
    ma l'ingegno va morendo con le mie forze,  e vedo che fra  pochi  mesi
    avr fornito questo mio angoscioso pellegrinaggio.
    Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati,  su le antiche
    sciagure della nostra patria fremete,  se i  cieli  vi  contendono  di
    lottare contro la forza, perch almeno non raccontate alla posterit i
    nostri  mali?  Alzate  la voce in nome di tutti,  e dite al mondo: Che
    siamo sfortunati, ma n ciechi n vili;  che non ci manca il coraggio,
    ma la possanza.  - Se avete braccia in catene, perch inceppate da voi
    stessi anche il vostro intelletto di cui n i tiranni n  la  fortuna,
    arbitri  d'ogni cosa,  possono essere arbitri mai?  Scrivete.  Abbiate
    bens compassione a' vostri concittadini,  e non istigate vanamente le
    lor  passioni  politiche;   ma  sprezzate  l'universalit  de'  vostri
    contemporanei: il genere umano d'oggi ha le frenesie  e  la  debolezza
    della  decrepitezza;  ma  l'umano  genere,  appunto quand' prossimo a
    morte, rinasce vigorosissimo. Scrivete a quei che verranno, e che soli
    saranno degni d'udirvi,  e forti da vendicarvi.  Perseguitate  con  la
    verit i vostri persecutori.  E poi che non potete opprimerli,  mentre
    vivono,  co' pugnali,  opprimeteli almeno con l'obbrobrio per tutti  i
    secoli  futuri.   Se  ad  alcuni  di  voi    rapita  la  patria,   la
    tranquillit,  e le sostanze;  se niuno osa divenire marito;  se tutti
    paventano il dolce nome di padre,  per non procreare nell'esilio e nel
    dolore nuovi schiavi e nuovi infelici,  perch  mai  accarezzate  cos
    vilmente  la vita ignuda di tutti i piaceri?  Perch non la consecrate
    all'unico  fantasma  ch'  duce  degli  uomini  generosi,  la  gloria?
    Giudicherete  l'Europa  vivente,  e  la  vostra sentenza illuminer le
    genti avvenire.  L'umana vilt vi mostra terrori e  pericoli;  ma  voi
    siete forse immortali?  fra l'avvilimento delle carceri e de' supplicj
    v'innalzerete sovra  il  potente,  e  il  suo  futuro  contro  di  voi
    accrescer il suo vituperio e la vostra fama.


    Milano, 6 Febbraio 1799.

    Diriggi le tue lettere a Nizza di Provenza perch'io domani parto verso
    Francia:  e chi sa?  forse assai pi lontano: certo che in Francia non
    mi star lungamente. Non rammaricarti,  o Lorenzo,  di ci;  e consola
    quanto  tu  puoi  la  povera  madre  mia.  Tu dirai forse ch'io dovrei
    fuggire prima me stesso,  e che se non v'ha luogo dov'io trovi stanza,
    sarebbe omai tempo ch'io m'acquetassi.  E' vero,  non trovo stanza; ma
    qui peggio che altrove.  La stagione,  la nebbia perpetua,  quest'aria
    morta,  certe fisonomie - e poi - forse m'inganno - ma parmi di trovar
    poco cuore; n posso incolparli; tutto si acquista;  ma la compassione
    e la generosit, e molto pi certa delicatezza di animo nascono sempre
    con noi, e non le cerca se non chi le sente. - Insomma domani. E mi si
      fitta  in  fantasia  tale  necessit  di  partire,  che  queste ore
    d'indugio mi pajono anni di carcere.
    Malaugurato!  perch mai tutti i suoi sensi si risentono  soltanto  al
    dolore,  simili  a  quelle  membra scorticate che all'alito pi blando
    dell'aria si ritirano? goditi il mondo com', e tu vivrai pi riposato
    e men pazzo.  - Ma se a chi mi declama s fatti sermoni,  io  dicessi:
    Quando ti salta addosso la febbre, fa che il polso ti batta pi lento,
    e  sarai  sano  - non avrebbe egli ragione da credermi farneticante di
    peggior febbre?  come dunque potr io dar  leggi  al  mio  sangue  che
    fluttua  rapidissimo?  e  quando  urta  nel  cuore  io sento che vi si
    ammassa bollendo, e poi sgorga impetuosamente; e spesso all'improvviso
    e talora fra il sonno par che voglia spaccarmisi il petto. - O Ulissi!
    eccomi ad obbedire alla vostra saviezza,  a  patti  ch'io,  quando  vi
    veggo dissimulatori, agghiacciati, incapaci di soccorrere alla povert
    senza insultarla,  e di difendere il debole dalla ingiustizia;  quando
    vi veggo, per isfamare le vostre plebee passioncelle,  prostrati appi
    del potente che odiate e che vi disprezza, allora io possa trasfondere
    in  voi  una stilla di questa mia fervida bile che pure arm spesso la
    mia voce e il mio braccio contro la prepotenza;  che non mi lascia mai
    gli  occhi asciutti n chiusa la mano alla vista della miseria;  e che
    mi salver sempre dalla bassezza.  Voi vi credete savi,  e il mondo vi
    predica onesti: ma toglietevi la paura!  - Non vi affannate dunque; le
    parti sono pari: Dio vi preservi dalle mie pazzie;  ed io lo prego con
    tutta   l'espansione   dell'anima  perch  mi  preservi  dalla  vostra
    saviezza. - E s'io scorgo costoro, anche quando passano senza vedermi,
    io corro subitamente a cercare rifugio nel tuo petto,  o  Lorenzo.  Tu
    rispetti  amorosamente  le  mie passioni,  quantunque tu abbia sovente
    veduto il leone ammansarsi alla sola tua voce.  Ma ora!  Tu  il  vedi:
    ogni  consiglio  e  ogni  ragione    funesta  per  me.  Guai s'io non
    obbedissi al mio cuore!  - la Ragione?  -  come il vento;  ammorza le
    faci, ed anima gl'incendj. Addio frattanto.


    Ore 10, della mattina.

    Ripenso  -  e sar meglio che tu non mi scriva finch tu non abbia mie
    lettere.  Prendo il cammino delle Alpi Liguri per iscansare i  ghiacci
    del Moncenis: sai quanto micidiale m' il freddo.


    Ore 1.

    Nuovo  inciampo: hanno a passare ancora due giorni prima ch'io riabbia
    il passaporto.  Consegner questa lettera nel  punto  ch'io  sar  per
    salire in calesse.


    8 Febbraro, ore 1 e mezza.

    Eccomi  con le lagrime su le tue lettere.  Riordinando le mie carte mi
    sono venuti sott'occhio questi pochi versi che tu  mi  scrivevi  sotto
    una  lettera di mia madre due giorni innanzi ch'io abbandonassi i miei
    colli.  -  "T'accompagnano  tutti  i  miei  pensieri,  o  mio  Jacopo:
    t'accompagnano  i miei voti,  e la mia amicizia,  che vivr eterna per
    te.  Io sar sempre l'amico tuo e il tuo fratello d'amore;  e divider
    teco anche l'anima mia." Sai tu ch'io vo ripetendo queste parole, e mi
    sento  s  fieramente  percosso  che  sono  in  procinto  di  venire a
    gittarmiti al collo e a spirare  fra  le  tue  braccia?  Addio  addio.
    Torner.


    Ore 3.

    Sono  andato  a  dire addio al Parini.  - Addio,  mi disse,  o giovine
    sfortunato.  Tu porterai da per tutto e sempre con te le tue  generose
    passioni  alle  quali  non potrai soddisfare giammai.  Tu sarai sempre
    infelice.  Io non posso consolarti co' miei consiglj,  perch  neppure
    giovano  alle  sventure  mie  derivanti dal medesimo fonte.  Il freddo
    dell'et ha intorpidito le mie membra; ma il cuore - veglia ancora. Il
    solo conforto ch'io possa darti  la mia piet: e tu  la  porti  tutta
    con  te.  Fra  poco  io non vivr pi,  ma se le mie ceneri serberanno
    alcun sentimento - se troverai qualche sollievo querelandoti su la mia
    sepoltura, vieni. - Io proruppi in dirottissime lagrime, e lo lasciai:
    ed usc seguendomi con gli occhi mentr'io fuggiva per quel lunghissimo
    corridojo,  e intesi che ei tuttavia mi diceva con  voce  piangente  -
    addio.


    Ore 9 della sera.

    Tutto    in punto: I cavalli sono ordinati per la mezzanotte - vado a
    coricarmi cos vestito sino a che giungano: mi  sento  s  stracco!  -
    addio  frattanto;  addio  Lorenzo - Scrivo il tuo nome e ti saluto con
    tenerezza e con certa superstizione ch'io non ho provato mai  mai.  Ci
    rivedremo - se mai dovessi!  no, io non morrei senza rivederti e senza
    ringraziarti per  sempre  -  e  te,  mia  Teresa:  ma  poich  il  mio
    infelicissimo  amore  costerebbe  la  tua  pace ed il pianto della tua
    famiglia,  io fuggo senza sapere dove mi trasciner  il  mio  destino:
    l'Alpi e l'Oceano e un mondo intero, s' possibile, ci divida.


    Genova, 11 Febbraro.

    Ecco  il  Sole pi bello!  Tutte le mie fibre sono in un tremito soave
    perch risentono la giocondit di questo Cielo  raggiante  e  salubre.
    Sono pure contento di essere partito! proseguir fra poche ore; non so
    ancora  dirti dove mi fermer,  n quando terminer il mio viaggio: ma
    per li 16 sar in Tolone.


    Dalla Pietra, 15 Febbraro.

    Strade alpestri, montagne orride dirupate,  tutto il rigore del tempo,
    tutta la stanchezza e i fastidj del viaggio, e poi?

    "Nuovi tormenti e nuovi tormentati". (18)

    Scrivo  da  un  paesetto appi delle Alpi Marittime.  E mi fu forza di
    sostare perch la posta    senza  cavalcatura;  n  so  quando  potr
    partire.  Eccomi dunque sempre con te,  e sempre con nuove afflizioni:
    sono destinato a non movere passo senza incontrare lungo  la  mia  via
    dolore. - In questi due giorni io usciva verso mezzod un miglio forse
    lungi dall'abitato, passeggiando fra certi oliveti che stanno verso la
    spiaggia del mare: io vado a consolarmi a' raggi del Sole, e a bere di
    quel aere vivace;  quantunque anche in questo tepido clima il verno di
    questo anno  clemente meno assai  dell'usato.  E  l  mi  pensava  di
    essere tutto solo,  o almeno sconosciuto a que' viventi che passavano;
    ma appena mi ridussi a casa,  Michele il quale  sal  a  ravviarmi  il
    fuoco,  mi  venia raccontando,  come certo uomo quasi mendico capitato
    poc'anzi in questa balorda osteria gli chiese, s'io era un giovine che
    avea gi tempo studiato in Padova;  non gli sapea  dire  il  nome,  ma
    porgeva assai contrassegni e di me e di que' tempi, e nominava te pure
    -  Davvero,  segu  a  dire  Michele,  io mi trovava imbrogliato;  gli
    risposi nonostante ch'ei s'apponeva: parlava veneziano;  ed  pure  la
    dolce  cosa il trovare in queste solitudini un compatriota - e poi - 
    cos stracciato!  insomma io gli promisi -  forse  pu  dispiacere  al
    signore - ma mi ha fatto tanta compassione, ch'io gli promisi di farlo
    venire;  anzi  sta  qui  fuori.  -  E  venga,  io  dissi a Michele - e
    aspettandolo mi sentiva tutta  la  persona  inondata  d'una  subitanea
    tristezza.  Il  ragazzo  rientr  con un uomo alto,  macilento;  parea
    giovine e bello;  ma il suo volto era  contraffatto  dalle  rughe  del
    dolore.  Fratello!  io  era  impellicciato  e al fuoco;  stava gittato
    oziosamente nella seggiola vicina il mio larghissimo  tabarro;  l'oste
    andava  su e gi allestendomi da desinare - e quel misero;  era appena
    in farsetto di tela ed io intirizziva solo a guardarlo.  Forse la  mia
    mesta  accoglienza  e  il  meschino  suo stato l'hanno disanimato alla
    prima;  ma poi da poche mie parole s'accorse che il tuo Jacopo  non  
    nato  per  disanimare  gl'infelici;  e  s'assise con me a riscaldarsi,
    narrandomi quest'ultimo lagrimevole anno della sua vita.  Mi disse: Io
    conobbi famigliarmente uno scolare che era d e notte a Padova con voi
    -  e  ti  nomin  - quanto tempo  ormai ch'io non ne odo novella!  ma
    spero che la fortuna non gli sar cos iniqua.  Io studiava  allora  -
    non  ti dir,  mio Lorenzo,  chi egli .  Dovr io contristarti con le
    sciagure di un uomo che hai conosciuto felice,  e  che  tu  forse  ami
    ancora?    troppo  anche  se la sorte ti ha condannato ad affliggerti
    sempre per me.
    Ei proseguiva: Oggi venendo da Albenga,  prima di arrivare  nel  paese
    v'ho  scontrato  lungo la marina.  Voi non vi siete avveduto com'io mi
    voltava spesso a considerarvi,  e mi parea di avervi  raffigurato;  ma
    non  conoscendovi  che  di  vista,  ed  essendo  scorsi  quattro anni,
    sospettava di sbagliare. Il vostro servo poi mi accert.
    Lo ringraziai perch'ei fosse venuto a vedermi; gli parlai di te; e voi
    mi siete anche pi grato, gli dissi,  perch m'avete recato il nome di
    Lorenzo.  -  Non  ti ripeter il suo doloroso racconto.  Emigr per la
    pace di Campo Formio,  e s'arruol Tenente nell'artiglieria Cisalpina.
    Querelandosi  un giorno delle fatiche e delle angarie che gli parea di
    sopportare, gli fu da un amico suo proferito un impiego.  Abbandon la
    milizia.  Ma l'amico,  l'impiego, e il tetto gli mancarono. Tapin per
    l'Italia,  e s'imbarc a Livorno.  - Ma mentr'esso parlava,  io  udiva
    nella camera contigua un rammarichio di bambino e un sommesso lamento;
    e  m'avvidi  ch'egli  andavasi  soffermando,  e  ascoltava  con  certa
    ansiet: e quando quel rammarichio taceva, ei ripigliava. - Forse, gli
    diss'io, saranno passaggeri giunti pur ora. - No, mi rispose;  la mia
    figlioletta di tredici mesi che piange.
    E segu  a  narrarmi,  ch'ei  mentre  era  Tenente  s'ammogli  a  una
    fanciulla  di  povero  stato,  e  che  le  perpetue  marcie  a  cui la
    giovinetta non potea reggere,  e lo scarso  stipendio  lo  stimolarono
    anche  pi a confidare in colui che poi lo trad.  Da Livorno navig a
    Marsiglia, cos alla ventura: e si trascin per tutta Provenza;  e poi
    nel  Delfinato,  cercando  d'insegnare  l'Italiano,  senza mai potersi
    trovare n lavoro n pane; ed ora tornavasi d'Avignone a Milano. Io mi
    rivolgo addietro, continu,  e guardo il tempo passato,  e non so come
    sia  passato  per  me.  Senza  danaro;  seguitato sempre da una moglie
    estenuata, co' piedi laceri, con le braccia spossate dal continuo peso
    di una creatura innocente che domanda alimento  all'esausto  petto  di
    sua madre, e che strazia con le sue strida le viscere degli sfortunati
    suoi  genitori,  mentre  non  possiamo acquetarla con la ragione delle
    nostre  disgrazie.  Quante  giornate  arsi,  quante  notti  assiderati
    abbiamo  dormito  nelle  stalle fra' giumenti,  o come le bestie nelle
    caverne! cacciato di citt in citt da tutti i governi,  perch la mia
    indigenza  mi  serrava la porta de' magistrati,  o non mi concedeva di
    dar conto di me: e chi mi conosceva, o non volle pi conoscermi,  o mi
    volt le spalle. - E s, gli diss'io, so che in Milano e altrove molti
    de'  nostri  concittadini  emigrati  sono  tenuti liberali.  - Dunque,
    soggiunse, la mia fiera fortuna li ha fatti crudeli unicamente per me.
    Anche le persone di ottimo cuore si stancano di fare  del  bene;  sono
    tanti  i  tapini!  Io  non  lo  so - ma il tale - il tale (e i nomi di
    questi uomini ch'io scopriva cos ipocriti mi  erano,  Lorenzo,  tante
    coltellate nel cuore.  chi mi ha fatto aspettare assai volte vanamente
    alla sua porta;  chi dopo sviscerate promesse,  mi fe' camminare molte
    miglia  sino al suo casino di diporto,  per farmi la limosina di poche
    lire: il pi umano mi gitt un tozzo di pane senza volermi  vedere;  e
    il  pi  magnifico  mi fece cos sdruscito passare fra un corteggio di
    famigli e  di  convitati,  e  dopo  d'avermi  rammemorata  la  scaduta
    prosperit  della mia famiglia,  e inculcatomi lo studio e la probit,
    mi disse amichevolmente che non mi rincrescesse di ritornare domattina
    per tempo. Tornatomi, ritrovai nell'anticamera tre servidori,  uno de'
    quali mi disse che il padrone dormiva;  e mi pose nelle mani due scudi
    e una camicia.  Ah signore!  non so se voi siete ricco;  ma il  vostro
    aspetto,  e que' sospiri mi dicono che voi siete sventurato e pietoso.
    Credetemi;  io vidi per prova che il danaro fa parere  benefico  anche
    l'usurajo,  e  che  l'uomo splendido di rado si degna di locare il suo
    beneficio fra' cenci. - Io taceva;  ed ei rizzandosi per accommiatarsi
    riprese  a dire: I libri m'insegnavano ad amare gli uomini e la virt;
    ma i libri, gli uomini e la virt mi hanno tradito. Ho dotta la testa;
    sdegnato il cuore; e le braccia inette ad ogni utile mestiere.  Se mio
    padre udisse dalla terra ove sta seppellito con che gemito grave io lo
    accuso  di  non  avere  fatti  i  suoi  cinque  figliuoli legnajuoli o
    sartori!  Per la misera vanit di serbare la nobilt senza la fortuna,
    ha sprecato per noi tutto quel poco che ei possedeva, nelle universit
    e  nel  bel mondo.  E noi frattanto?  - Non ho mai saputo che si abbia
    fatto la fortuna degli altri fratelli miei. Scrissi molte lettere; non
    per vidi risposta: o sono miseri, o sono snaturati.  Ma per me,  ecco
    il frutto delle ambiziose speranze del padre mio. Quante volte io sono
    condotto o dalla notte,  o dalla fame a ricoverarmi in una osteria; ma
    entrandovi,  non so come pagher la mattina imminente.  Senza  scarpe,
    senza vesti - Ah copriti! gli diss'io, rizzandomi; e lo coprii del mio
    tabarro.  E  Michele,  che  essendo  venuto  gi in camera per qualche
    faccenda vi  s'era  fermato  poco  discosto  ascoltando,  si  avvicin
    asciugandosi  gli  occhi col rovescio della mano,  e gli aggiustava in
    dosso  quel  tabarro:  ma  con  certo  rispetto,   come  s'ei  temesse
    d'insultare alla scaduta fortuna di quella persona cos ben nata.
    O  Michele!  io  mi ricordo che tu potevi vivere libero sino al d che
    tuo fratello maggiore avviando una botteghetta, ti chiam seco; eppure
    scegliesti di rimanerti  con  me,  bench  servo:  io  noto  l'amoroso
    rispetto per cui tu dissimuli gl'impeti miei fantastici;  e taci anche
    le tue ragioni ne' momenti  dell'ingiusta  mia  collera:  e  vedo  con
    quanta ilarit te la passi fra le noje della mia solitudine; e vedo la
    fede con che sostieni i travaglj di questo mio pellegrinaggio.  Spesso
    col tuo giovale sembiante mi rassereni;  ma quando io taccio le intere
    giornate,  vinto dal mio nerissimo umore,  tu reprimi la gioja del tuo
    cuore contento per non farmi accorgere del  mio  stato.  Pure!  questo
    atto gentile verso quel disgraziato ha santificata la mia riconoscenza
    verso  di te.  Tu se' il figliuolo della mia nutrice,  tu se' allevato
    nella mia casa; n io t'abbandoner mai.  Ma io t'amo ancor pi poich
    mi avvedo che il tuo stato servile avrebbe forse indurita la bella tua
    indole,  se  non  ti fosse stata coltivata dalla mia tenera madre,  da
    quella donna che con l'animo suo delicato,  e co' soavi suoi  modi  fa
    cortese e amoroso tutto quello che vive in lei.
    Quando  fui  solo,  diedi  a Michele quel pi che ho potuto;  ed esso,
    mentre  io  desinava,  lo  rec  a  quel  derelitto.  Appena  mi  sono
    risparmiato tanto da arrivare a Nizza dove negozier le cambiali ch'io
    n  banchi  di  Genova  mi  feci  spedire  per  Tolone e Marsiglia.  -
    Stamattina quando ei, prima di andarsene,  venuto con la sua moglie e
    con la sua creatura per ringraziarmi,  ed io vedeva con quanto giubilo
    mi  replicava:  Senza  di  voi  io sarei oggi andato cercando il primo
    spedale - io non ho avuto animo  di  rispondergli;  ma  il  mio  cuore
    dicevagli:  Ora tu hai come vivere per quattro mesi - per sei - e poi?
    La bugiarda speranza ti guida intanto per mano,  e l'ameno viale  dove
    t'innoltri  mette  forse  a un sentiero pi disastroso.  Tu cercavi il
    primo spedale - e t'era forse poco discosto l'asilo  della  fossa.  Ma
    questo mio poco soccorso,  n la sorte mi concede di ajutarti davvero,
    ti ridar pi vigore da sostenere di nuovo e per pi tempo  que'  mali
    che gi t'avevano quasi consunto e liberato per sempre. Goditi intanto
    del  presente  -  ma quanti disagi hai pur dovuto durare perch questo
    tuo stato, che a molti pure sarebbe affannoso, a te paja s lieto!  Ah
    se  tu non fossi padre e marito,  io ti darei forse un consiglio!  - e
    senza dirgli parola,  l'ho abbracciato;  e  mentre  partivano,  io  li
    guardava, stretto d'un crepacuore mortale.
    (19)  Jer  sera  spogliandomi io pensava: Perch mai quell'uomo emigr
    dalla sua patria? perch s'ammogli? perch mai lasci un pane sicuro?
    e tutta la storia di  lui  pareva  il  romanzo  di  un  pazzo;  ed  io
    sillogizzava  cercando  ci  ch'egli per non strascinarmi dietro tutte
    quelle sciagure,  avrebbe potuto fare,  o non fare.  Ma siccome ho pi
    volte  udito  infruttuosamente ripetere s fatti perch,  ed ho veduto
    che tutti fanno da medici nelle altrui malattie -  io  sono  andato  a
    dormire  borbottando:  O  mortali  che  giudicate  inconsiderato tutto
    quello che non    prospero,  mettetevi  una  mano  sul  petto  e  poi
    confessate - siete pi savj, o pi fortunati?
    Or  credi  tu  vero tutto ci ch'ei narrava?  - Io?  Credo ch'egli era
    mezzo nudo, ed io vestito; ho veduto una moglie languente; ho udito le
    strida di una bambina.  Mio Lorenzo,  si vanno pure  cercando  con  la
    lanterna  nuove  ragioni  contro  del  povero  perch  si  sente nella
    coscienza il diritto che la Natura gli ha  dato  su  le  sostanze  del
    ricco.  - Eh!  le sciagure non derivano per lo pi che da' vizj;  e in
    costui forse derivarono da un delitto. - Forse?  per me non lo so,  n
    lo indago.  Io giudice,  condannerei tutti i delinquenti;  ma io uomo,
    ah! penso al ribrezzo col quale nasce la prima idea del delitto;  alla
    fame  e  alle  passioni  che  strascinano  a consumarlo;  agli spasimi
    perpetui;  al rimorso con che l'uomo si sfama del frutto  insanguinato
    dalla  colpa,  alle  carceri  che il reo si mira sempre spalancate per
    seppellirlo - e se poi scampando dalla giustizia,  ne paga il fio  col
    disonore e con l'indigenza, dovr io abbandonarlo alla disperazione ed
    a nuovi delitti?  egli solo colpevole? la calunnia, il tradimento del
    secreto,  la  seduzione,  la  malignit,  la  nera  ingratitudine sono
    delitti pi atroci, ma sono essi neppur minacciati?  e chi dal delitto
    ha  ricavato campi ed onore!  - O legislatori,  o giudici,  punite: ma
    talvolta aggiratevi ne' tuguri della plebe e ne' sobborghi di tutte le
    citt capitali,  e vedrete ogni giorno un quarto della popolazione che
    svegliandosi  su  la  paglia  non sa come placare le supreme necessit
    della vita.  Conosco che  non  si  pu  rimutare  la  societ;  e  che
    l'inedia, le colpe, e i supplizj sono anch'essi elementi dell'ordine e
    della  prosperit  universale;  per  si  crede che il mondo non possa
    reggersi senza giudici n senza patiboli;  ed io lo credo poich tutti
    lo  credono.  Ma io?  non sar giudice mai.  In questa gran valle dove
    l'umana specie nasce,  vive,  muore,  si riproduce,  s'affanna,  e poi
    torna  a  morire,  senza  saper  come n perch,  io non distinguo che
    fortunati e sfortunati. E se incontro un infelice, compiango la nostra
    sorte;  e verso quanto balsamo posso su le piaghe dell'uomo: ma lascio
    i suoi meriti e le sue colpe su la bilancia di Dio.


    Ventimiglia, 19 e 20 Febbraro.

    Tu sei disperatamente infelice;  tu vivi fra le agonie della morte,  e
    non hai la sua tranquillit: ma tu di tollerarle  per  gli  altri.  -
    Cos  la  Filosofia  domanda  agli  uomini un eroismo da cui la Natura
    rifugge.  Chi odia la propria vita pu egli amare il minimo bene che 
    incerto  di  recare  alla Societ e sacrificare a questa lusinga molti
    anni di pianto?  e come potr sperare per gli altri colui che  non  ha
    desiderj, n speranze per s; e che abbandonato da tutto, abbandona se
    stesso? - Non sei misero tu solo. - Pur troppo! ma questa consolazione
    non     anzi  argomento  dell'invidia  secreta  che  ogni  uomo  cova
    dell'altrui prosperit? La miseria degli altri non iscema la mia.  Chi
      tanto generoso da addossarsi le mie infermit?  e chi anco volendo,
    il potrebbe?  avrebbe forse pi coraggio da comportarle;  ma cos'  il
    coraggio voto di forza? Non  vile quell'uomo che  travolto dal corso
    irresistibile di una fiumana;  bens chi ha forze da salvarsi e non le
    adopra.  Ora dov' il sapiente che  possa  costituirsi  giudice  delle
    nostre  intime  forze?  chi pu dare norma agli effetti delle passioni
    nelle varie tempre degli uomini e delle incalcolabili circostanze onde
    decidere: Questi  un vile, perch soggiace; quegli che sopporta,  un
    eroe?  mentre l'amore della vita  cos imperioso  che  pi  battaglia
    avr fatto il primo per non cedere, che il secondo per sopportare.
    Ma i debiti i quali tu hai verso la Societ? - Debiti? forse perch mi
    ha  tratto  dal  libero grembo della Natura,  quand'io non aveva n la
    ragione, n l'arbitrio di acconsentirvi,  n la forza di oppormivi,  e
    mi educ fra' suoi bisogni e fra' suoi pregiudizj?  - Lorenzo, perdona
    s'io calco troppo su questo  discorso  tanto  da  noi  disputato.  Non
    voglio  smoverti  dalla  tua  opinione s avversa alla mia;  vo' bens
    dileguare ogni dubbio da me.  Saresti convinto al pari di  me,  se  ti
    sentissi  le  piaghe mie;  il Cielo te le risparmi!  - Ho io contratto
    questi debiti spontaneamente?  e la mia vita dovr  pagare,  come  uno
    schiavo,  i mali che la Societ mi procaccia, solo perch gli intitola
    beneficj?  e sieno beneficj: ne godo e li ricompenso fino che vivo;  e
    se nel sepolcro non le sono io di vantaggio,  qual bene ritraggo io da
    lei nel sepolcro?  O amico mio!  ciascun individuo  nemico nato della
    Societ,  perch la Societ  necessaria nemica degli individui.  Poni
    che tutti i mortali avessero interesse di abbandonare la  vita,  credi
    tu che la sosterrebbero per me solo? e s'io commetto un'azione dannosa
    a'  pi,  io sono punito;  mentre non mi verr fatto mai di vendicarmi
    delle loro azioni,  quantunque ridondino in sommo mio  danno.  Possono
    ben  essi pretendere ch'io sia figliuolo della grande famiglia;  ma io
    rinunziando e a' beni e a' doveri comuni posso dire: Io sono un  mondo
    in  me stesso: e intendo d'emanciparmi perch mi manca la felicit che
    mi avete promesso.  Che s'io dividendomi non trovo la mia porzione  di
    libert;  se gli uomini me l'hanno invasa perch sono pi forti; se mi
    puniscono perch la ridomando - non gli sciolgo io dalle loro bugiarde
    promesse e dalle mie impotenti querele cercando scampo  sotterra?  Ah!
    que'  filosofi  che  hanno  evangelizzato  le umane virt,  la probit
    naturale,  la reciproca benevolenza -  sono  inavvedutamente  apostoli
    degli  astuti,  ed  adescano  quelle poche anime ingenue e bollenti le
    quali amando schiettamente gli uomini per l'ardore di essere  riamate,
    saranno sempre vittime tardi pentite della loro leale credulit. -
    Eppur  quante volte tutti questi argomenti della ragione hanno trovato
    chiusa la porta  del  mio  cuore,  perch'io  tuttavia  mi  sperava  di
    consecrare  i  miei  tormenti all'altrui felicit!  Ma!  - per il nome
    d'Iddio, ascolta e rispondimi.  A che vivo?  di che pro ti son io,  io
    fuggitivo  fra  queste  cavernose montagne?  di che onore a me stesso,
    alla  mia  patria,  a'  miei  cari?  V'ha  egli  diversit  da  queste
    solitudini alla tomba? La mia morte sarebbe per me la meta de' guai, e
    per  voi  tutti la fine delle vostre ansiet sul mio stato.  Invece di
    tante ambasce continue,  io vi darei un solo  dolore  -  tremendo,  ma
    ultimo:  e sareste certi della eterna mia pace.  I mali non ricomprano
    la vita.
    E penso ogni giorno al dispendio di cui da pi mesi sono causa  a  mia
    madre;  n  so come ella possa far tanto.  S'io mi tornassi,  troverei
    casa nostra vedova del suo splendore. E incominciava gi ad oscurarsi,
    molto innanzi ch'io mi partissi, per le pubbliche e private estorsioni
    le quali non restano di percuoterci. N per quella madre benefattrice
    cessa dalle sue cure: trovai dell'altro denaro  a  Milano;  ma  queste
    affettuose  liberalit  le scemeranno certamente quegli agi fra' quali
    nacque.  Pur  troppo  fu  moglie  mal  avventurata!  le  sue  sostanze
    sostengono la mia casa che rovinava per le prodigalit di mio padre; e
    l'et  di  lei  mi fa ancora pi amari questi pensieri.  - Se sapesse!
    tutto  vano per lo sfortunato suo figliuolo.  E  s'ella  vedesse  qui
    dentro  - se vedesse le tenebre e la consunzione dell'anima mia!  deh!
    non gliene parlare,  o Lorenzo: ma vita  questa?  - Ah  s!  io  vivo
    ancora;  e l'unico spirito de' miei giorni  una sorda speranza che li
    rianima sempre,  e che pure tento di non ascoltare: non posso - e s'io
    voglio disingannarla,  la si converte in disperazione infernale.  - Il
    tuo giuramento,  o Teresa,  proferir ad un tempo la mia sentenza - ma
    finch  tu  se'  libera;  - e il nostro amore  tuttavia nell'arbitrio
    delle circostanze - dell'incerto avvenire - e della  morte,  tu  sarai
    sempre mia.  Io ti parlo,  e ti guardo,  e ti abbraccio: e mi pare che
    cos da lontano tu senta l'impressioni  de'  miei  baci  e  delle  mie
    lagrime.  Ma  quando tu sarai offerita dal padre tuo come olocausto di
    riconciliazione su l'altare di Dio - quando il tuo pianto avr  ridata
    la pace alla tua famiglia - allora - non io - ma la disperazione sola,
    e  da s,  annienter l'uomo e le sue passioni.  E come pu spegnersi,
    mentre vivo,  il mio amore?  e come non ti sedurranno sempre  nel  tuo
    secreto  le  sue  dolci  lusinghe?  ma  allora pi non saranno sante e
    innocenti.  Io non amer,  quando sar d'altri,  la donna che fu mia -
    amo immensamente Teresa;  ma non la moglie d'Odoardo - ohim! tu forse
    mentre scrivo sei nel suo letto! - Lorenzo! - Ahi Lorenzo! eccolo quel
    demonio mio persecutore; torna a incalzarmi, a premermi, a investirmi,
    e m'accieca l'intelletto,  e mi  ferma  perfino  le  palpitazioni  del
    cuore,  e  mi fa tutto ferocia,  e vorrebbe il mondo finito con me.  -
    Piangete tutti - e perch mi caccia fra  le  mani  un  pugnale,  e  mi
    precede, e si volge guardando se io lo sieguo, e mi addita dov'io devo
    ferire?  Vieni tu dall'altissima vendetta del Cielo?  - E cos nel mio
    furore e nelle mie superstizioni io  mi  prostendo  su  la  polvere  a
    scongiurare  orrendamente  un Dio che non conosco,  che altre volte ho
    candidamente adorato,  ch'io non offesi,  di cui dubito sempre - e poi
    tremo,  e l'adoro. Dov'io cerco ajuto? non in me, non negli uomini: la
    Terra io la ho insanguinata, e il Sole  negro.
    Alfine eccomi in pace! - Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho
    vagato per queste montagne.  Non v' albero,  non tugurio,  non  erba.
    Tutto   bronchi;  aspri e lividi macigni;  e qua e l molte croci che
    segnano il sito de' viandanti assassinati.  - L gi    il  Roja,  un
    torrente  che  quando  si  disfanno  i ghiacci precipita dalle viscere
    delle Alpi,  e per gran tratto  ha  spaccato  in  due  questa  immensa
    montagna. V' un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
    Mi  sono  fermato  su  quel ponte,  e ho spinto gli occhi sin dove pu
    giungere la vista;  e percorrendo due argini di altissime  rupi  e  di
    burroni  cavernosi,  appena  si vedono imposte su le cervici dell'Alpi
    altre Alpi di neve che s'immergono nel Cielo e tutto biancheggia e  si
    confonde  -  da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la
    tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La Natura siede
    qui solitaria e minacciosa,  e caccia da  questo  suo  regno  tutti  i
    viventi.
    I  tuoi  confini,  o Italia,  son questi!  ma sono tutto d sormontati
    d'ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni. Ove sono dunque i
    tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia.  Allora io
    spenderei  gloriosamente  la mia vita infelice per te: ma che pu fare
    il solo mio braccio e la nuda mia voce?  - Ov' l'antico terrore della
    tua  gloria?  Miseri!  noi  andiamo  ogni d memorando la libert e la
    gloria degli avi,  le quali quanto pi splendono tanto pi scoprono la
    nostra abbietta schiavit. Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i
    nostri nemici calpestano i loro sepolcri. E verr forse giorno che noi
    perdendo e le sostanze,  e l'intelletto, e la voce, sarem fatti simili
    agli schiavi domestici degli  antichi,  o  trafficati  come  i  miseri
    Negri,  e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire,
    e disperdere al vento le ceneri di  que'  Grandi  per  annientarne  le
    ignude  memorie:  poich  oggi  i  nostri  fasti  ci  sono  cagione di
    superbia, ma non eccitamento dell'antico letargo.
    Cos grido quand'io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e
    rivolgendomi intorno io cerco,  n trovo pi la mia patria.  - Ma  poi
    dico:  Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure;  ma le
    sciagure derivano dall'ordine universale,  e  il  genere  umano  serve
    orgogliosamente  e  ciecamente  a'  destini.  Noi  argomentiamo su gli
    eventi di pochi secoli: che sono eglino nell'immenso spazio del tempo?
    Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di
    straordinarie vicende,  le quali pur sono comuni e  necessarj  effetti
    del tutto. L'universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perch
    una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell'altra.  Io guardando
    da queste Alpi l'Italia piango e fremo,  e invoco contro  agl'invasori
    vendetta;  ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti
    popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo,  cercavano oltre
    a' mari e a' deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl'Iddii
    de'  vinti,  incatenevano  principi  e popoli liberissimi,  finch non
    trovando pi dove insanguinare i lor ferri,  li ritorceano  contro  le
    proprie  viscere.  Cos gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori
    di  Canaan,  e  i  Babilonesi  poi  strascinarono  nella  schiavit  i
    sacerdoti,  le  madri,  e  i  figliuoli  del  popolo  di  Giuda.  Cos
    Alessandro rovesci l'impero di Babilonia,  e dopo avere passando arsa
    gran  parte  della  terra,  si  corrucciava  che non vi fosse un altro
    universo.  Cos gli Spartani tre volte  smantellarono  Messene  e  tre
    volte  cacciarono  dalla  Grecia  i  Messeni che pur Greci erano della
    stessa religione e nipoti de' medesimi antenati.  Cos sbranavansi gli
    antichi  Italiani finch furono ingojati dalla fortuna di Roma.  Ma in
    pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda  de'  Cesari,  de'
    Neroni,  de' Costantini,  de' Vandali,  e de' Papi.  Oh quanto fumo di
    umani  roghi  ingombr  il  Cielo  della  America,  oh  quanto  sangue
    d'innumerabili  popoli che n timore n invidia recavano agli Europei,
    fu dall'Oceano portato a contaminare d'infamia le nostre  spiagge!  ma
    quel  sangue  sar  un  d  vendicato e si rovescier su i figli degli
    Europei!  Tutte le nazioni hanno le loro et.  Oggi sono  tiranne  per
    maturare  la  propria  schiavit di domani: e quei che pagavano dianzi
    vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La
    Terra  una foresta di belve. La fame,  i diluvj,  e la peste sono ne'
    provvedimenti  della  Natura come la sterilit di un campo che prepara
    l'abbondanza per l'anno vegnente: e chi sa?  fors'anche le sciagure di
    questo globo apparecchiano la prosperit di un altro.
    Frattanto  noi  chiamiamo  pomposamente  virt tutte quelle azioni che
    giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura  di  chi  serve.  I
    governi  impongono  giustizia:  ma  potrebbero  eglino  imporla se per
    regnare non l'avessero prima violata? Chi ha derubato per ambizione le
    intere province,  manda solennemente alle forche chi per  fame  invola
    del pane.  Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti, per
    serbarli poscia a se stessa inganna i mortali  con  le  apparenze  del
    giusto, finch un'altra forza non la distrugga. Eccoti il mondo, e gli
    uomini.  Sorgono  frattanto  d'ora  in  ora alcuni pi arditi mortali;
    prima derisi come frenetici,  e sovente come  malfattori,  decapitati:
    che  se  poi  vengono  patrocinati  dalla  fortuna ch'essi credono lor
    propria,  ma che in somma non  che il  moto  prepotente  delle  cose,
    allora  sono  obbediti e temuti,  e dopo morte deificati.  Questa  la
    razza degli eroi, de' capisette, e de' fondatori delle nazioni i quali
    dal loro orgoglio e dalla  stupidit  de'  volghi  si  stimano  saliti
    tant'alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell'oriuolo. Quando
    una rivoluzione nel globo  matura, necessariamente vi sono gli uomini
    che la incominciano,  e che fanno de' loro teschj sgabello al trono di
    chi la compie.  E perch l'umana schiatta non  trova  n  felicit  n
    giustizia  sopra  la terra,  crea gli Dei protettori della debolezza e
    cerca premj futuri del pianto presente.  Ma gli Dei  si  vestirono  in
    tutti  i secoli delle armi de' conquistatori: e opprimono le genti con
    le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.
    Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virt?  in noi pochi deboli e
    sventurati;  in noi,  che dopo avere sperimentati tutti gli errori,  e
    sentiti tutti i guai della vita,  sappiamo compiangerli e soccorrerli.
    Tu  o  Compassione,  sei  la  sola  virt!  tutte  le altre sono virt
    usuraje.
    Ma mentre io guardo dall'alto le follie e  le  fatali  sciagure  della
    umanit,  non  mi  sento  forse tutte le passioni e la debolezza ed il
    pianto,  soli elementi dell'uomo?  Non sospiro ogni d la mia  patria?
    Non  dico  a  me lagrimando: Tu hai una madre e un amico - tu ami - te
    aspetta una turba di miseri, a cui se' caro, e che forse sperano in te
    - dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia
    degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai  forse,  e  niuno  avr
    compassione di te;  e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di
    essere compianto. Abbandonato da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo?
    non  t'ascolta;  eppure  nelle  tue  afflizioni  il  tuo  cuore  torna
    involontario a lui - va, prostrati; ma all'are domestiche.
    O natura!  hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come
    i vermi e gl'insetti  che  vediamo  brulicare  e  moltiplicarsi  senza
    sapere a che vivano?  Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della
    vita s che il mortale non cada sotto la soma delle tue  infermit  ed
    ubbidisca  irrepugnabilmente  a  tutte le tue leggi,  perch poi darci
    questo dono ancor pi funesto della ragione?  Noi tocchiamo  con  mano
    tutte le nostre calamit ignorando sempre il modo di ristorarle.
    Perch  dunque  io  fuggo?  e  in  quali  lontane  contrade  io vado a
    perdermi?  dove mai trover gli uomini diversi  dagli  uomini?  O  non
    presento io forse i disastri,  le infermit,  e la indigenza che fuori
    della mia patria mi aspettano?  - Ah no!  Io torner a  voi,  o  sacre
    terre,  che  prime udiste i miei vagiti,  dove tante volte ho riposato
    queste mie membra affaticate,  dove ho trovato nella oscurit e  nella
    pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti.
    Poich tutto  vestito di tristezza per me, se null'altro posso ancora
    sperare  che  il  sonno  eterno  della morte - voi sole,  o mie selve,
    udirete il mio ultimo lamento,  e voi sole  coprirete  con  le  vostre
    ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici
    che  sono  compagni delle mie disgrazie - e se le passioni vivono dopo
    il sepolcro,  il mio spirito doloroso sar confortato da'  sospiri  di
    quella   celeste   fanciulla  ch'io  credeva  nata  per  me,   ma  che
    gl'interessi degli uomini e il mio destino feroce mi  hanno  strappata
    dal petto.


    Alessandria, 29 Febbraro.

    Da  Nizza  invece  d'innoltrarmi  in  Francia,  ho  preso la volta del
    Monferrato. Stasera dormir a Piacenza. Gioved scriver da Rimino. Ti
    dir allora - Or addio.


    Rimino, 5 Marzo.

    Tutto mi si dilegua.  Io veniva a  rivedere  ansiosamente  il  Bertola
    (20.; da gran tempo io non aveva sue lettere - E' morto.


    Ore 11 della sera.

    Lo seppi: Teresa  maritata. Tu taci per non darmi la vera ferita - ma
    l'inferno  geme  quando la morte il combatte,  non quando lo ha vinto.
    Meglio cos,  da che tutto  deciso: ed ora anch'io  sono  tranquillo,
    incredibilmente tranquillo. - Addio. Roma mi sta sempre sul cuore.
    Dal frammento seguente che ha la data della sera stessa, apparisce che
    Jacopo  decret  in  quel  d  di  morire.  Parecchi  altri frammenti,
    raccolti come questo dalle sue carte,  paiono gli ultimi pensieri  che
    lo  raffermarono  nel  suo proponimento;  e per li andr frammentendo
    secondo le loro date.

    "Veggo la meta: ho gi tutto fermo da gran tempo nel cuore - il  modo,
    il luogo - n il giorno  lontano.
    Cos'  la vita per me?  il tempo mi divor i momenti felici: io non la
    conosco se non nel sentimento del dolore: ed or anche  l'illusione  mi
    abbandona - medito sul passato;  m'affiso su i d che verranno;  e non
    veggo che nulla.  Questi anni che appena giungono  a  segnare  la  mia
    giovinezza,  come  passarono  lenti  fra  i  timori,  le  speranze,  i
    desideri,  gl'inganni,  la noja!  e s'io cerco la eredit che mi hanno
    lasciato,  non  mi  trovo  che la rimembranza di pochi piaceri che non
    sono pi, e un mare di sciagure che atterrano il mio coraggio,  perch
    me  ne fanno paventar di peggiori.  Che se nella vita  il dolore,  in
    che pi sperare?  nel nulla;  o in un'altra  vita  diversa  sempre  da
    questa. - Ho dunque deliberato; non odio disperatamente me stesso; non
    odio i viventi.  Cerco da molto tempo la pace;  e la ragione mi addita
    sempre la tomba.  Quante volte sommerso nella  meditazione  delle  mie
    sventure io cominciava a disperare di me! L'idea della morte dileguava
    la mia tristezza, ed io sorrideva per la speranza di non vivere pi. -
    Sono  tranquillo,  tranquillo  imperturbabilmente.  Le  illusioni sono
    svanite;  i desiderj son morti:  le  speranze  e  i  timori  mi  hanno
    lasciato libero l'intelletto.  Non pi mille fantasmi ora giocondi ora
    tristi confondono e  traviano  la  mia  immaginazione:  non  pi  vani
    argomenti  adulano  la  mia ragione;  tutto  calma.  - Pentimenti sul
    passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita.  La sola
    morte,  a  cui    commesso il sacro cangiamento delle cose,  promette
    pace."

    Da Ravenna non mi scrisse; ma da quest'altro squarcio si vede ch'ei vi
    and in quella settimana.

    "Non  temerariamente,  ma  con  animo  consigliato  e  sicuro.  Quante
    tempeste  pria  che la Morte potesse parlare cos pacatamente con me -
    ed io cos pacato con lei!
    Sull'urna tua, Padre Dante! Abbracciandola, mi sono prefisso ancor pi
    nel mio consiglio. M'hai tu veduto?  m'hai tu forse,  Padre,  ispirato
    tanta fortezza di senno e di cuore, mentr'io genuflusso, con la fronte
    appoggiata a' tuoi marmi, meditava e l'alto animo tuo, e il tuo amore,
    e  l'ingrata  tua  patria,  e l'esilio,  e la povert,  e la tua mente
    divina?  e mi sono scompagnato dall'ombra tua  pi  deliberato  e  pi
    lieto."

    Su l'albeggiar de' 13 Marzo smont a' colli Euganei, e sped a Venezia
    Michele,  gittandosi,  stivalato com'era, subitamente a dormire. Io mi
    stava appunto con la madre di Jacopo, quando essa,  che prima di me si
    vide innanzi il ragazzo, chiese spaventata: E mio figlio? - La lettera
    di  Alessandria  non  era  per anco arrivata,  e Jacopo prevenne anche
    quella di Rimino: noi ci pensavamo ch'ei  si  fosse  gi  in  Francia;
    perci  l'inaspettato  ritorno  del servo ci fu presentimento di fiere
    novelle.
    Ei narrava: Il padrone  in campagna; non pu scrivere, perch abbiamo
    viaggiato tutta notte,  dormiva quand'io montava a cavallo.  Vengo per
    avvertire che noi ripartiremo; e credo, da quel che gli ho udito dire,
    per  Roma;  se  ben mi ricordo,  per Roma,  e poi per Ancona,  dove ci
    imbarcheremo: per altro il padrone sta bene;  ed  quasi una settimana
    ch'io  lo  vedo  pi sollevato.  Mi disse che prima di partire verr a
    salutar la signora;  e per ha mandato qui me ad avvisare;  anzi verr
    qui domani l'altro,  e forse domani.  Il servo pareva lieto, ma il suo
    dire confuso accrebbe le nostre sollecitudini; n si acquetaron se non
    il d appresso,  quando Jacopo scrisse,  come ripartirebbe per l'Isole
    gi  Venete,  e  che  temendo  di non ritornare forse pi,  verrebbe a
    rivederci e a ricevere la benedizione di sua madre. - Questo biglietto
    and smarrito.
    Frattanto  nel  d  del  suo  arrivo  a'  colli  Euganei,  svegliatosi
    quattr'ore prima di sera, scese a passeggiare sino presso alla chiesa,
    torn,  si rivest, e s'avvi a casa T***. Seppe da un famigliare come
    da sei giorni erano tutti venuti da Padova,  e che a momenti sarebbero
    tornati dal passeggio.  Era quasi sera,  e tornavasi a casa.  Dopo non
    molti passi s'accorse di Teresa che veniva con l'Isabellina per  mano;
    e dietro alle figliuole,  il signore T*** con Odoardo. Jacopo fu preso
    da un tremito,  e s'accostava perplesso.  Teresa  appena  il  conobbe,
    grid: Eterno Iddio! e dando indietro mezzo tramortita si sostenne sul
    braccio  del  padre  suo.  Com'ei fu presso,  e che venne ravvisato da
    tutti,  ella non gli disse parola: appena il signore T*** gli stese la
    mano;  e Odoardo lo salut asciuttamente.  Solo l'Isabellina gli corse
    addosso, e mentre ei se la prendea su le braccia, essa baciavalo, e lo
    chiamava il suo Jacopa,  e si voltava a Teresa  additandolo;  ed  esso
    accompagnandosi a loro, parlava sottovoce con la ragazzina. Niuno apr
    bocca:  Odoardo soltanto gli chiese se andasse a Venezia.  - Fra pochi
    giorni, rispose. Giunti alla porta, si accomiat.
    Michele che a nessun patto accett di riposarsi  in  Venezia  per  non
    lasciare  solo  il  padrone,  si  torn  a'  colli un'ora incirca dopo
    mezzanotte,  e lo trov seduto allo scrittojo rivedendo le sue  carte.
    Moltissime  ne  bruci;  parecchie  di  minor conto le lasciava cadere
    stracciate  sotto  al  tavolino.  Il  ragazzo  si  coric,   lasciando
    l'ortolano perch ci badasse;  tanto pi che Jacopo non aveva in tutto
    quel d desinato.  Infatti poco di poi gli fu  recata  parte  del  suo
    desinare, ed ei ne mangi attendendo sempre alle carte. Non le esamin
    tutte; ma passeggi per la stanza, poi prese a leggere. L'ortolano che
    lo vedeva mi disse,  che sul finir della notte apr le finestre,  e vi
    si ferm un pezzo: pare che subito dopo abbia scritto i due  frammenti
    che sieguono: sono in diverse facciate, ma in un medesimo foglio.

    "Or  via:  costanza.  - Eccoti una bragera,  scintillante d'infiammati
    carboni.  Ponvi dentro la mano;  brucia le vive tue carni:  bada;  non
    t'avvilire d'un gemito. - A che pro? - E a che pro deggio affettare un
    eroismo che non mi giova?"

    "E' notte;  alta, perfetta notte. A che veglio immoto su questo libro?
    - Io non imparai se non la scienza di  ostentare  saviezza  quando  le
    passioni non tiranneggiano l'anima.  I precetti sono come le medicine,
    inutili quando la infermit vince tutte le resistenze della Natura.
    Alcuni sapienti si vantano d'avere domate le passioni  che  non  hanno
    mai  combattuto:  l'origine    questa della loro baldanza.  - Amabile
    stella dell'alba! tu fiammeggi dall'oriente, e mandi a questi occhi il
    tuo raggio - ultimo!  Chi l'avria detto sei mesi  addietro  quando  tu
    comparivi  prima  degli  altri  pianeti  a  rallegrare la notte,  e ad
    accogliere i nostri saluti?
    Spuntasse almeno l'aurora! - Forse Teresa si ricorda in questo momento
    di me - pensiero consolatore!  Oh come la beatitudine  d'essere  amato
    raddolcisce qualunque dolore!
    Ah  notturno delirio!  va - tu ricominci a sedurmi: pass stagione: ho
    disingannato me stesso; un partito solo mi resta."

    La mattina mand per una Bibbia ad Odoardo il quale non l'aveva: mand
    al parroco, e quando gli fu recata, si chiuse.  A mezzod suonato usc
    a spedire la seguente lettera, e torn a chiudersi.


    14 Marzo.

    Lorenzo,  ho  un secreto che da pi mesi mi sta confitto nel cuore: ma
    l'ora della partenza sta per suonare;  ed   tempo  ch'io  lo  deponga
    dentro il tuo petto.
    Questo  amico tuo ha sempre davanti un cadavere.  - Ho fatto quanto io
    doveva; quella famiglia  da quel giorno men povera - ma il padre loro
    rivive pi?
    In uno di que' giorni del mio forsennato  dolore,  son  oggimai  dieci
    mesi,  io cavalcando mi dilungai molte miglia.  Era la sera; io vedeva
    sorgere un tempo nero, e tornando affrettavami: il cavallo divorava la
    via,  e nondimeno i miei sproni lo insanguinavano;  e  gli  abbandonai
    tutte  le  briglie  sul  collo,  invocando  quasi ch'ei rovinasse e si
    seppellisse con me.  Entrando  in  un  viale  tutto  alberi,  stretto,
    lunghissimo,  vidi una persona - ripresi le briglie; ma il cavallo pi
    s'irritava e pi  impetuosamente  lanciavasi.  -  Tienti  a  sinistra,
    gridai,  a sinistra!  Quello sfortunato m'intese; corse a sinistra; ma
    sentendo pi imminente lo  scalpito,  e  in  quello  stretto  sentiero
    credendosi  addosso il cavallo,  ritornava sgomentato a diritta,  e fu
    investito,  rovesciato,  e le zampe gli frantumarono le  cervella.  In
    quel  violento  urto  il  cavallo  stramazz,  balzandomi di sella pi
    passi. Perch rimasi vivo ed illeso?  - Corsi ove intendeva un lamento
    di  moribondo:  l'uomo  agonizzava boccone in una palude di sangue: lo
    scossi: non aveva n voce n sentimento;  dopo minuti spir.  Tornai a
    casa.  Quella  notte  fu  anche  burrascosa  per  tutta la Natura;  la
    grandine desol le campagne;  le folgori arsero  molti  alberi,  e  il
    turbine  fracass la cappella di un crocefisso: ed io uscii a perdermi
    tutta la notte per le montagne con le vesti  e  l'anima  insanguinata,
    cercando in quello sterminio la pena della mia colpa. Che notte! Credi
    tu  che  quel  terribile spettro mi abbia perdonato mai?  - La mattina
    dopo, assai se ne parl: si trov il morto in quel viale, mezzo miglio
    pi lontano, sotto un mucchio di sassi fra due castagni schiantati che
    attraversavano il cammino;  la pioggia che sino all'alba  casc  dalle
    alture a torrenti ve lo strascin con que' sassi; aveva le membra e la
    faccia  a  brani:  e  fu  conosciuto per le strida della moglie che lo
    cercava.  Nessuno fu imputato.  Ben mi accusavano nel mio  secreto  le
    benedizioni  di  quella  vedova perch ho subitamente collocata la sua
    figlia al nipote del castaldo;  e assegnato un patrimonio al figliuolo
    che  si  volle  far prete.  E jer sera vennero a ringraziarmi di nuovo
    dicendomi,  ch'io gli ho liberati dalla miseria in cui da  tanti  anni
    languiva  la  famiglia di quel povero lavoratore.  - Ah!  vi sono pure
    tanti altri miseri come voi;  ma hanno un marito ed un  padre  che  li
    consola  con  l'amor  suo,  e  che essi non cangierebbero per tutte le
    ricchezze della terra - e voi!
    Cos gli uomini nascono a struggersi scambievolmente!
    Fuggono da quel viale tutti i villani,  e tornandosi da'  lavori,  per
    iscansarlo,  passano  per  le  praterie.  Si  dice  che le notti vi si
    sentano spiriti; che l'uccello del mal-augurio siede fra quelle arbori
    e dopo la mezzanotte urla tre volte;  che qualche  sera  si    veduto
    passare una persona morta - n io ardisco disingannarli,  n ridere di
    tali prestigj.  Ma svelerai tutto dopo la  mia  morte.  Il  viaggio  
    rischioso,  la mia salute  incerta; non posso allontanarmi con questo
    rimorso sepolto.  Que' due figliuoli in ogni loro disgrazia  e  quella
    vedova sieno sacri nella mia casa. Addio.

    Per  entro  la Bibbia si trovarono,  assai giorni dopo,  le traduzioni
    zeppe di cassature e quasi non leggibili di alcuni versi del libro  di
    Job,  del  secondo  capo  dell'Ecclesiaste,  e  di tutto il cantico di
    Ezechia. -
    Alle quattro dopo mezzod si trov a casa  T***.  Teresa  era  discesa
    tutta  sola  in  giardino.  Il  padre  di lei lo accolse affabilmente.
    Odoardo si fe' a leggere presso un balcone;  e dopo non molto pos  il
    libro:  ne  apr  un  altro,  e  leggendo s'incammin alle sue stanze.
    Allora Jacopo prese il primo libro cos come  fu  lasciato  aperto  da
    Odoardo;  era  il volume quarto delle tragedie dell'Alfieri: ne scorse
    una o due pagine; poi lesse forte:

    Chi siete voi?... Chi d'aura aperta e pura
    Qui favell?... Questa?  caligin densa;
    Tenebre sono; ombra di morte... Oh mira;
    Pi mi t'accosta; il vedi? Il Sol d'intorno
    Cinto ha di sangue ghirlanda funesta...
    Odi tu canto di sinistri augelli?
    Lugubre un pianto sull'aere si spande
    Che me percote, e a lagrimar mi sforza...
    Ma che? Voi pur, voi pur piangete?...

    Il padre di Teresa guardandolo gli diceva:  O  mio  figlio!  -  Jacopo
    seguit  a leggere sommessamente: apr a caso quello stesso volume,  e
    tosto posandolo, esclam:

    ...Non diedi a voi per anco
    Del mio coraggio prova: ei pur fia pari
    Al dolor mio.

    A questi versi Odoardo tornava, e gli ud proferire cos efficacemente
    che si ristette su la porta pensoso.  Mi narrava poi il  signore  T***
    che  a  lui  parve  in  quel momento di leggere la morte sul volto del
    nostro misero amico;  e che in que' giorni  tutte  le  parole  di  lui
    ispiravano  riverenza  e  piet.  Favellarono  poi del suo viaggio;  e
    quando Odoardo gli chiese se starebbe di molto a tornare: Si, rispose,
    potrei quasi giurare che non ci rivedremo pi.  Non ci  rivedremo  noi
    pi?  dissegli il signore T*** con voce afflittissima.  Allora Jacopo,
    come per rassicurarlo,  lo guard in viso con  aria  lieta  insieme  e
    tranquilla;  e dopo breve silenzio, gli cit sorridendo quel passo del
    Petrarca:

    Non so; ma forse
    Tu starai in terra senza me gran tempo.

    Ridottosi a casa su l'imbrunire, si chiuse; n compar fuori di stanza
    che la mattina seguente assai tardi.  Porr qui alcuni frammenti ch'io
    credo  di  quella notte,  quantunque io non sappia assegnare veramente
    l'ora in cui furono scritti.

    "Vilt?  - Or tu che gridi vilt non se' uno di quegl'infiniti mortali
    che  infingardi  guardano  le  loro  catene,  e non osano piangere,  e
    baciano la mano che li flagella?  Che  mai  l'uomo?  il  coraggio  fu
    sempre dominatore dell'universo perch tutto  debolezza e paura.
    Tu m'imputi di vilt, e ti vendi intanto l'anima e l'onore.
    Vieni;  mirami  agonizzare boccheggiando nel mio sangue: non tremi tu?
    or chi  il vile?  ma trammi questo coltello dal petto - impugnalo;  e
    di' a te stesso: Dovr vivere eterno?  Dolore sommo forte,  ma breve e
    generoso.  Chi sa!  la fortuna ti prepara una morte pi dolorosa e pi
    infame. Confessa. Or che tu tieni quell'arma appuntata deliberatamente
    sovra il tuo cuore,  non ti senti forse capace di ogni alta impresa, e
    non ti vedi libero padrone de' tuoi tiranni?"


    Mezzanotte.

    "Contemplo la campagna: guarda che notte serena e  pacifica!  Ecco  la
    Luna che sorge dietro la montagna.  - O Luna! amica Luna. Mandi ora tu
    forse su la faccia di Teresa un patetico raggio simile a questo che tu
    diffondi nell'anima mia?  Ti ho  sempre  salutata  mentre  apparivi  a
    consolare la muta solitudine della Terra: pi volte uscendo dalla casa
    di  Teresa  ho  parlato  con te,  e tu eri testimonio de' miei delirj:
    questi occhi molli di lagrime pi volte accompagnata  in  grembo  alle
    nubi che ti ascondevano: ti hanno cercata nelle notti cieche della tua
    luce.  Tu risorgerai,  tu risorgerai sempre pi bella;  ma l'amico tuo
    cadr deforme e abbandonato cadavere senza risorgere pi.  Or ti prego
    di  un  ultimo beneficio: quando Teresa mi cercher fra i cipressi e i
    pini del monte, illumina co' tuoi raggi la mia sepoltura."

    "Bell'alba!  ed  pure gran tempo ch'io non m'alzo da  un  sonno  cos
    riposato,  e ch'io non ti vedo,  o mattino,  cos rilucente!  - ma gli
    occhi miei erano sempre nel pianto;  e tutti  i  miei  pensieri  nella
    oscurit; e l'anima mia nuotava nel dolore.
    Splendi,  su splendi,  o Natura,  e riconforta le cure de' mortali. Tu
    non risplenderai pi per me.  Ho gi sentito tutta la tua bellezza,  e
    t'ho  adorata,  e  mi sono alimentato della tua gioja;  e finch io ti
    vedeva bella e benefica tu mi dicevi con una voce divina: Vivi.  -  Ma
    nella  mia  disperazione  ti  ho  poi  veduta con le mani grondanti di
    sangue;  la fragranza de' tuoi fiori mi fu pregna di veleno,  amari  i
    tuoi frutti;  e mi apparivi divoratrice de' tuoi figliuoli adescandoli
    con la tua bellezza e co' tuoi doni al dolore.
    Sar io dunque ingrato con  te?  protrarr  la  vita  per  vederti  s
    terribile,  e bestemmiarti?  No,  no. - Trasformandoti, e acciecandomi
    alla tua luce non mi abbandoni forse tu stessa, e non mi comandi ad un
    tempo di abbandonarti?  - Ah!  ora ti  guardo  e  sospiro;  ma  io  ti
    vagheggio  ancora  per la reminiscenza delle passate dolcezze,  per la
    certezza ch'io non dovr pi temerti, e perch sto per perderti.  - N
    io credo di ribellarmi da te fuggendo la vita. La vita e la morte sono
    del  pari  tue  leggi:  anzi  una strada concedi al nascere,  mille al
    morire.  Se non ci imputi la infermit che  ne  uccide,  vorrai  forse
    imputarne  le  passioni  che  hanno  gli  stessi  effetti  e la stessa
    sorgente perch derivano da te,  n potrebbero opprimerci se da te non
    avessero  ricevuto  la  forza?  N  tu  hai prefisso una et certa per
    tutti.  Gli uomini denno nascere,  vivere,  morire: ecco le tue leggi:
    che rileva il tempo e il modo?
    Nulla  io  ti sottraggo di ci che mi hai dato.  Il mio corpo,  questa
    infinitesima parte,  ti star sempre congiunta sotto altre  forme.  Il
    mio  spirito  -  se  morr  con me,  si modificher con me nella massa
    immensa delle cose - e s'egli  immortale!  - la sua  essenza  rimarr
    illesa.
    Oh!  a  che pi lusingo la mia ragione?  Non odo la solenne voce della
    Natura?  Io ti feci nascere  perch  tu  anelando  alla  tua  felicit
    cospirassi  alla  felicit  universale;  e quindi per istinto ti diedi
    l'amor della vita,  e l'orror della morte.  Ma se la piena del  dolore
    vince  l'istinto,  che  altro puoi tu fare se non correre verso le vie
    che io ti spiano per fuggir da'  tuoi  mali?  Quale  riconoscenza  pi
    t'obbliga  meco,  se  la  vita  ch'io ti diedi per beneficio,  ti si 
    convertita in dolore?
    Che arroganza!  credermi  necessario!  -  gli  anni  miei  sono  nello
    incircoscritto  spazio del tempo un attimo impercettibile.  Ecco fiumi
    di sangue che portano tra i fumanti lor flutti recenti mucchj  d'umani
    cadaveri:  e sono questi milioni d'uomini sacrificati a mille pertiche
    di terreno,  e a  mezzo  secolo  di  fama  che  due  conquistatori  si
    contendono con la vita de' popoli. E temer io di immolare a me stesso
    que' d pochi e dolenti che mi saranno forse rapiti dalle persecuzioni
    degli uomini, o contaminati dalle colpe?"

    Cercai  quasi  con  religione tutti i vestigi dell'amico mio nelle sue
    ore supreme,  e con pari religione io scrivo quelle cose che ho potuto
    sapere: per non ti dico,  o Lettore, se non ci ch'io vidi, o ci che
    mi fu, da chi il vide, narrato. - Per quanto io m'abbia indagato,  non
    seppi  che abbia egli fatto ne' d 16,  17,  18 Marzo.  Fu pi volte a
    casa T***; ma non vi si fern mai.  Usciva tutti que' d quasi innanzi
    giorno, e si ritirava assai tardi: cenava senza dire parola: e Michele
    mi accerta, che avea notti assai riposate.


    La lettera che siegue non ha data, ma fu scritta add 19.

    Parmi?  o  Teresa mi sfugge?  - essa essa mi sfugge!  Tutti - e le sta
    sempre al fianco Odoardo. Vorrei vederla solo una volta; e sappi ch'io
    mi sarei gi partito - tu  pure  m'affretti  ognor  pi!  -  ma  sarei
    partito,  se avessi potuto bagnarle una volta la mano di lagrime. Gran
    silenzio in tutta quella famiglia!  Salendo le scale temo d'incontrare
    Odoardo  -  parlandomi,  non  mi  nomina  mai  Teresa.  Ed   pur poco
    discreto! sempre, anche dianzi, m'interroga quando e come partir.  Mi
    sono  arretrato improvvisamente da lui - perch davvero mi parea ch'ei
    sogghignasse; e l'ho fuggito fremendo.
    Torna a spaventarmi quella terribile  verit  ch'io  gi  svelava  con
    raccapriccio  -  e  che  mi  sono  poscia  assuefatto  a  meditare con
    rassegnazione: Tutti siamo nemici.  Se tu potessi fare il processo de'
    pensieri  di  chiunque  ti  si  para  davanti,  vedresti ch'ei ruota a
    cerchio una spada per allontanare tutti dal proprio bene, e per rapire
    l'altrui.  - Lorenzo;  comincio a  vacillar  nuovamente.  Ma  conviene
    disporsi - e lasciarli in pace.

    P.S. Torno da quella donna decrepita di cui parmi d'averti narrato una
    volta.  La sconsolata vive ancora!  sola, abbandonata spesso gl'interi
    giorni da tutti che si stancano di ajutarla,  vive ancora;  ma tutti i
    suoi sensi sono da pi mesi nell'orrore e nella battaglia della morte.


    Seguono  due  frammenti  scritti  forse in quella notte;  e pajono gli
    ultimi.

    "Strappiamo la maschera a questa larva  che  vuole  atterrirci.  -  Ho
    veduto  fanciulli  raccapricciare  e nascondersi all'aspetto travisato
    della loro nutrice. O Morte!  io ti guardo e t'interrogo - non le cose
    ma le loro apparenze ci turbano: infiniti uomini che non s'arrischiano
    di  chiamarti,  ti  affrontano  nondimeno intrepidamente!  Tu pure sei
    necessario elemento della Natura - per me oggimai tutto l'orror tuo si
    dilegua, e mi rassembri simile al sonno della sera, quiete dell'opre.
    Ecco le spalle di quella sterile rupe che frodano le sottoposte  valli
    del  raggio fecondatore dell'anno.  - A che mi sto?  Se devo cooperare
    all'altrui felicit,  io invece la turbo: s'io devo consumare la parte
    di  calamit  assegnata  ad ogni uomo,  io gi in ventiquattro anni ho
    vuotato il calice che avria potuto bastarmi per una lunghissima  vita.
    E la speranza? - Che monta? conosco io forse l'avvenire per fidargli i
    miei  giorni?  Ahi  che  appunto  questa fatale ignoranza accarezza le
    nostre passioni, ed alimenta l'umana infelicit.
    Il tempo vola;  e col tempo ho perduto nel dolore quella parte di vita
    che   due   mesi  addietro  lusingavasi  di  conforto.   Questa  piaga
    invecchiata  ormai divenuta natura: io la sento nel  mio  cuore,  nel
    mio  cervello,  in tutto me stesso;  gronda sangue,  e sospira come se
    fosse aperta di fresco.  - Or basta,  Teresa,  basta: non  ti  par  di
    vedere  in  me  un infermo strascinato a lenti passi alla tomba fra la
    disperazione e i tormenti,  e non sa prevenire con un  sol  colpo  gli
    strazj del suo destino inevitabile?"

    "Tento la punta di questo pugnale: io lo stringo,  e sorrido: qui;  in
    mezzo a questo cuor palpitante - e  sar  tutto  compiuto.  Ma  questo
    ferro mi sta sempre davanti!  - chi chi osa amarti,  o Teresa? Chi os
    rapirti? - Fuggimi dunque; non mi ti accostare, Odoardo! -
    O!  mi vado strofinando le mani per lavare la macchia del tuo sangue -
    le fiuto come se fumassero di delitto.  Frattanto eccole immacolate, e
    in tempo di togliermi in un tratto dal pericolo di vivere un giorno di
    pi - un giorno solo; un momento - sciagurato! sarei vissuto troppo."


    20 Marzo, a sera.

    Io era forte: ma questo fu l'ultimo colpo che ha  quasi  prostrata  la
    mia fermezza!  nondimeno quello ch' decretato  decretato. Ma tu, mio
    Dio, che miri nel profondo, tu vedi che questo  sacrificio pi che di
    sangue.
    Ella era,  o Lorenzo,  con la  sua  sorellina;  e  parea  che  volesse
    scansarmi;  ma poi s'assise,  e l'Isabellina tutta compunta se le pos
    su le ginocchia. Teresa - le dissi accostandomi e prendendole la mano:
    - mi riguard: e quella bambina gettando il suo braccio sul  collo  di
    Teresa, e alzando il viso le parlava sottovoce: Jacopo non mi ama pi.
    E la intesi - S'io t'amo?  e abbassandomi e abbracciandola - t'amo, io
    le diceva, t'amo teneramente; ma tu non mi vedrai pi. O mio fratello!
    Teresa mi contemplava atterrita,  e stringeva l'Isabellina,  e  teneva
    pur  gli  occhi  verso  di me: - Tu ci lascierai,  mi disse,  e questa
    fanciulletta sar compagna  de'  miei  giorni,  e  sollievo  de'  miei
    dolori:  le  parler  sempre  dell'amico  suo  - dell'amico mio;  e le
    insegner a piangere e a benedirti - e a queste ultime parole, l'anima
    sua parevami ristorata di qualche speranza;  e le lagrime le  pioveano
    dagli occhi; ed io ti scrivo con le mani calde ancor del suo pianto. -
    Addio,  soggiunse,  addio,  ma non eternamente; di'? non eternamente -
    eccoti adempiuta la mia promessa e si trasse dal seno il suo  ritratto
    - eccoti adempiuta la mia promessa;  addio,  va, fuggi, e porta con te
    la memoria di questa sfortunata -  bagnato delle mie lagrime e  delle
    lagrime di mia madre. - E con le sue mani lo appendeva al mio collo, e
    lo  nascondeva  dentro  al  mio  petto.  Io stesi le braccia,  e me la
    strinsi sul cuore, e i suoi sospiri confortavano le arse mie labbra, e
    gi la mia bocca - ma un pallore di morte si sparse su la sua  faccia;
    e,  mentre  mi  respingeva,  io  toccandole  la mano la sentii fredda,
    tremante,  e con voce soffocata e languente mi  disse:  -  Abbi  piet
    addio - e si abbandon sul sof,  stringendosi presso quanto poteva la
    Isabellina,  che piangeva con noi.  - Entrava suo padre,  e il  nostro
    misero stato avvelen forse i suoi rimorsi.
    Ritorn  quella  sera tanto costernato che Michele sospett di qualche
    fiero accidente.  Ripigli l'esame delle sue carte;  e molte ne faceva
    ardere  senza  leggerle.  Innanzi  alla  Rivoluzione  avea  scritto un
    commentario  intorno  al  governo  Veneto  in  uno  stile   antiquato,
    assoluto, con quel motto di Lucano per epigrafe; Jusque datum sceleri.
    Una  sera  dell'anno  addietro  aveva  letto  a  Teresa  la  Storia di
    Lauretta;  e Teresa mi disse poi,  che quei  pensieri  scuciti,  ch'ei
    m'invi con la lettera de' 29 Aprile, non n'erano il cominciamento, ma
    bens sparsi dentro quell'operetta ch'esso aveva finita,  narrando per
    filo i casi di Lauretta e gli aveva scritti con istile men passionato.
    Non perdon n a questi n a verun altro scritto.  Leggeva  pochissimi
    libri,  pensava  molto,  dal  bollente  tumulto del mondo fuggiva a un
    tratto nella solitudine,  e quindi scriveva per necessit di sfogarsi.
    Ma  a  me  non resta se non un suo Plutarco zeppo di postille con varj
    quinterni frammessi ove sono alcuni discorsi, ed uno assai lungo su la
    morte di Nicia;  ed un Tacito Bodoniano,  con molti squarci,  fra  gli
    altri  l'intero  libro  secondo  degli annali e gran parte del secondo
    delle storie,  da lui con  sommo  studio  tradotti,  e  con  carattere
    minutissimo  pazientemente  ricopiati  ne' margini.  I frammenti sovra
    scritti gli ho trascelti da' fogli stracciati ch'esso aveva,  come  di
    nessun  conto,   gittati  sotto  al  suo  tavolino;   e  a'  quali  ho
    probabilmente assegnato le date. - Ma il passo seguente, non so se suo
    o d'altri quanto alle idee, bens di stile tutto suo, era stato da lui
    scritto in calce al libro delle Massime di  Marco  Aurelio,  sotto  la
    data  3  Marzo 1794 - e poi lo trovai ricopiato in calce all'esemplare
    del Tacito Bodoniano sotto la data 1 Gennaro 1797 - e presso a questa,
    la data 20 Marzo 1799, cinque d innanzi ch'egli morisse - eccolo:

    "Io non so n perch venni al mondo; n come; n cosa sia il mondo; n
    cosa io stesso mi sia.  E  s'io  corro  ad  investigarlo,  mi  ritorno
    confuso d'una ignoranza sempre pi spaventosa.  Non so cosa sia il mio
    corpo,  i miei sensi,  l'anima mia;  e questa stessa parte di  me  che
    pensa ci ch'io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa,
    non  pu  conoscersi  mai.  Invano  io  tento di misurare con la mente
    questi immensi spazj dell'universo che mi circondano.  Mi  trovo  come
    attaccato  a  un  piccolo angolo di uno spazio incomprensibile,  senza
    sapere perch sono collocato  piuttosto  qui  che  altrove;  o  perch
    questo  breve  tempo  della  mia  esistenza  sia assegnato piuttosto a
    questo momento dell'eternit che a tutti quelli che precedevano, e che
    seguiranno.  Io non vedo da tutte le parti altro che infinit le quali
    mi assorbono come un atomo."

    Poich  in  quella  notte  de' 20 Marzo ebbe ripassato al tutto i suoi
    fogli,  chiam l'ortolano e Michele  perch  glieli  sgombrassero  da'
    piedi.  Poi  li mand a dormire.  Pare ch'esso abbia vegliato l'intera
    notte;  perch allora scrisse la lettera precedente,  e  sul  far  del
    giorno  and  a  destare il ragazzo commettendogli che procacciasse un
    messo per Venezia. Poi si sdraj tutto vestito sul letto;  ma per poca
    ora;  da  che  un  villano  mi disse d'averlo alle 8 di quella mattina
    incontrato su la strada d'Arqu.  Prima di mezzod era  tornato  nelle
    sue  stanze.  V'entr  Michele a dire che il messo era l pronto: e lo
    trov seduto immobilmente, e come sepolto in tristissime cure: s'alz;
    si fe' presso alla soglia di una finestra;  e standosi  ritto  scrisse
    sotto la stessa lettera, a caratteri quasi illeggibili.

    Verr  ad ogni modo - se potessi scriverle - e voleva scrivere: pur se
    le scrivessi non avrei pi cuore di venire - tu le  dirai  che  verr,
    che  essa  vedr  il  suo  figliuolo;  - non altro - non altro: non le
    straziare di pi le viscere;  avrei molto da raccomandarti intorno  al
    modo  di  contenerti per l'avvenire con essa e di consolarla.  - Ma le
    mie  labbra  sono  arse;   il  petto   soffocato;   un'amarezza,   uno
    stringimento - potessi almen sospirare! - Davvero; un gruppo dentro le
    fauci,  e una mano che mi preme e mi affanna il cuore.  - Lorenzo,  ma
    che posso pi dirti? sono uomo - Dio mio, Dio mio, concedimi anche per
    oggi il refrigerio del pianto.

    Sigill il foglio e lo consegn senza verun  soprascritto.  Guard  il
    cielo  per  gran  pezzo;  poi s'assise,  e incrociate le braccia su lo
    scrittojo,  vi pos la fronte: pi volte il servo gli chiese se voleva
    altro;  ei senza rivoltarsi,  gli fe' cenno con la testa, che no. Quel
    giorno incominci la seguente lettera per Teresa.


    Mercoled, ore 5.

    Rassgnati a' decreti del Cielo e troverai qualche felicit nella pace
    domestica,  e nella concordia con quello sposo  che  la  sorte  ti  ha
    destinato. Tu hai un padre generoso e infelice: tu devi riunirlo a tua
    madre  la quale solitaria e piangente forse chiama te sola: tu devi la
    tua vita alla tua fama.  Io solo - io solo morendo trover pace,  e la
    lascier alla tua casa: ma tu povera sfortunata!
    Sono pur assai giorni ch'io prendo a scriverti e non posso continuare!
    O  sommo  Iddio,  vedo  che  tu non mi abbandoni nella ora suprema;  e
    questa costanza  maggiore  de'  tuoi  beneficj.  Morir  quando  avr
    ricevuto  la  benedizione  da  mia madre,  e gli ultimi abbracciamenti
    dall'amico mio.  Da lui tuo padre avr le tue lettere,  e tu pure  gli
    darai  le mie: saranno testimonio della santit del nostro amore.  No,
    cara giovine;  non sei tu  cagione  della  mia  morte.  Tutte  le  mie
    passioni disperate;  le disavventure delle persone pi necessarie alla
    vita mia; gli umani delitti; la sicurezza della mia perpetua schiavit
    e dell'obbrobrio perpetuo della mia patria venduta - tutto insomma  da
    pi  tempo  era  scritto;   e  tu,  donna  angelica,  potevi  soltanto
    disacerbare il mio destino; ma non placarlo, oh! non mai. Ho veduto in
    te sola il ristoro di tutti i miei mali;  ed osai lusingarmi: e poich
    per  una  irresistibile  forza  tu  mi  hai amato,  il mio cuore ti ha
    creduta tutta sua; tu mi hai amato,  e tu m'ami - ed ora che ti perdo,
    ora  chiamo in ajuto la morte.  Prega tuo padre di non dimenticarsi di
    me; non per affliggersi,  bens per mitigare con la sua compassione il
    tuo dolore, e per ricordarsi sempre che ha un'altra figlia.
    Ma tu no,  vera amica di questo sfortunato,  tu non avrai cuore mai di
    obbliarmi. Rileggi sempre queste mie ultime parole ch'io posso dire di
    scriverti col sangue del mio cuore. La mia memoria ti preserver forse
    dalle sciagure del  vizio.  La  tua  bellezza,  la  tua  giovent,  lo
    splendore  della tua fortuna saranno sprone per gli altri,  per te,  a
    contaminare quella innocenza alla quale hai sacrificato la tua prima e
    cara passione; e che pure ne' tuoi martirj ti fu sempre solo conforto.
    Quanto mai v' di lusinghiero nel mondo congiurer alla tua rovina;  a
    rapirti la stima di te; ed a confonderti fra la schiera di tante altre
    donne  le  quali  dopo  d'avere  rinnegato  il pudore,  fanno traffico
    dell'amore e dell'amicizia, ed ostentano come trionfi le vittime della
    loro perfidia. Tu no, mia Teresa;  la tua virt risplende nel tuo viso
    celeste,  ed io la ho rispettata; e tu sai ch'io t'ho amato adorandoti
    come cosa sacra.  - O divina immagine dell'amica mia!  o  ultimo  dono
    prezioso ch'io contemplo, e che m'infonde pi vigore, e mi narra tutta
    la storia de' nostri amori!  Tu stavi facendo questo ritratto il primo
    d ch'io ti vidi: ripassano ad uno ad uno  dinanzi  a  me  tutti  que'
    giorni  che  furono i pi affannosi e i pi cari della mia vita.  E tu
    l'hai consecrato questo ritratto attaccandolo bagnato del  tuo  pianto
    al  mio  petto  -  e  cos  attaccato  al  mio  petto verr con me nel
    sepolcro. Ti ricordi, o Teresa, le lagrime con cui lo accolsi? Oh!  io
    torno a versarle,  e sollevano la trista anima mia. Che se alcuna vita
    resta dopo l'ultimo sospiro, io la serber sempre a te sola,  e l'amor
    mio  vivr  immortale  con me.  - Ascolta intanto una estrema,  unica,
    sacrosanta raccomandazione;  e  te  ne  scongiuro  per  l'amor  nostro
    infelice,  per le lagrime che abbiamo sparse,  per la religione che tu
    senti verso i tuoi genitori,  a' quali ti  sei  pur  immolata  vittima
    volontaria - non lasciare senza consolazione la povera madre mia,  che
    forse verr a piangermi teco in questa solitudine dove cercher riparo
    dalle tempeste della vita.  Tu sola sei degna  di  compiangerla  e  di
    consolarla.  Chi  le resta pi se tu l'abbandoni?  Nel suo dolore,  in
    tutte le sue sventure,  nelle infermit della sua vecchiaja  ricordati
    sempre ch'essa  mia madre.

    A  mezzanotte  suonata  si  part  per  le  poste da' colli Euganei: e
    arrivato su la marina alle 8 del giorno,  si fe'  traghettare  da  una
    gondola  a  Venezia  sino alla sua casa.  Quand'io vi giunsi lo trovai
    addormentato sopra un sof e di un sonno tranquillo. Come fu desto, mi
    preg perch io spicciassi alcune sue  faccende,  e  saldassi  un  suo
    debito a certo librajo.  Non posso,  mi diss'egli, trattenermi qui che
    tutt'oggi.
    Bench fossero quasi due anni ch'io nol vedeva,  la sua fisionomia non
    mi  parve  tanto  alterata quant'io m'aspettava;  ma poi m'accorsi che
    andava lento e come strascinandosi;  la sua voce,  un tempo  pronta  e
    maschia, usciva a fatica e dal petto profondo. Sforzavasi nondimeno di
    discorrere; e rispondendo a sua madre intorno al suo viaggio, sorridea
    spesso  di  un  mesto  sorriso tutto suo: ma avea un'aria circospetta,
    insolita in lui.  Avendogli io detto che certi  suoi  amici  sarebbero
    venuti quel d a salutarlo,  rispose,  che non vorrebbe rivedere anima
    nata; anzi scese egli stesso ad avvertire alla porta perch si dicesse
    ch'ei non accoglierebbe  visite.  E  risalendo  mi  disse;  Spesso  ho
    pensato  di non dare n a te n a mia madre tanto dolore;  ma io avevo
    pur obbligo e anche bisogno  di  rivedervi  -  e  questo,  credimi,  
    l'esperimento pi forte del mio coraggio.
    Poche  ore  prima  di  sera,  si  alz,  come per partire;  ma non gli
    sofferiva il cuore di dirlo.  Sua madre gli si approssim,  e mentr'ei
    rizzandosi  dalla  seggiola  andavale  incontro con le braccia aperte,
    essa con volto rassegnato gli disse: Hai  dunque  risoluto,  mio  caro
    figliuolo?
    S, s; le rispose abbracciandola e frenando a stento le lagrime.
    Chi sa se potr pi rivederti? io sono oramai vecchia e stanca.
    Ci rivedremo,  forse - mia cara madre, consolatevi, ci rivedremo - per
    non lasciarci mai pi; ma adesso: - ne pu far fede Lorenzo.
    Ella si volse impaurita verso di me, ed io, Pur troppo! le dissi. E le
    narrai come le persecuzioni tornavano  a  incrudelire  per  la  guerra
    imminente; e che il pericolo sovrastava a me pure, massime dopo quelle
    lettere che ci furono intercette: (e non erano falsi sospetti;  perch
    dopo pochi mesi fui costretto ad abbandonare la patria mia..  Ed  essa
    allora  esclam:  Vivi  mio figliuolo,  bench lontano da me.  Dopo la
    morte di tuo padre non  ho  pi  avuto  un'ora  di  bene;  sperava  di
    consolare  teco  la  mia  vecchiezza!  -  ma  sia fatta la volont del
    Signore.  Vivi!  io scelgo di piangere  senza  di  te,  piuttosto  che
    vederti - imprigionato - morto. I singhiozzi le soffocavano la parola.
    Jacopo  strinse  la  mano  e  la guardava come se volesse affidarle un
    secreto; ma ben tosto si ricompose, e le chiese la sua benedizione.
    Ed ella alzando le palme: Ti benedico - Ti benedico; e piaccia anche a
    Dio Onnipotente di benedirti.
    Avvicinatisi  alla  scala  s'abbracciarono.  Quella  donna  sconsolata
    appoggi la testa sul petto del suo figliuolo.
    Scesero,  ed io con loro;  la madre come giunsero all'uscio di casa, e
    vide l'aria aperta,  sollev gli occhi,  e li tenne fissi al cielo per
    due  o  tre  minuti,  e  parea  che  pregasse mentalmente con tutto il
    fervore dell'anima sua;  e che quell'atto le avesse  ridato  la  prima
    rassegnazione.  E  senza  versare pi lagrima,  benedisse di nuovo con
    voce sicura il figliuolo;  ed ei le ribaci la mano,  e  la  baci  in
    volto.
    Io stava piangente: dopo avermi abbracciato,  mi promise di scrivermi,
    e mosse il passo,  dicendomi:  Presso  alla  madre  mia  ti  sovverrai
    santamente della nostra amicizia. E rivoltosi alla madre, la guard un
    pezzo  senza  far  motto;  e  part.  Giunto in fondo alla strada,  si
    rivolse, e ci salut con la mano e ci mir mestamente, come se volesse
    dirci che quello era l'ultimo sguardo.
    La povera madre ristette su la porta quasi sperando ch'ei  tornasse  a
    risalutarla.  Ma  togliendo  gli  occhi lagrimosi dal luogo dond'ei se
    l'era dileguato,  s'appoggi al mio braccio e risaliva dicendomi: Caro
    Lorenzo, mi dice il cuore che non lo rivedremo mai pi.
    Un vecchio sacerdote di assidua famigliarit nella casa dell'Ortis,  e
    che gli era stato maestro di greco, venne quella sera e ci narr, come
    Jacopo era andato alla chiesa dove Lauretta fu  sotterrata.  Trovatola
    chiusa,  voleva  farsi aprire a ogni patto dal campanaro;  e regal un
    fanciullo del vicinato perch andasse a  cercare  del  sagrestano  che
    aveva le chiavi. S'assise, aspettando, sopra un sasso nel cortile. Poi
    si lev e s'appoggi con la testa su la porta della chiesa.  Era quasi
    sera;  quando accorgendosi di gente nel cortile,  senza pi aspettare,
    si  dilegu.  Il  vecchio  sacerdote  aveva  risaputo  queste cose dal
    campanaro.  Seppi alcuni giorni dopo,  che Jacopo sul fare della notte
    era andato a visitare la madre di Lauretta.  Era,  mi diss'ella, assai
    tristo;  non mi parl mai della  mia  povera  figliuola,  n  io  l'ho
    nominata  mai per non accorarlo di pi: scendendo le scale,  mi disse:
    Andate, quando potrete, a consolare mia madre.
    E intanto la madre di lui fu in quella sera  atterrita  di  pi  fiero
    presentimento.  Io  nell'autunno scorso,  trovandomi a' colli Euganei,
    aveva letto in casa del signore T*** parte d'una  lettera  (21.  nella
    quale Jacopo tornava con tutti i pensieri alla sua solitudine paterna.
    E  allora Teresa rappresent a chiaroscuro la prospettiva del laghetto
    de' cinque fonti,  e accenn sul pendio d'un poggetto l'amico suo  che
    sdrajato su l'erba contempla il tramontare del Sole.  Richiese d'alcun
    verso per iscrizione il padre suo,  e le fu da lui suggerito questo di
    Dante:

    "Libert va cercando ch' s cara".

    Mand   poscia   in   dono   il   quadretto   alla  madre  di  Jacopo,
    raccomandandosi che non gli dicesse mai donde veniva; infatti egli non
    l'avea mai risaputo: ma quel giorno ch'ei fu in Venezia s'accorse  del
    quadretto  appeso,  e  di chi lo aveva fatto;  non ne fe' motto: bens
    rimastosi nella camera tutto solo,  smosse il cristallo,  e  sotto  al
    verso:

    "Libert va cercando ch' s cara"

    scrisse l'altro che gli vien dietro:

    "Come sa chi per lei vita rifiuta".

    E  fra  il  cristallo e la scannellatura di dentro della cornice trov
    una lunga treccia di capelli che Teresa, alcuni giorni prima delle sue
    nozze,  s'era tagliati senza che veruno il sapesse,  e ripostili nella
    cornice  in  guisa che non trasparissero ad occhio vivente.  L'Ortis a
    que' capelli congiunse,  quando li vide,  una ciocca de'  suoi  e  gli
    annod  insieme  col nastro nero che portava attaccato all'oriuolo;  e
    rimise il quadretto a suo posto. Poche ore dopo,  la madre sua vide il
    verso  aggiunto,  s'avvide  anche della treccia,  e della ciocca e del
    nodo nero ch'ei forse disavvedutamente o per fretta non  aveva  potuto
    rimpiattare  che non paresse.  Il d seguente me ne parl;  ed io vidi
    come questo accidente le aveva prostrato il coraggio  con  che  dianzi
    essa avea sostenuta la partenza del suo figliuolo.
    Onde  per  acquetarla mi deliberai di accompagnarlo sino ad Ancona;  e
    promisi che le scriverei  giornalmente.  Esso  frattanto  tornavasi  a
    Padova,  e  smont  in casa del professore C***,  dove ripos il resto
    della notte.  La mattina accomiatandosi,  gli  furono  dal  professore
    esibite lettere per alcuni gentiluomini delle isole gi Venete i quali
    nel tempo addietro gli erano stati discepoli. Jacopo n le accett, n
    le rifiut. Torn a piedi a' colli Euganei, e ricominci a scrivere.


    Venerd, ore 1.

    E tu,  Lorenzo mio - leale e unico amico - perdona.  Non ti raccomando
    mia madre; ben so che avr in te un altro figliuolo.  O madre mia!  ma
    tu  non avrai pi il figlio sul petto del quale speravi di riposare il
    tuo capo canuto - n potrai riscaldare queste labbra morenti co'  tuoi
    baci? e forse tu mi seguirai! - Io vacillava o Lorenzo. Or  questa la
    ricompensa dopo ventiquattro anni di speranze e di cure?  Ma sia cosi!
    Iddio che ha tutto destinato non l'abbandoner - n tu!  Ah finch  io
    non  bramava  che  un  amico fedele,  io vissi felice.  Il cielo te ne
    rimeriti!  Ma e tu pure non ti aspettavi ch'io ti pagassi di  lagrime.
    Pur  troppo  ti  pagherei a ogni modo di lagrime!  or tu non proferire
    sulle mie ceneri la crudele bestemmia: Chi vuol morire non ama nessuno
    - Che non tentai sopra di me? che non feci? che non dissi a Dio? ah la
    mia vita pur troppo sta tutta nelle mie passioni;  e  se  non  potessi
    distruggerle  meco  -  oh  a  che  angosce,  a  che spasimi,  a quanti
    pericoli, a quali furori, a che deplorabile cecit,  a che delitti non
    mi  strascinerebbero  a  forza!  Un  giorno,  o  Lorenzo,  prima ch'io
    decretassi la morte mia,  io stava  genuflesso  implorando  dal  Cielo
    piet,  e  le  mie lagrime pioveano abbondanti - e in quel punto mi si
    sono  improvvisamente  inaridite  le  lagrime,   e  il  cuore  mi  s'
    inferocito,  e  avresti detto che mi venisse mandato appunto dal Cielo
    un delirio ad assalirmi; - e mi rizzai;  e scrissi alla giovine misera
    che  io  me  ne  andava  ad  aspettarla  in un altro mondo,  e che non
    tardasse a raggiungermi,  e l'ammaestrava del  come  e  del  quando  e
    dell'ora.  - Ma poi non forse la compassione,  non la vergogna,  n il
    rimorso,  n Iddio - bens l'idea che non  pi la vergine di due mesi
    fa,   e  che    donna  contaminata  dalle  braccia  d'un  altro,   ha
    incominciato a farmi pentire di s atroce disegno.  Vedi come la  vita
    mia, sarebbe a voi tutti pi dolorosa che la mia morte; e infame forse
    a voi tutti. Invece se mi divido per sempre da Teresa degno di lei, la
    memoria  mia  serber  certamente  il suo cuore degno di me,  e bench
    serva di un altro potr almeno sperare - speranza  forse  vanissima  -
    che un d l'anima sua verr libera a unirsi per sempre alla mia.  - Ma
    addio. Queste carte le darai tutte al suo padre. Raduna i miei libri e
    serbali a memoria del tuo Jacopo. Raccogli Michele a cui lascio il mio
    oriuolo,  questi miei pochi arredi e i  danari  che  tu  troverai  nel
    cassettino  del  mio  scrittojo.  Vieni  ad  aprirlo  tu solo: c' una
    lettera per Teresa;  e ti prego di riporla fra le sue mani tu  stesso.
    Addio, addio.


    Continu la lettera per Teresa.

    Torno  a  te  mia  Teresa.  Se  mentre  io  viveva  era  colpa  per te
    l'ascoltarmi;  ascoltami almeno in queste poche ore che mi disgiungono
    dalla morte;  e le ho riserbate tutte a te sola.  Avrai questa lettera
    quando io sar sotterrato; e da quella ora tutti forse incomincieranno
    ad obbliarmi,  finch niuno pi si ricorder del mio nome -  ascoltami
    come  una  voce  che  vien  dal  sepolcro.  Tu piangerai i miei giorni
    svaniti al pari di una visione notturna; piangerai il nostro amore che
    fu inutile e mesto come le lampade che rischiarano le bare de'  morti.
    - Oh s,  mia Teresa;  dovevano pure una volta finir le mie pene; e la
    mia mano non trema nell'armarsi del ferro liberatore, poich abbandono
    la vita mentre tu m'ami,  mentre sono ancora degno di te,  e degno del
    tuo pianto, ed io posso sacrificarmi a me solo, ed alla tua virt. No;
    allora  non  ti  sar colpa l'amarmi;  e lo pretendo il tuo amore;  lo
    chiedo in vigore delle mie sventure, dell'amor mio, e del tremendo mio
    sacrificio.  Ah se tu un giorno passassi senza gettare un'occhiata  su
    la  terra che coprir questo giovine sconsolato - me misero!  io avrei
    lasciata dietro di me l'eterna dimenticanza anche nel tuo cuore!
    Tu credi ch'io parta.  Io?  - ti lascier in nuovi  contrasti  con  te
    medesima,  e in continua disperazione? E mentre tu m'ami, ed io t'amo,
    e sento che t'amer eternamente,  ti lascier per la speranza  che  la
    nostra passione s'estingua prima de' nostri giorni? No; la morte sola,
    la morte.  Io mi scavo da gran tempo la fossa,  e mi sono assuefatto a
    guardarla giorno e notte,  e a misurarla freddamente  -  e  appena  in
    questi  estremi  la  Natura  rifugge  e grida - ma io ti perdo,  ed io
    morr. Tu stessa, tu mi fuggivi; ci si contendeano le lagrime. - E non
    t'avvedevi tu nella mia tremenda tranquillit ch'io voleva prendere da
    te gli ultimi congedi, e ch'io ti domandava l'eterno addio?
    Che se il Padre degli uomini mi chiamasse a rendimento  di  conti,  io
    gli  mostrer  le  mie  mani pure di sangue,  e puro di delitti il mio
    cuore. Io dir: Non ho rapito il pane agli orfani ed alle vedove;  non
    ho  perseguitato  l'infelice;  non  ho  tradito;  non  ho  abbandonato
    l'amico;  non ho turbata la  felicit  degli  amanti,  n  contaminata
    l'innocenza,  n inimicati i fratelli,  n prostrata la mia anima alle
    ricchezze. Ho spartito il mio pane con l'indigente;  ho confuse le mie
    lagrime  alle  lagrime  dell'afflitto;  ho pianto sempre su le miserie
    dell'umanit.  Se tu mi concedevi una patria,  io avrei speso  il  mio
    ingegno e il mio sangue tutto per lei;  e nondimeno la mia debole voce
    ha gridato coraggiosamente la verit.  Corrotto quasi dal mondo,  dopo
    avere sperimentati tutti i suoi vizj - ma no! i suoi vizj mi hanno per
    brevi  istanti  forse  contaminato,  ma  non  mi  hanno mai vinto - ho
    cercato virt nella  solitudine.  Ho  amato!  tu  stessa,  tu  mi  hai
    presentata  la  felicit;  tu l'hai abbellita de' raggi della infinita
    tua luce; tu mi hai creato un cuore capace di sentirla e di amarla; ma
    dopo mille speranze ho perduto tutto ed inutile agli altri,  e dannoso
    a  me,  mi sono liberato dalla certezza di una perpetua miseria.  Godi
    tu, Padre, de' gemiti della umanit?  pretendi tu che sopporti miserie
    pi  potenti  delle  sue  forze?  o  forse hai conceduto al mortale il
    potere di troncare i suoi mali perch  poi  trascurasse  il  tuo  dono
    strascinandosi scioperato tra il pianto e le colpe?  Ed io sento in me
    stesso che agli estremi mali non resta che la  colpa  o  la  morte.  -
    Consolati, Teresa; quel Dio a cui tu ricorri con tanta piet, se degna
    d'alcuna  cura la vita e la morte di una umile creatura,  non ritirer
    il suo sguardo neppure da me.  Sa ch'io non posso resistere pi;  e ha
    veduto  i  combattimenti  che  ho  sostenuto  prima  di  giungere alla
    risoluzione fatale;  ed ha udito con quante preghiere l'ho  supplicato
    perch  mi  allontanasse  questo  calice  amaro.  Addio dunque - addio
    all'universo!  O amica mia!  la sorgente delle lagrime  in me  dunque
    inesausta? io torno a piangere e a tremare ma per poco; tutto in breve
    sar  annichilito.  Ahi!  le  mie  passioni  vivono,  ed ardono,  e mi
    possedono ancora: e quando la notte eterna rapir il  mondo  a  questi
    occhi, allora solo seppellir meco i miei desiderj e il mio pianto. Ma
    gli  occhi  miei  lagrimosi  ti  cercano ancora prima di chiudersi per
    sempre. Ti vedr, ti vedr per l'ultima volta,  ti lascier gli ultimi
    addio, e prender da te le tue lagrime, unico frutto di tanto amore!

    Io  giungeva  alle ore 5 da Venezia,  e lo incontrai pochi passi fuori
    della sua porta,  mentr'ei s'avviava appunto per dire addio a  Teresa.
    La  mia venuta improvvisa lo costern;  e molto pi il mio divisamento
    di accompagnarlo sino ad Ancona.  Me ne ringraziava affettuosamente  e
    tent ogni via di distormene;  ma veggendo ch'io persisteva si tacque;
    e mi chiese di andare seco lui fino a casa T***.  Lungo il cammino non
    parl;  andava  lento,  ed aveva in volto una mestissima sicurezza: ah
    doveva io pure avvedermi che in quel momento egli rivolgeva nell'animo
    i supremi  pensieri!  Entrammo  pel  rastrello  del  giardino;  ed  ei
    soffermandosi,  alz  gli occhi al cielo,  e dopo alcun tempo proruppe
    guardandomi: Pare anche a te che oggi la luce sia pi bella che mai?
    Avvicinandosi alle stanze di Teresa, io intesi la voce di lei: - ma il
    suo cuore non si pu cangiare: - n so se Jacopo che m'era dietro  uno
    o  due  passi,  abbia  udito  queste  parole;  non ne riparl.  Noi vi
    trovammo il marito che passeggiava,  e il padre di Teresa  seduto  nel
    fondo  della  stanza  presso  ad un tavolino con la fronte su la palma
    della mano.  Restammo  assai  tempo  tutti  muti.  Jacopo  finalmente.
    Domattina, disse, non sar pi qui - e rizzandosi, si accost a Teresa
    e  le  baci  la  mano,  ed io vidi le lagrime su gli occhi di lei;  e
    Jacopo tenendola ancora per mano la pregava perch facesse chiamare la
    Isabellina.  Le strida e il pianto di  questa  fanciulla  furono  cos
    improvvise  ed inconsolabili che niuno di noi pot frenare le lagrime.
    Appena ella ud ch'ei partiva, gli si attacc al collo e singhiozzando
    gli ripeteva: o mio Jacopo perch mi lasci? o mio Jacopo torna presto:
    n potendo egli resistere a tanto  piet,  pos  l'Isabellina  fra  le
    braccia  di  Teresa che non profer mai parola - Addio,  egli dissele,
    addio - e usc. Il signore di T** lo accompagn sino al limitare della
    casa e lo abbracci pi volte e lo baci gemendo.  Odoardo che gli era
    a lato ne strinse la mano, augurandoci il buon viaggio.
    Era  gi notte;  e non s tosto fummo a casa egli comand a Michele di
    allestire il forziere,  e mi  preg  istantemente  perch  tornassi  a
    Padova a pigliare le lettere esibitegli dal professore C***.  E partii
    sul fatto.
    Allora sotto la lettera che la  mattina  avea  apparecchiata  per  me,
    aggiunse questo proscritto:

    Poich non ho potuto risparmiarti il cordoglio di prestarmi gli ufficj
    supremi - e gi m'era,  prima che tu venissi,  risolto di scriverne al
    parroco - aggiungi anche questa ultima piet ai tanti  tuoi  beneficj.
    Fa ch'io sia sepolto,  cos come sar trovato, in un sito abbandonato,
    di notte senza esequie,  senza lapide,  sotto i  pini  del  colle  che
    guarda  la  chiesa.  Il  ritratto  di  Teresa  sia  sotterrato col mio
    cadavere.

    25 Marzo, 1799.
    L'amico tuo
    JACOPO ORTIS.

    Usc nuovamente: e trovandosi alle ore 11 appi di un monte due miglia
    discosto dalla sua casa, buss alla porta di un contadino,  e lo dest
    domandandogli dell'acqua, e ne bevve molta.
    Ritornato a casa dopo la mezzanotte,  usc tosto di stanza, e porse al
    ragazzo una lettera sigillata per me,  raccomandandogli di consegnarla
    a me solo.  E stringendogli la mano: Addio Michele! amami; e lo mirava
    affettuosamente - poi lasciatolo  a  un  tratto,  rientr,  serrandosi
    dietro la porta. Continu la lettera per Teresa.


    Ore 1.

    Ho visitato le mie montagne,  ho visitato il lago de' cinque fonti, ho
    salutato per sempre le selve, i campi, il cielo.  O mie solitudini!  o
    rivo,  che mi hai la prima volta insegnato la casa di quella fanciulla
    celeste!  quante volte ho sparpagliato i fiori su  le  tue  acque  che
    passavano  sotto  le  sue  finestre!  quante  volte ho passeggiato con
    Teresa per le tue sponde,  mentr'io  inebbriandomi  della  volutt  di
    adorarla, vuotava a gran sorsi il calice della morte.
    Sacro  gelso!  ti  ho  pure  adorato;  ti  ho pure lasciati gli ultimi
    gemiti, e gli ultimi ringraziamenti. Mi sono prostrato,  o mia Teresa,
    presso  a  quel  tronco;  e  quell'erba  ha dianzi bevute le pi dolci
    lagrime ch'io abbia versato mai;  mi pareva ancora calda dell'orma del
    tuo corpo divino;  mi pareva ancora odorosa.  Beata sera!  come tu sei
    stampata nel mio petto! - io stava seduto al tuo fianco,  o Teresa,  e
    il  raggio della luna penetrando fra i rami illuminava il tuo angelico
    viso!  io vidi scorrere  su  le  tue  guance  una  lagrima;  e  la  ho
    succhiata,  e le nostre labbra, e i nostri respiri, si sono confusi, e
    l'anima mia si trasfondea nel tuo petto. Era la sera de' 13 Maggio era
    giorno di gioved.  Da indi in qua non  passato momento ch'io non  mi
    sia  confortato  con  la  ricordanza  di quella sera: mi sono reputato
    persona sacra,  e non  ho  degnata  pi  alcuna  donna  di  un  guardo
    credendola  immeritevole  di  me  -  di  me  che  ho  sentita tutta la
    beatitudine di un tuo bacio.
    T'amai dunque t'amai,  e t'amo ancor  di  un  amore  che  non  si  pu
    concepire che da me solo.  E' poco prezzo,  o mio angelo, la morte per
    chi ha potuto udir che tu l'ami,  e sentirsi scorrere in tutta l'anima
    la  volutt  del  tuo  bacio,  e  piangere teco - io sto col pi nella
    fossa;  eppure tu anche in  questo  frangente  ritorni,  come  solevi,
    davanti  a questi occhi che morendo si fissano in te,  in te che sacra
    risplendi di tutta la tua bellezza. E fra poco! Tutto  apparecchiato;
    la notte  gi troppo avvanzata - addio - fra  poco  saremo  disgiunti
    dal nulla,  o dalla incomprensibile eternit. Nel nulla? S. - S, s;
    poich sar senza di te,  io prego il sommo Iddio,  se non ci  riserba
    alcun  luogo  ov'io  possa  riunirmi  teco per sempre,  le prego dalle
    viscere dell'anima mia,  e in questa tremenda ora della morte,  perch
    egli  m'abbandoni  soltanto  nel  nulla.  Ma io moro incontaminato,  e
    padrone di me  stesso,  e  pieno  di  te,  e  certo  del  tuo  pianto!
    Perdonami,  Teresa,  se mai - ah consolati, e vivi per la felicit de'
    nostri miseri genitori; la tua morte farebbe maledire le mie ceneri.
    Che se taluno ardisse incolparti del mio infelice destino,  confondilo
    con  questo  mio  giuramento  solenne ch'io pronunzio gittandomi nella
    notte della morte: Teresa  innocente. - Ora tu accogli l'anima mia.

    Il ragazzo,  che dormiva nella  camera  contigua  all'appartamento  di
    Jacopo,  fu  scosso  come  da  un  lungo  gemito:  tese l'orecchio per
    sincerarsi s'ei lo chiamava; apr la finestra sospettando ch'io avessi
    gridato all'uscio,  da che stava avvertito ch'io sarei tornato sul far
    del  d;  ma  chiaritosi  che tutto era quiete e la notte ancor fitta,
    torn a coricarsi e si addorment.  Mi disse poi che quel  gemito  gli
    aveva  fatto  paura:  ma  che  non vi bad pi che tanto perch il suo
    padrone soleva alle volte smaniare fra il sonno.
    La mattina,  Michele dopo aver bussato e chiamato un pezzo alla porta,
    sconficc  il  chiavistello;  e  non  udendosi  rispondere nella prima
    camera,  s'innoltr perplesso;  e al chiarore della lucerna che ardeva
    tuttavia,  gli  si  affacci  Jacopo  agonizzante  nel proprio sangue.
    Spalanc le finestre chiamando  gente,  e  perch  nessuno  accorreva,
    s'affrett a casa del chirurgo,  ma non lo trov perch assisteva a un
    moribondo;  corse al parroco,  ed anch'esso era fuori  per  lo  stesso
    motivo. Entr ansante nel giardino di casa T*** mentre Teresa scendeva
    per  uscire  di  casa  con suo marito,  il quale appunto dicevale come
    dianzi avea risaputo che in quella notte  Jacopo  non  era  altrimenti
    partito;  ed  ella  sper  di  potergli  dire  addio un'altra volta: e
    scorgendo il servo da lontano volt il viso verso  il  cancello  donde
    Jacopo  soleva  sempre  venire,  e con una mano si sgombr il velo che
    cadevale sulla fronte, e rimirava intentamente,  costretta da dolorosa
    impazienza  di accertarsi s'ei pur veniva: e le si accost a un tratto
    Michele domandando aiuto,  perch il suo padrone s'era ferito,  e  che
    non  gli  parea  ancora  morto:  ed  essa  ascoltavalo immobile con le
    pupille fitte sempre verso il cancello: poi senza mandare  lagrima  n
    parola, casc tramortita fra le braccia di Odoardo.
    Il  signore  T***  accorse  sperando di salvare la vita del suo misero
    amico. Lo trov steso sopra un sof con tutta quasi la faccia nascosta
    fra' cuscini: immobile,  se non che  ad  ora  ad  ora  anelava.  S'era
    piantato  un  puguale  sotto  la  mammella sinistra ma se l'era cavato
    dalla ferita,  e gli era caduto a  terra.  Il  suo  abito  nero  e  il
    fazzoletto  da  collo  stavano  gittati  sopra  una sedia vicina.  Era
    vestito del gil,  de' calzoni lunghi e degli stivali;  e cinto  d'una
    fascia larghissima di seta di cui un capo pendeva insanguinato, perch
    forse  morendo  tent  di  svolgersela dal corpo.  Il signore T*** gli
    sollevava lievemente dal petto la  camicia,  che  tutta  inzuppata  di
    sangue gli si era rappressa su la ferita. Jacopo si risent; e sollev
    il  viso  verso  di lui;  e riguardandolo con gli occhi nuotanti nella
    morte, stese un braccio, come per impedirlo,  e tentava con l'altro di
    stringergli la mano - ma ricascando con la testa su i guanciali,  alz
    gli occhi al cielo, e spir.
    La ferita era assai larga, e profonda; e sebbene non avesse colpito il
    cuore,  egli si affrett la morte  lasciando  perdere  il  sangue  che
    andava  a  rivi  per  la stanza.  Gli pendeva dal collo il ritratto di
    Teresa tutto nero di sangue, se non che era alquanto polito nel mezzo;
    e  le  labbra  insanguinate  di  Jacopo   fanno   congetturare   ch'ei
    nell'agonia  baciasse  la  immagine  della  sua  amica.  Stava  su  lo
    scrittojo la Bibbia chiusa,  e sovr'essa  l'oriuolo;  e  presso,  varj
    fogli  bianchi;  in  uno  de'  quali era scritto: Mia cara madre: e da
    poche linee cassate,  appena si  potea  rilevare,  espiazione;  e  pi
    sotto;  di  pianto  eterno.  In  un  altro  foglio si leggeva soltanto
    l'indirizzo a sua madre,  come se pentitosi  della  prima  lettera  ne
    avesse incominciata un'altra che non gli bast il cuore di continuare.
    Appena io giunsi da Padova ove m'era convenuto indugiare pi ch'io non
    voleva,  fui  sopraffatto  dalla calca de' contadini che s'affollavano
    muti sotto i portici del cortile;  ed altri mi guardavano attoniti,  e
    taluno mi pregava che non salissi.  Balzai tremando nella stanza, e mi
    s'appresent il  padre  di  Teresa  gettato  disperatamente  sopra  il
    cadavere;  e Michele ginocchione con la faccia per terra.  Non so come
    ebbi tanta forza d'avvicinarmi e di porgli una mano sul  cuore  presso
    la ferita;  era morto,  freddo.  Mi mancava il pianto e la voce; ed io
    stava guardando stupidamente quel sangue: finch venne  il  parroco  e
    subito dopo il chirurgo,  i quali con alcuni famigliari ci strapparono
    a forza dal fiero spettacolo. Teresa visse in tutti que' giorni fra il
    lutto de' suoi in un mortale silenzio. - La notte mi strascinai dietro
    al cadavere che da tre lavoratori fu sotterrato sul monte de' pini.



















    NOTE.

    Nota 1.  "Chiamata da' contadini la campana del De  profundis,  perch
    mentre  suona,  sogliono  recitare  questo  salmo  per  le  anime  de'
    trapassati."
    Nota 2. "Questo  un verso della Bibbia,  ma non ho saputo trovare per
    l'appunto donde fu tratto."
    Nota 3. Petrarca.
    Nota  4.  "Lettera  omessa  in tutte le edizioni posteriori alla prima
    nella quale unicamente si legge."
    Nota 5. Petrarca.
    Nota 6. Dante, "Inferno", canto quinto.
    Nota 7. Dante.
    Nota 8. Epitteto, "Manuale", 22.
    Nota 9. "Regum Lib. 2", cap. 12, 4.
    Nota 10. "Esodo" 20, 5.
    Nota 11. "Malachia" 3, 3.
    Nota 12.  "Anche questo biglietto fu omesso nelle edizioni susseguenti
    alla prima dove unicamente si legge."
    Nota 13. "Di questo rimorso d'omicidio che spesso prorompe dal secreto
    del  misero  giovine,  il  lettore  vedr la ragione verso la fine del
    libro, in una lettera datata 14 Marzo."
    Nota 14.  "Da prima questo racconto parevami esagerato dalla  fantasia
    costernata di Jacopo; ma poi vidi che nello stato Cisalpino non vi era
    codice criminale.  Si giudicava con le leggi de' caduti governi;  e in
    Bologna co'j decreti ferrei de' Cardinali,  che minacciavano di  morte
    ogni furto qualificato eccedente le cinquantadue lire.  Ma i Cardinali
    mitigavano quasi sempre la pena;  il che non pu essere  conceduto  a'
    tribunali  della  Repubblica,  esecutori  necessariamente inflessibili
    delle leggi: cos spesso la Giustizia impassibile  pi funesta  della
    arbitraria Equit."
    Nota 15. "Vedi alla fine di questo volume la lettera 14 Marzo".
    Nota  16.  "Dante accenna questa battaglia nel Decimo dell'Inferno;  e
    que' versi forse suggerirono all'Ortis di visitare  Montaperto  Ma  il
    lettore pu trarne ampie notizie dalle croniche di G. Villani, lib. 4,
    83."
    Nota  17.  "Questa  esclamazione dell'Ortis dee mirare a quel passo di
    Tacito: "Cocceo Nerva,  assiduo col Principe,  in tutta umana e divina
    ragione dottissimo,  florido di fortuna e di vita,  si pose in cuor di
    morire. Tiberio il riseppe, e inst interrogandolo,  pregandolo sino a
    confessare  che  gli  sarebbe  di  rimorso  e  di  macchia  se  il suo
    famigliarissimo amico fuggisse senza ragioni la vita.  Nerva sdegn il
    discorso;  anzi  s'astenne  d'ogni  alimento.  Chi sapea la sua mente,
    diceva ch'ei pi dappresso veggendo i mali della repubblica, per ira e
    sospetto volle,  finch era illibato,  e  non  cimentato,  onestamente
    finire". "Annales" 6."
    Nota 18. Dante, "Inferno", 6, 4.
    Nota  19.  "Questo  squarcio,  bench si trovi senza data,  in diverso
    foglio,  e per caso fuori della serie  delle  letrere;  nondimeno  dal
    contesto  apparisce  scritto dallo stesso paese il d dopo in aggiunta
    al racconto."
    Nota 20. "Autore di poesie campestri."
    Nota 21. "La lettere di Firenze, 7 settembre."













    DEI SEPOLCRI.

    All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
    confortate di pianto  forse il sonno
    della morte men duro? Ove pi il Sole
    per me alla terra non fecondi questa
    bella d'erbe famiglia e d'animali,
    e quando vaghe di lusinghe innanzi
    a me non qdanzeran l'ore future,
    n da te, dolce amico, udr pi il verso
    e la mesta armonia che lo governa,
    n pi nel cor mi parler lo spirto
    delle vergini Muse e dell'amore,
    unico spirto a mia vita raminga,
    qual fia ristoro a' d perduti un sasso
    che distingua le mie dalle infinite
    ossa che in terra e in mar semina morte?
    Vero  ben, Pindemonte! Anche la Speme,
    ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
    tutte cose l'obblo nella sua notte;
    e una forza operosa le affatica
    di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
    e l'estreme sembianze e le reliquie
    della terra e del ciel traveste il tempo.

    Ma perch pria del tempo a s il mortale
    invidier l'illuson che spento
    pur lo sofferma al limitar di Dite?
    Non vive ei forse anche sotterra, quando
    gli sar muta l'armonia del giorno,
    se pu destarla con soavi cure
    nella mente de' suoi? Celeste  questa
    corrispondenza d'amorosi sensi,
    celeste dote  negli umani; e spesso
    per lei si vive con l'amico estinto
    e l'estinto con noi, se pia la terra
    che lo raccolse infante e lo nutriva,
    nel suo grembo materno ultimo asilo
    porgendo, sacre le reliquie renda
    dall'insultar de' nembi e dal profano
    piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
    e di fiori odorata arbore amica
    le ceneri di molli ombre consoli.

    Sol chi non lascia eredit d'affetti
    poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
    dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
    fra 'l compianto de' templi acherontei,
    o ricovrarsi sotto le grandi ale
    del perdono d'lddio: ma la sua polve
    lascia alle ortiche di deserta gleba
    ove n donna innamorata preghi,
    n passeggier solingo oda il sospiro
    che dal tumulo a noi manda Natura.
    Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
    fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
    contende. E senza tomba giace il tuo
    sacerdote, o Talia, che a te cantando
    nel suo povero tetto educ un lauro
    con lungo amore, e t'appendea corone;
    e tu gli ornavi del tuo riso i canti
    che il lombardo pungean Sardanapalo,
    cui solo  dolce il muggito de' buoi
    che dagli antri abdani e dal Ticino
    lo fan d'ozi beato e di vivande.
    O bella Musa, ove sei tu? Non sento
    spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
    fra queste piante ov'io siedo e sospiro
    il mio tetto materno. E tu venivi
    e sorridevi a lui sotto quel tiglio
    ch'or con dimesse frondi va fremendo
    perch non copre, o Dea, l'urna del vecchio
    cui gi di calma era cortese e d'ombre.
    Forse tu fra plebei tumuli guardi
    vagolando, ove dorma il sacro capo
    del tuo Parini? A lui non ombre pose
    tra le sue mura la citta, lasciva
    d'evirati cantori allettatrice,
    non pietra, non parola; e forse l'ossa
    col mozzo capo gl'insanguina il ladro
    chc lasci sul patibolo i delitti.
    Senti raspar fra le macerie e i bronchi
    la derelitta cagna ramingando
    su le fosse e famelica ululando;
    e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
    l'pupa, e svolazzar su per le croci
    sparse per la funera campagna
    e l'immonda accusar col luttoso
    singulto i rai di che son pie le stelle
    alle obblate sepolture. Indarno
    sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
    dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
    non sorge fiore, ove non sia d'umane
    lodi onorato e d'amoroso pianto.

    Dal d che nozze e tribunali ed are
    diero alle umane belve esser pietose
    di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
    all'etere maligno ed alle fere
    i miserandi avanzi che Natura
    con veci eterne a sensi altri destina.
    Testimonianza a' fasti eran le tombe,
    ed are a' figli; e uscan quindi i responsi
    de' domestici Lari, e fu temuto
    su la polve degli avi il giuramento:
    religon che con diversi riti
    le virt patrie e la piet congiunta
    tradussero per lungo ordine d'anni.
    Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
    fean pavimento; n agl'incensi avvolto
    de' cadaveri il lezzo i supplicanti
    contamin; n le citt fur meste
    d'effigati scheletri: le madri
    balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
    nude le braccia su l'amato capo
    del lor caro lattante onde nol desti
    il gemer lungo di persona morta
    chiedente la venal prece agli eredi
    dal santuario. Ma cipressi e cedri
    di puri effluvi i zefiri impregnando
    perenne verde protendean su l'urne
    per memoria perenne, e prezosi
    vasi accogliean le lagrime votive.
    Rapan gli amici una favilla al Sole
    a illuminar la sotterranea notte,
    perch gli occhi dell'uom cercan morendo
    il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
    mandano i petti alla fuggente luce.
    Le fontane versando acque lustrali
    amaranti educavano e vole
    su la funebre zolla; e chi sedea
    a libar latte o a raccontar sue pene
    ai cari estinti, una fragranza intorno
    senta qual d'aura de' beati Elisi.
    Pietosa insania che fa cari gli orti
    de' suburbani avelli alle britanne
    vergini, dove le conduce amore
    della perduta madre, ove clementi
    pregaro i Geni del ritorno al prode
    cne tronca fe' la tronfata nave
    del maggior pino, e si scav la bara.
    Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
    e sien ministri al vivere civile
    l'opulenza e il tremore, inutil pompa
    e inaugurate immagini dell'Orco
    sorgon cippi e marmorei monumenti.
    Gi il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
    decoro e mente al bello italo regno,
    nelle adulate reggie ha sepoltura
    gi vivo, e i stemmi unica laude. A noi
    morte apparecchi riposato albergo,
    ove una volta la fortuna cessi
    dalle vendette, e l'amist raccolga
    non di tesori eredit, ma caldi
    sensi e di liberal carme l'esempio.

    A egregie cose il forte animo accendono
    l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
    e santa fanno al peregrin la terra
    che le ricetta. Io quando il monumento
    vidi ove posa il corpo di quel grande
    che temprando lo scettro a' regnatori
    gli allr ne sfronda, ed alle genti svela
    di che lagrime grondi e di che sangue;
    e l'arca di colui che nuovo Olimpo
    alz in Roma a' Celesti; e di chi vide
    sotto l'etereo padiglion rotarsi
    pi mondi, e il Sole irradarli immoto,
    onde all'Anglo che tanta ala vi stese
    sgombr primo le vie del firmamento:
    - Te beata, gridai, per le felici
    aure pregne di vita, e pe' lavacri
    che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
    Lieta dell'aer tuo veste la Luna
    di luce limpidissima i tuoi colli
    per vendemmia festanti, e le convalli
    popolate di case e d'oliveti
    mille di fiori al ciel mandano incensi:
    e tu prima, Firenze, udivi il carme
    che allegr l'ira al Ghibellin fuggiasco,
    e tu i cari parenti e l'idoma
    dsti a quel dolce di Calliope labbro
    che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
    d'un velo candidissimo adornando,
    rendea nel grembo a Venere Celeste;
    ma pi beata che in un tempio accolte
    serbi l'itale glorie, uniche forse
    da che le mal vietate Alpi e l'alterna
    onnipotenza delle umane sorti
    armi e sostanze t' invadeano ed are
    e patria e, tranne la memoria, tutto.
    Che ove speme di gloria agli animosi
    intelletti rifulga ed all'Italia,
    quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
    venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
    Irato a' patrii Numi, errava muto
    ove Arno  pi deserto, i campi e il cielo
    desoso mirando; e poi che nullo
    vivente aspetto gli molcea la cura,
    qui posava l'austero; e avea sul volto
    il pallor della morte e la speranza.
    Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
    fremono amor di patria. Ah s! da quella
    religosa pace un Nume parla:
    e nutria contro a' Persi in Maratona
    ove Atene sacr tombe a' suoi prodi,
    la virt greca e l'ira. Il navigante
    che veleggi quel mar sotto l'Eubea,
    vedea per l'ampia oscurit scintille
    balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
    fumar le pire igneo vapor, corrusche
    d'armi ferree vedea larve guerriere
    cercar la pugna; e all'orror de' notturni
    silenzi si spandea lungo ne' campi
    di falangi un tumulto e un suon di tube
    e un incalzar di cavalli accorrenti
    scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
    e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

    Felice te che il regno ampio de' venti,
    Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
    E se il piloto ti drizz l'antenna
    oltre l'isole ege, d'antichi fatti
    certo udisti suonar dell'Ellesponto
    i liti, e la marea mugghiar portando
    alle prode rete l'armi d'Achille
    sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
    giusta di glorie dispensiera  morte;
    n senno astuto n favor di regi
    all'Itaco le spoglie ardue serbava,
    ch alla poppa raminga le ritolse
    l'onda incitata dagl'inferni Dei.

    E me che i tempi ed il desio d'onore
    fan per diversa gente ir fuggitivo,
    me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
    del mortale pensiero animatrici.
    Siedon custodi de' sepolcri, e quando
    il tempo con sue fredde ale vi spazza
    fin le rovine, le Pimple fan lieti
    di lor canto i deserti, e l'armonia
    vince di mille secoli il silenzio.
    Ed oggi nella Troade inseminata
    eterno splende a' peregrini un loco,
    eterno per la Ninfa a cui fu sposo
    Giove, ed a Giove di Drdano figlio,
    onde fur Troia e Assraco e i cinquanta
    talami e il regno della giulia gente.
    Per che quando Elettra ud la Parca
    che lei dalle vitali aure del giorno
    chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
    mand il voto supremo: - E se, diceva,
    a te fur care le mie chiome e il viso
    e le dolci vigilie, e non mi assente
    premio miglior la volont de' fati,
    la morta amica almen guarda dal cielo
    onde d'Elettra tua resti la fama. -
    Cos orando moriva. E ne gemea
    l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
    piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
    e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
    Ivi pos Erittonio, e dorme il giusto
    cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
    sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
    da' lor mariti l'imminente fato;
    ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
    le fea parlar di Troia il d mortale,
    venne; e all'ombre cant carme amoroso,
    e guidava i nepoti, e l'amoroso
    apprendeva lamento a' giovinetti.
    E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,
    ove al Tidde e di Lerte al figlio
    pascerete i cavalli, a voi permetta
    ritorno il cielo, invan la patria vostra
    cercherete! Le mura, opra di Febo,
    sotto le lor reliquie fumeranno.
    Ma i Penati di Troia avranno stanza
    in queste tombe; ch de' Numi  dono
    servar nelle miserie altero nome.
    E voi, palme e cipressi che le nuore
    piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
    di vedovili lagrime innaffiati,
    proteggete i miei padri: e chi la scure
    asterr pio dalle devote frondi
    men si dorr di consanguinei lutti,
    e santamente toccher l'altare.
    Proteggete i miei padri. Un d vedrete
    mendico un cieco errar sotto le vostre
    antichissime ombre, e brancolando
    penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
    e interrogarle. Gemeranno gli antri
    secreti, e tutta narrer la tomba
    Ilio raso due volte e due risorto
    splendidamente su le mute vie
    per far pi bello l'ultimo trofeo
    ai fatati Peldi. Il sacro vate,
    placando quelle afflitte alme col canto,
    i prenci argivi eterner per quante
    abbraccia terre il gran padre Oceno.
    E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
    ove fia santo e lagrimato il sangue
    per la patria versato, e finch il Sole
    risplender su le sciagure umane.
